Era ormai l’alba, il sole stava per sogere, io e io ero ancora lontana dalla spiaggia. Premetti il piede sull’acceleratore, una curva, un altra ancora… il mare sembrava non arivare mai. Poi un tornante più stretto degli altri ed eccolo, il blu dell’oceano. Allora, e solo allora, trassi un lungo respiro e mi fermai.
Sì, lo so che li avete visti, gli errori. E probabilmente avete storto il naso, indignati, senza più far caso a quello che avevo iniziato a raccontarvi. Errori di grammatica e di battitura su una testata giornalistica… Un abominio, un insulto alla nostra nobile lingua.
E se vi dicessi che io scrivo sempre così? Che ho buttato giù tre righe come faccio ogni giorno, lasciando che le mie mani battessero sui tasti del computer senza curarsi di non sbagliare, senza tornare sui propri passi quando un dito mi scivolava appena di lato e premeva un tasto al posto di un altro?
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Un breve ma significativo elogio agli errori. Involontario, intendiamoci, ma ampiamente previsto e inevitabile. Perché, forse a volte ce ne dimentichiamo, ma cosa ci rende umani se non la possibilità di sbagliare? Le imperfezioni, le sbavature ci fanno uscire dai rettilinei sicuri, creano spiragli di esistenza, di realtà, di meraviglia. In fondo, un volto senza errori, perfettamente simmetrico, è brutto da guardare. “Sembra fatto con l’AI”, come si dice oggi. Ci sarà un motivo.
Ora vi aspettate che dica: Abbasso la squola, W le capre? No, anzi. Io sono fermamente convinta che una base culturale, grammaticale ecc. ecc., anzi, etc. etc., sia fondamentale. Io sono ossessionata dalla perfezione, i miei libri li rileggo fino a quando le parole si svuotano del loro significato e i refusi soffrono di solitudine. Odio anche le rime interne, le assonanze, le anafore a effetto mi danno il voltastomaco. Ma c’è tutta una fase preliminare in cui domani la creatività, un po’ come quando si scrive un messaggio su WhatsApp o un post per i social e l’intento se ne frega della forma.
La verità è che siamo divisi in fazioni: parecchi seguono il diktat (o dictat?) del “famo a capisse”, e chjissenefutte come scrivo. Ma altri, molti, sono abituati a incastrarsi in un linguaggio che pretende di essere scolasticamente impeccabile, rigido. Accerchiano il loro modo di parlare – e soprattutto di scrivere –, e quando l’hanno messo con le spalle al muro lo rinchiudono nel cancello della norma. E lui se ne sta lì, a correre sempre in cerchio come un povero cane nella sua area di pochi metri, cercando modi nuovi e diversi per esprimere sé stesso anche se lo abbiamo limitato in uno spazio tanto angusto.
Io credo che invece dovremmo situarci nel mezzo. Dovremmo concedere alla nostra lingua gli spazi infiniti che le appartengono. Dovremmo ricordarci, almeno ogni tanto, che il linguaggio è un corpo vivo, pulsante, respirante.
Quando correggiamo ciò che abbiamo scritto o detto mettiamo in atto un’opera di normalizzazione della nostra lingua. A volte invece abbiamo bisogno creare un neologismo perché non troviamo una parola per esprimere davvero il miscuglio di sensazioni che stiamo vivendo. Il linguaggio ha il compito di portare fuori – verso l’esterno e quindi incontro all’altro – pensieri complessi, nati e cresciuti nelle pieghe recondite delle nostre menti. Quando abbiamo un’intuizione, siamo arrabbiati o ci troviamo di fronte a qualcosa di spettacolare i nostri pensieri non sono ordinati. Non usano parole perfette, non stanno a correggere le virgole di troppo. Sono troppo occupate a esistere.
Una protagonistha che sta per dire qualcosa di intenso, inatteso, che esce da mente e dita senza argini, si trasforma subito in una protagonista che sta per dire qualcosa di prevedibile. Corretto, senza quell’h, ma prevedibile.
Dunque, io dico: libertà al linguaggio. È un suo e un nostro diritto, quello di essere vivo, immediato. Esplodere quando vogliamo urlare, accelerare e lasciarsi indietro qualcosa perché le parole si accavallano una sull’altra. Rallentare e diventare un respiro lungo quando contempliamo la bellezza di una notte d’agosto.
E allora sì, può capitare che ci si trovi a inseguire un’alba che sta per succedere senza avere il tempo di fermarsi a recuperare un apostrofo caduto per strada.
Chiara Baldi
Chiara Baldi è nata nel marzo del 1990 a Costigliole d'Asti, un paese tra le Langhe e il Monferrato dove torna ancora oggi per scrivere. Ha pubblicato nel 2023 con Mondadori L'erede della felicità. Attualmente sta lavorando a un nuovo titolo per Rizzoli che vedrà la luce il prossimo anno. Svolge attività di scrittura per terzi in ambito narrativo e saggistico ed è autrice televisiva per Mediaset