"Non volevo lasciare il lavoro"

Treviso, neomamma costretta a dimettersi per occuparsi del figlio: "Cercavo soluzione temporanea, nessun accordo"

Una 33enne ha provato a chiedere flessibilità, ma si è vista rifiutare anche l'opzione smart working. Alla fine, non è neanche riuscita a salutare i colleghi

© -afp

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Tre giorni alla settimana con sei ore continuative e due a tempo pieno, solo per un anno. È la richiesta avanzata per potersi occupare del figlio da una giovane mamma della provincia di Treviso, che però è stata costretta a rassegnare le dimissioni in mancanza di un accordo con l'azienda in cui lavorava da sette anni. "Non stavo chiedendo di smettere di lavorare, ma soltanto una soluzione temporanea che mi permettesse di continuare a essere una lavoratrice e, allo stesso tempo, una mamma", ha raccontato Beatrice Baratto, riportando alla luce una questione sempre più attuale nell'Italia di oggi: quella del rapporto fra maternità e lavoro.

La nascita del figlio e la ricerca di un accordo -

 La storia di Beatrice arriva da Il Gazzettino. La donna è diventata mamma nell'agosto del 2025 e a gennaio scorso ha proposto un'idea all'azienda in cui lavora per occuparsi del figlio. Ovvero, lavorare per un anno tre giorni alla settimana per sei ore continuative e due a tempo pieno, in modo tale da poter uscire alle 15.30 e andare a prendere il bambino all'asilo nido. "Avevo cercato di organizzarmi anche con mio marito per garantire due giornate intere in azienda. Non stavo chiedendo di lavorare meno per sempre, ma solo un periodo che mi permettesse di conciliare il lavoro con un bambino così piccolo", ha spiegato Beatrice. Che poi ha ricevuto una controproposta dall'azienda: utilizzare le ferie per mantenere quell'orario fino alla fine dell'anno.

Una rigidità che ha portato alle dimissioni -

 L'azienda in cui lavora non è scesa a compromessi e Beatrice ha ricevuto un giorno una telefonata dalla consulente delle risorse umane: "Mi disse semplicemente: 'Farai le tue valutazioni'", ha raccontato ancora la 33enne. A niente è servito proporre lo smartworking, una soluzione già utilizzata in passato, oppure rivolgersi alla consigliera di Parità della Provincia di Treviso per tentare una conciliazione. Una soluzione non è stata trovata e la donna è stata così costretta a dare le dimissioni per potersi occupare del neonato. Un passo che non avrebbe mai voluto fare: "Mi piaceva e avevo investito sette anni della mia vita professionale in quell'azienda. Non stavo chiedendo di smettere di lavorare, ma soltanto una soluzione temporanea".

La beffa finale -

 Dopo aver lasciato il lavoro, è arrivato un altro colpo basso per Beatrice. "Le mie dimissioni sono passate quasi sotto silenzio e non ho avuto l'occasione di chiudere quel capitolo salutando le persone con cui avevo condiviso tanti anni", ha detto. Ora la 33enne è ripartita con una nuova sfida, ma con un pizzico di rammarico: "Ho incontrato altre donne che hanno lasciato il lavoro dopo la maternità perché non riuscivano a conciliare tutto. Poi ci chiediamo perché nascano sempre meno bambini".

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