Anni di veleni, di dichiarazioni in cui si cercava la superiorità sul modello Ia del concorrente, ma qualcosa è cambiato: per la prima volta tre grandi attori dell'intelligenza artificiale statunitense si tendono la mano per fare luce sui rischi che in teoria lo sviluppo repentino di queste tecnologie potrebbe portare. Dario Amodei, Ceo di Anthropic, ha pubblicato un articolo dal titolo "We must pace the frontier" in cui chiede regole e rallentamenti per lo sviluppo dei modelli IA. All'appello si sono uniti Elon Musk, con un essenziale "Dario ha ragione", e Sam Altman, Ceo di OpenAi. Ma se le big tech chiedono una tregua, per la Casa Bianca non se ne parla: "Chi vince nell'Ia vince tutto", ha risposto Donald Trump dall'Irish Open in Irlanda. Non è un segreto, infatti, che l'amministrazione Trump punti a essere tecnologicamente superiore rispetto alla Cina. E mentre Washington e Silicon Valley litigano su chi debba tirare il freno, Pechino corre nella direzione opposta, non solo sui modelli, ma sui Paesi che potrebbero finire per dipendere da essi.
La partita cinese -
Pechino non pensa solo allo sviluppo tecnologico, ma anche ad allargare la propria sfera d'influenza tecnologica nei Paesi emergenti, correndo su due binari paralleli. Il primo è quello dei modelli: al vertice Brics di New Delhi, il 13 settembre, il presidente cinese Xi Jinping ha proposto una "Brics Ai Open Source Zone". È una zona di cooperazione sui grandi modelli linguistici, un "ecosistema aperto" offerto ai Paesi membri. In più, è stato rilanciato l'invito a entrare nella Waico, la World AI Cooperation Organization già sostenuta da circa 29 Paesi tra cui diversi Stati africani e asiatici. La scelta dell'open source non è casuale: le aziende cinesi rendono il codice modificabile e adattabile da chiunque, mentre le big tech statunitensi lavorano su codici che restano chiusi. Per un Paese in via di sviluppo, un modello aperto costa meno e si adatta più facilmente a lingue e contesti locali. Un vantaggio competitivo che può essere letto come soft power prima ancora che tecnologia.
Il secondo binario è quello delle infrastrutture, dove la Cina raccoglie i frutti degli investimenti nel settore delle telecomunicazioni. Huawei, infatti, ha già conquistato ampie fette di mercato in Africa, Asia e America Latina offrendo pacchetti finanziati e integrati a prezzi competitivi, proprio dove le aziende occidentali restano quasi assenti. Molti di questi stessi Paesi oggi devono affrontare una nuova fase di investimenti in data center e capacità di calcolo per l'Ia ed è uno schema che Pechino può replicare. Ancora non c'è un indirizzo preciso e l'adesione ai Brics non significa dipendere dalla tecnologia cinese. Basta pensare che l'India ha tutto l'interesse a non compromettere i rapporti con Washington.
Ma se per Pechino "vincere" significa allargare il numero di Paesi che finiranno per dipendere dai suoi modelli e dalle sue reti, gli Stati Uniti pensano invece a mantenere il vantaggio infrastrutturale ed energetico in casa propria.
Per Trump si deve solo vincere -
La risposta della Casa Bianca all'appello di Amodei è arrivata immediatamente. Parlando con i giornalisti in Irlanda il 13 settembre, Trump ha ridimensionato la necessità di frenare lo sviluppo dell'IA, richiamando il rischio di perdere terreno rispetto a Pechino: "Siamo davanti alla Cina nell'IA, e sinceramente voglio che la situazione rimanga così, perché chiunque vinca nell'IA, vince". Il presidente ha lasciato aperto uno spiraglio per "alcune regole", senza specificarle, attribuendo parte degli allarmi a non meglio identificate "forze negative".
Non è un'uscita estemporanea: è la linea scritta nero su bianco nell'America's Ai Action Plan, il piano firmato dalla Casa Bianca il 23 luglio 2025 (significativamente sottotitolato "Winning the Race"), che definisce un "imperativo di sicurezza nazionale" per raggiungere e mantenere "il dominio tecnologico globale indiscusso", sul presupposto che chi possiede il più grande ecosistema Ia stabilirà gli standard globali e ne raccoglierà i benefici economici e militari. Tra le misure concrete: autorizzazioni più rapide per data center e fabbriche di semiconduttori, meno vincoli normativi, esportazione della tecnologia americana verso alleati e partner, e controlli più stretti sull'export di capacità di calcolo verso la Cina. Gli Stati Uniti, dunque, sperano di "vincere la corsa" anche per decidere le regole tecniche e normative che il resto del mondo finirà per adottare sull'intelligenza artificiale.
Due filosofie diverse, quelle di Washington e Pechino, che però sono facce della stessa medaglia. Si può pensare a due blocchi contrapposti, come durante la guerra fredda, ma queste due entità hanno interessi profondamente intrecciati.
Il paragone (sbagliato) con la guerra fredda -
Il linguaggio usato da Trump richiama esplicitamente quello di allora: "vincere la corsa", "dominio globale", "sicurezza nazionale". È lo stesso schema retorico della corsa allo spazio contro l'Unione Sovietica, con la Cina oggi al posto di Mosca. Ma l'analogia si rompe proprio dove sembrerebbe più forte.
Negli anni della guerra fredda, Usa e Urss erano due economie quasi separate, con scambi commerciali marginali: la contrapposizione ideologica coincideva con una reale cortina di ferro. Oggi Stati Uniti e Cina restano partner commerciali profondamente intrecciati: chip, terre rare, manifattura, debito pubblico americano in mani cinesi, al punto che una separazione totale delle due economie è, allo stato attuale, molto difficile. L'unico elemento che richiama davvero la logica da guerra fredda è il controllo sulle esportazioni di semiconduttori avanzati verso la Cina. Una misura che, non a caso, lo stesso Amodei sostiene apertamente. Ma è un cuneo mirato dentro un sistema che resta interconnesso, non un blocco totale sul modello di allora.
Tutto ruota attorno al 24 settembre -
Alla fine, l'imprevedibilità regna sovrana. Non sappiamo quale sarà la prossima, e probabilmente fallimentare, mossa di Trump; non sappiamo quali saranno le regole che le big tech americane chiederanno; non sappiamo se il modello open source cinese permetterà a Pechino di scavalcare Washington.
L'unica certezza è che il 24 settembre ci sarà un incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e Xi Jinping. La guerra in Ucraina, la tregua in Iran e la sovranità di Taiwan saranno argomento di discussione, ma è probabile pensare che i due leader apriranno una parentesi sul mondo dell'intelligenza artificiale. Pechino non può ignorare la volontà delle big tech statunitensi e Washington vorrà fare chiarezza sui modelli open source cinesi. Più in generale, i due Paesi starebbero valutando come regolamentare i modelli più avanzati: quelli che potrebbero rafforzare capacità militari, consentire attacchi a infrastrutture critiche o avere un impatto dirompente sul lavoro.