Quanto riescono davvero a mettere da parte gli italiani? Restiamo un Paese di "formichine", abituato a considerare il risparmio una forma di sicurezza per affrontare imprevisti e incertezze. Ma la capacità di accumulare denaro cambia molto da una parte all’altra della Penisola, e il divario tra Nord e Sud resta ancora ampio.
Le cause della difformità -
Pesano certo i differenti livelli di reddito e di occupazione, la maggiore o minore stabilità del lavoro e la capacità delle famiglie di destinare una parte delle entrate al risparmio. Così come il tessuto produttivo dei territori, la diffusione dell’economia sommersa, l’età e la composizione dei nuclei familiari e il diverso grado di educazione finanziaria, che può influenzare sia quanto si riesce a mettere da parte sia il modo in cui il risparmio viene gestito. Infine le differenti abitudini finanziarie: tenere più denaro sul conto corrente, investirlo oppure destinarlo alla casa e ad altri beni può cambiare sensibilmente la fotografia dei depositi bancari.
Depositi bancari che non equivalgono al risparmio complessivo delle famiglie: rappresentano soltanto la quota di denaro lasciata presso gli istituti di credito e non comprendono, per esempio, somme investite in titoli, fondi, immobili o altri strumenti.
I dati -
A maggio 2026 il deposito medio pro-capite in Italia ha raggiunto i 19.812 euro, registrando un incremento del 4,3% rispetto al 2021. La media nazionale nasconde tuttavia profonde differenze territoriali: nel Nord la disponibilità sfiora i 22.702 euro per abitante; al Centro si ferma a 20.502 euro. Al Sud, il valore scende a 16.443 euro (circa 6mila euro di scarto rispetto al Settentrione) e "crolla" nelle Isole, dove si attesta a 13.049 euro. Di seguito, le elaborazioni di Isnec e Withub basate sui dati della Banca d'Italia.
Come emerge dall'elaborazione, dal confronto con il 2021 emerge un dato in controtendenza. Negli ultimi cinque anni sono state proprio le aree economicamente più fragili a registrare gli aumenti maggiori: i depositi pro-capite sono cresciuti dell'11,1% nelle Isole e del 9,4% nel Sud. L’incremento si attesta al 5% al Centro e rallenta fino all'1,3% al Nord.
La dinamica potrebbe indicare un graduale processo di avvicinamento tra le diverse aree del Paese, anche se le distanze in termini assoluti restano considerevoli. L'accelerazione osservata nel Mezzogiorno testimonia una maggiore capacità di accumulo delle famiglie, ma può riflettere anche un atteggiamento prudente di fronte all'incertezza economica e alla debolezza degli investimenti.
La graduatoria regionale conferma la maggiore capacità di risparmio delle aree settentrionali. In testa si colloca il Trentino-Alto Adige, con 27.737 euro pro-capite, seguito dalla Lombardia (23.809 euro). Agli ultimi posti figurano invece la Sicilia, con 12.444 euro, e la Calabria, con 14.202 euro.
Anche sul piano provinciale il podio è interamente settentrionale, con Bolzano, Milano e Piacenza nelle prime tre posizioni.
Rosignoli (vicepresidente Cnpr): "La vera sfida è trasformare il risparmio in sviluppo" -
"La crescita dei depositi nelle regioni meridionali può rappresentare un primo segnale di convergenza, ma il divario con il Nord resta ancora troppo ampio. L'aumento del risparmio, per tradursi in sviluppo, deve essere accompagnato da strumenti capaci di indirizzare queste risorse verso investimenti produttivi, occupazione e crescita dei territori", ha evidenziato Guido Rosignoli, vicepresidente della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, commentando i dati sull'andamento dei depositi bancari in Italia.
“La vera sfida sarà quindi trasformare il risparmio accumulato in una leva per lo sviluppo. Senza maggiori opportunità produttive, accesso al credito e politiche capaci di sostenere imprese e occupazione, l'incremento dei depositi - ha concluso Rosignoli - rischia di non produrre effetti duraturi sulla crescita e sulla riduzione degli squilibri territoriali".