Samuele Carrino ha sedici anni ma l'esperienza di un veterano dei set, luoghi pieni di magia che d'altra parte frequenta fin da quando era molto piccolo. Il primo regista a scommettere su di lui curiosamente fu proprio Giacomo Campiotti, il regista che ora lo dirige in una nuova affascinante sfida. Quella di provare a restituire sullo schermo la straordinaria umanità del protagonista di "Il mio nome è Carlo". Il film tv - in onda il 27 settembre, in prima serata su Canale 5 e poi disponibile su Mediaset Infinity, è una coproduzione RTI-Movie Magic International, prodotta da Movie Magic International - dedicato al giovane santo che parlava ai ragazzi come lui. Un'impresa recitativa non semplicissima, che Samuele ha tuttavia affrontato con grande passione. Una passione che è cresciuta sempre di più, man mano che sentiva di avvicinarsi a Carlo e alla sua storia. Man mano che si accorgeva di come in quella vita tanto breve quanto straordinaria si nascondesse in realtà qualcosa di famigliare, di affascinante. Perché in fondo Carlo Acutis, prima di diventare un santo, è stato tutto un ragazzo normale, per quanto con un cuore fuori misura. Ne abbiamo parlato con Samuele, che ci ha trasmesso tutto il suo entusiasmo per questa ennesima grande tappa di una carriera ormai in rampa di lancio.
Ti ritrovi a interpretare un’altra persona vera e non è la prima volta. Ti era già successo al cinema ne Il ragazzo dai pantaloni rosa. Che esperienza è dover prestare il volto a qualcuno di realmente esistito? Ne senti la responsabilità?
Beh, diciamo che è sempre una grande responsabilità dover interpretare qualcuno che è esistito davvero. In primis perché devi confrontarti con la paura di deludere chi si è trovato davvero a vivere a fianco di quella persona, chi l'ha conosciuta... E poi c'è da gestire anche la responsabilità che senti come attore, verso chi andrà a vedere il film. Senza contare che in questo caso specifico devi essere all'altezza del ruolo anche per rispetto di chi è devoto a Carlo Acutis, per chi ha con la sua figura un legame spirituale forte. Quindi sì, il peso è tanto anche perché le aspettative sono giocoforza molto alte.
Hai scoperto qualcosa di Carlo che non sapevi e che te lo ha fatto sentire vicino?
Non conoscevo l'episodio di Carlo che regala le scarpe a un senzatetto. Un gesto bellissimo che me lo ha fatto sentire molto vicino. Anche perché tempo prima, quando ancora nemmeno sapevo del film, anche io ho fatto qualcosa di simile regalando a mia volta delle coperte e un paio di scarpe a un homeless che ne aveva bisogno.
Carlo era un po’ il santo del web. Tu che rapporto hai con internet?
Ho un rapporto un po' di odio e amore con i social e con internet in generale. Si possono di sicuro usare certi strumenti per fare delle cose bellissime come diffondere del bene. Carlo in questo senso è sicuramente un ottimo esempio. Ma si può anche rischiare di mettere davvero in difficoltà una persona attraverso certe piattaforme: a volte basta davvero solo un like, un commento o un repost sbagliato per ferire qualcuno. Anche perché ormai è proprio tanto facile puntare il dito, nascondendosi magari dietro un'identità che non è la propria. È un discorso che ho esplorato anche in un cortometraggio in cui ho recitato di recente, un lavoro che riflette proprio sull'utilizzo dei social ma tratta pure altri temi importanti, come la violenza sulle donne e l'uso che facciamo dell'intelligenza artificiale. Si intitola Il primo della classe ed è passato anche all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Nel corto io interpreto un ragazzo violento, che prova a sfuggire alle sue colpe dando la colpa all'Intelligenza artificiale per i video che lo inchiodano.
Come sono le tue interazioni online con i fan? Hai avuto anche degli aneddoti magari spiacevoli o dei fraintendimenti che ti va di raccontare?
A dire la verità ho un rapporto stupendo con i miei fan e in generale cerco sempre di sfruttare la mia notorietà per mandare messaggi positivi. Anche se c'è stato di recente un fraintendimento, legato proprio a quest'ultimo cortometraggio di cui ti parlavo prima. È capitato infatti che, per fare promozione al lavoro, venisse pubblicata una clip del film in cui io mettevo le mani addosso a una ragazza. Era una scena della pellicola, estrapolata per fare pubblicità all'opera in cui avevo lavorato. Ma molti su internet non hanno capito che si trattasse di finzione e mi hanno attaccato anche pesantemente. C'era chi mi scriveva cose come: fosse anche l'ultima cosa che faccio, ti spacco la faccia, minacce di questo genere. Inizialmente ne ho sofferto un po' ma poi ho visto il lato positivo di quanto accaduto: devo essere davvero un attore credibile se qualcuno dall'altra parte dello schermo è arrivato a pensare che quello fossi davvero io.
Hai dovuto interpretare scene intense. Emotivamente come l’hai vissuta?
Sicuramente mentre giravamo Il mio nome è Carlo ci sono stati diversi momenti forti dal punto di vista emotivo. Il protagonista è un ragazzo che è stato fatto santo, che ha compiuto dei miracoli... Ma è prima ancora una persona con un cuore enorme. Il messaggio che trasmette una figura come Carlo Acutis è bellissimo e spero passi anche dal film: Carlo ci insegna che con tante piccole buone azioni si può alla fine arrivare a fare del bene in tutto il mondo.
La scena della morte di questo ragazzo meraviglioso è stata davvero difficile da girare, anche per il contesto in cui l'abbiamo fatta. Noi infatti eravamo proprio in un vero ospedale, in un vero reparto di terapia intensiva. Mentre noi recitavamo una dipartita fittizia avevamo attorno gente che stava male sul serio, che soffriva. È stata dura non pensarci troppo in quel momento. Sul set si respirava un'aria particolare in quei momenti. C'era un rispetto e un silenzio pieno di significato. Si era creata un'atmosfera tanto unica quanto tosta. Quello che ho provato quel giorno è stato difficile da dimenticare. Le sensazioni di quella giornata sono rimaste con me a lungo, anche una volta abbandonato il set.
Tu e il protagonista vi assomigliate tantissimo anche fisicamente. È una cosa che ti ha aiutato a entrare ancora di più letteralmente nei panni di Carlo secondo te?
Assolutamente. Sarebbe stato difficile provare un'immedesimazione così istantanea se Carlo fosse stato biondo e con gli occhi azzurri. Poi il reparto trucco e parrucco mi ha aiutato ancora di più ad accentuare la somiglianza di base: pensa che mi hanno persino fatto riccio e certi accorgimenti estetici mi hanno aiutato alla fine tanto. Mi ricordo quando alla prova costumi mi hanno fatto indossare l'iconica polo rossa di Carlo. Quando sono uscito dal camerino vestito così e con quel taglio di capelli, tutti, dai truccatori alle costumiste, sono rimasti a bocca aperta. Anche Giacomo Campiotti (il regista, ndr) appena mi ha visto ha detto che faceva quasi fatica a riconoscermi, tanto somigliavo a Carlo. E considera che lui mi ha letteralmente "visto crescere" sul set, scegliendomi per il mio primo ruolo da attore quando ero ancora un bambino. Va detto che lui però aveva visto subito in me qualcosa di Carlo, già quando mi propose il film e io ero vestito ancora col mio solito stile di tutti i giorni, un po' da rocker e un po' da rapper.
Tu interpreti un Carlo già consapevole e determinato, conscio in qualche modo di chi è, chi vuole essere e della sua vocazione. Tu che hai più o meno la sua stessa età ti senti ugualmente “risolto”?
Posso dirti che non ho dubbi su quello che voglio fare nel futuro. Voglio continuare a fare questo lavoro il più a lungo possibile. Mi piacerebbe poter recitare per sempre, sperando che continui ad andare tutto bene. Poi io sono pronto a metterci del mio, eh: voglio studiare e mantenere comunque sempre i piedi per terra. Però fare l'attore è di sicuro quello che amo di più, ciò che più mi appassiona.
Come già ne Il ragazzo dai pantaloni rosa qui abbiamo una mamma che è molto importante per la trama e in generale per la vita del figlio. Mi viene da chiederti che rapporto hai tu con la tua vera madre, quella fuori dal set
Io e mia mamma abbiamo un rapporto stupendo. Non ci sono segreti tra noi. Lei sa tutto di me e va benissimo così. Noi ci diciamo sempre tutto. Lei è sempre stata la mia colonna portante e lo sarà sempre. Mi ha sempre accompagnato, in tutta la mia vita e anche nel mio percorso professionale. C'è stata ogni giorno ed è stata fondamentale, anche in momenti particolari come quando a 4 anni ho iniziato a muovere i primi passi nella moda. Ma anche quando a sette anni ho esordito davanti alla macchina da presa, diretto tra l'altro sempre da Giacomo Campiotti, come dicevamo. È e sarà sempre la figura più importante della mia vita
Hai citato il tuo rapporto speciale con Campiotti. Lui è un regista che ha una grande esperienza nel dirigere giovani e giovanissimi, basti pensare alla trasposizione cinematografica di Bianca come il latte, rossa come il sangue. Ti è stato d’aiuto avere una guida che ti conoscesse così bene e che avesse il background per capire non solo le tue esigenze, non solo come attore ma anche come ragazzo?
Mi è stato tanto d'aiuto, anche perché io appunto già lo conoscevo da quando ero molto piccolo. In fondo ho girato addirittura il mio primissimo film con lui. Poi è vero che lui ha proprio un feeling particolare con i ragazzi e mi ha saputo dare una grande mano. Io lo porterò sempre nel cuore perché è la persona che mi ha lanciato, quella che mi ha catapultato in questo mondo. Gli sarò per sempre grato.
In quasi ogni intervista dici che vuoi recitare prima o poi in un film d’azione. A che punto sei? Ti sei arreso o covi ancora questo sogno?
No, non mi arrenderò mai. Anzi, ti dico di più. Il mio vero sogno sarebbe fare non un film d'azione qualsiasi ma proprio Spider-Man, ovviamente nel ruolo dell'Uomo Ragno.
Ah, punti proprio in alto. Sarebbe carino effettivamente avere uno Spider-Man salentino
Uno Spider-Man che volteggia tra i palazzi di Gallipoli!