Giallo rosso e Pupone

Totti "6 unico", 50 anni del Capitano tra musica e cinema

In campo è stato "spettacolare" ma anche fuori la bandiera della Roma ha regalato momenti da film, consolidando un ruolo di simbolo e icona della romanità al pari dei suoi idoli cinematografici

di Manuel Santangelo

L'anima cinefila di Francesco Totti è forse uno dei pochi aspetti dell'idolo romanista su cui ancora non si è versato sufficiente inchiostro. Ovviamente non pensate all’intellettuale pedante che affolla le sale d'essai: il Capitano con tutta probabilità ignora chi sia Antonioni, confondendolo al massimo con Antognoni, quello della Fiorentina. E probabilmente non conosce Deserto rosso, limitandosi a ricordare piuttosto il deserto giallo-rosso in cui gli è toccato predicare nelle stagioni meno fortunate della sua Roma. Annate in cui si trovava a reggere le sorti dell'attacco romanista con il modesto aiuto dei Bartlet e dei Fabio Junior di turno.

Il cinema di Francesco Totti non è d'autore come il suo calcio: è piuttosto quello verace di altri grandi esponenti del pantheon capitolino. Nella sua propensione alla battuta sagace c'è per esempio un po' di Alberto Sordi, mentre nella sua celebrata autoironia si possono tranquillamente rintracciare echi verdoniani. Sono loro i grandi maestri più o meno volontari di un'esistenza spesso virata in commedia, quasi più per autodifesa. Fu lo stesso Pupone a raccontare il suo ottimo rapporto con il grande schermo qualche tempo fa: "Da bambino, a Porta Metronia, non mi faceva sognare solo il calcio, ma anche andare al cinema. Nel quartiere ce n’erano tanti: a San Giovanni il Royal, il Paris, il Maestoso a li amavo tantissimo. Non capisco come si possa pensare di trasformare i cinema abbandonati di Roma in altri centri commerciali e supermercati". Un amore mai sopito quello con la sala, cui sono legati anche i ricordi di tanti ritiri. È stato lo stesso Francesco a rievocare più volte quelle estati passate a prepararsi per la stagione agli ordini del mitico Carletto Mazzone, l'allenatore che spesso e volentieri nel pomeriggio portava il giovane Totti e tutti i suoi compagni al Cinema Adriano.

Totti e il terzo luogo della sala -

  Sono state anche queste memorie a portare, giusto l'anno scorso, la bandiera della Roma a schierarsi in difesa delle sale nella Capitale. Lui, che le reti ha sempre pensato a segnarle, per una volta si era immolato per evitare quello che definiva apertamente un "autogol": "Ho sentito parlare Carlo Verdone ed Enrico Vanzina dei Terzi luoghi. Ora io non conosco quegli spazi in Francia, ma nelle loro parole ho rivisto la libertà e leggerezza che provavo stando con i miei amici nei muretti sotto casa e nei campetti da calcio in cui sono cresciuto. Abbiamo bisogno di luoghi per lo sport, la cultura, asili nido e scuole, non di altri centri commerciali". 

Francesco, il supereroe di Roma Sud -

  Va detto a ogni modo che l'affetto che Totti prova per la settima arte appare ricambiato. Il cinema ha sempre corteggiato il Capitano, che ha sempre bucato lo schermo pur non possedendo l'istrionicità intellettuale di un Eric Cantona o la faccia perfetta da cattivo di Guy Ritchie e di un Vinnie Jones. L'unico problema dell'artista della pedata capitolino è stato al massimo quello di essere troppo iconico per scomparire dietro un'altra maschera che non fosse la sua. Totti a Roma è un supereroe, come Batman o Superman, e forse proprio per questo è stato negli anni spesso al centro di iniziative promozionali volte a sponsorizzare i cinecomic Marvel. I punti di contatto tra l'iconico numero dieci della Roma e l'Uomo Ragno vennero cavalcati per esempio in occasione dell'uscita italiana di  Spider-Man: Brand New Day. Lo spot immaginava un mondo in cui Francesco viene privato della sua identità, un po' come accade nel film a Peter Parker. Nessuno lo riconosce più. Il barista di sempre lo serve come un cliente qualunque, i passanti non si voltano, nessuno gli chiede un selfie. Il supereroe di giallorosso vestito è tornato un uomo qualunque, almeno per i trenta secondi di una pubblicità. "Quando me l'hanno proposta, ho riso subito. Pensare di girare per Roma e che nessuno mi riconosca... È stato divertente, per una volta, passare inosservato", raccontò ai tempi Francesco, che poi venne reclutato anche per spingere il lancio di Capitan America Brave New World. Per l'occasione Totti tornava a dividere la scena con un'altra bandiera del calcio italiano, l'amico Alessandro Del Piero, in una scenetta divertentissima che terminava con l'incontro sul campo da gioco dei due con l'altro "capitano": quel Sam Wilson portato sullo schermo da Anthony Mackie.

Totti come cameo -

  Ci sono poi da ricordare i camei del Capitano direttamente all'interno dei film, quasi sempre riproponendo una maschera esagerata del suo stesso personaggio. Nel seguito de L'allenatore nel pallone del 2008 tra i numerosi campioni che interagiscono col tifoso romanista Lino Banfi/Oronzo Canà non può ovviamente mancare Totti, il più mediatico dei fenomeni italiani del Duemila. Mentre fa più specie ritrovare la bandiera della Roma all'interno di un altro sequel, quello di Zoolander. Qui Francesco fa una breve apparizione ancora una volta nel ruolo di se stesso, quasi come se anche un film americano non potesse venire girato a Roma senza la benedizione indiretta del Papa laico della città.

Francesco Totti Biascica -

 Ci sono poi tutte quelle opere in cui Totti viene solo evocato, quasi fosse un nome tutelare da tirare dalla propria parte. Paradigmatica in questo senso è stata la scelta di inserire nel film tratto dalla serie Boris un omaggio proprio al calciatore preferito del personaggio di Biascica, che confessa in una scena di aver chiamato suo figlio Francesco Totti Biascica. Una gag meta-narrativa che si arricchisce di altri layer se pensiamo a come nella realtà l'attore che interpreta il bizzarro attrezzista (Paolo Calabresi) abbia davvero un figlio calciatore. Calabresi conosce oltretutto benissimo lo stesso Francesco, tra l'altro l'unico che lo riconobbe quando riuscì a entrare negli spogliatoi dello stadio Olimpico spacciandosi per Nicholas Cage.

C'è un solo capitano, anche in Iran -

 La figura di Totti, tuttavia, per quanto indissolubilmente legata alla Capitale, non esaurisce la sua fama una volta superato il Grande raccordo anulare. Non avrebbe senso qui prodigarsi in uno sterile elenco di tutte le pellicole straniere che citano il nome del campione per un motivo o per l'altro. Tuttavia, per motivi diversi, vale la pena soffermarsi su due casi studio come When in Rome e Offside. La prima è una commedia romantica danese di fatto quasi misconosciuta fuori dalla penisola scandinava, ma che vede una delle sue gag più gustose ruotare proprio attorno alla figura dello sportivo simbolo della Città Eterna. Assistiamo infatti a un dialogo assurdo dove uno dei due interlocutori non concepisce che possa esistere un solo Totti, avendo appena imparato che tendenzialmente tante parole italiane al plurale finiscono per "i": "Totti" deve essere quindi un po' come "TuttiFrutti" per il personaggio, che palesemente ignora come almeno sulla sponda giallorossa della Capitale ci sia notoriamente "un solo capitano".

Di ben altra caratura e importanza filmica è Offside, meraviglioso film del 2006 a opera del grande maestro iraniano Jafar Panahi. Durante la pellicola, vincitrice tra l'altro dell'Orso d'argento al Festival di Berlino, si fa riferimento a "Un giocatore offensivo con un tiro micidiale, come Totti". Una citazione non banale, posta all'interno di un'opera che usa il calcio (e il divieto per le donne persiane di andare allo stadio) come testa di ponte per spiegare le contraddizioni di un Paese schiacciato dalle sue contraddizioni.

Il Totti pubblicitario -

 Esiste poi il Totti testimonial. Francesco arriva a dare la voce a un granchio per L'isola degli smemorati, un film d'animazione del 2005  tratto dal romanzo di Bianca Pitzorno che nasce in collaborazione con l'Unicef. Una sorta di pubblicità a fin di bene, diversa per motivazioni e pubblico potenziale rispetto agli spot che lo vedevano protagonista per Nike. Una serie di autentici cortometraggi in grado di vivere di vita propria, tra trame improbabili ed estetica esagerata, in cui Totti appariva al fianco del gotha del calcio di inizio Millennio.

Giallo rosso e Verdone -

  Una volta L'Unità uscì con una "breve" a pagina 43: accanto all'immagine di un pesciolino rosso tra le onde appariva l'annuncio di Giallo rosso e Verdone, il nuovo film dell'attore e regista romano tutto incentrato sulla figura di Francesco Totti. Qualcuno ci credette, forse giusto per il tempo necessario a notare la data in cui venne data quella notizia: era il primo aprile. A stretto giro arrivò pure la pleonastica smentita di Verdone, che tuttavia rilanciò davvero l'idea di un film sul Capitano nel 2013: "Ce l’ho in mente, e penso che lo farò. Ho detto a Francesco Totti: Francè, quando chiudi la carriera faccio un film su di te". Prima no, e spero che ancora Francesco ci dia tante soddisfazioni. Ma poi lo farò. Che cosa vorrebbe raccontare di lui? L’infanzia, la sua vita di quartiere, il mondo delle scuole calcio, gli allenatori di quartiere. Il Totti che nessuno conosce, in quel mondo che ne ha fatto quello che è adesso. Un giocatore straordinario, un bravo padre, un uomo che è stato capace di restare fedele a Roma, pur avendo richieste spaventose da tutto il mondo". Il feeling tra i due simboli di Roma da allora non ha smesso di cementarsi, tanto che Totti scherzando è arrivato a candidare proprio Carlo come suo possibile interprete di una nuova serie su di lui. 

Il bimbo d'oro -

 Purtroppo però, nonostante gli ammiccamenti veri o presunti, ancora non abbiamo avuto un vero incontro cinematografico tra Verdone e quello che si potrebbe tranquillamente considerare il suo alter ego su un campo da calcio. Continuiamo ad aspettare speranzosi, consci tuttavia che il titolo "Troppo forte" sia ahinoi ormai già stato usato dal comico per un altro suo lavoro. In compenso Francesco è già passato sotto la lente d'ingrandimento di un validissimo autore come Alex Infascelli, che nel 2020 ha girato il pluripremiato documentario Mi chiamo Francesco Totti. Partendo da quanto raccontato nel libro Un Capitano Infascelli ripercorre tutta la vita del protagonista fino ad arrivare alla notte precedente il suo toccante addio al calcio, portando sullo schermo quel mix di ricordi d'infanzia, successi sportivi e vita privata che dovevano essere l'humus anche del progetto verdoniano. Qui però non c'è spazio per la fiction. Tutto è reale, tangibile, sincero. Forse è inevitabile se consideriamo quanto poco ci sia stato di artefatto nella vita di uno come Totti, che qui viene riletto pescando addirittura dai Super 8 di famiglia che si credevano perduti. Basterebbe il racconto dei primi anni di Francesco per coglierne l'aura del predestinato, tra precoci calci al pallone e momenti in cui il bambino prende conto del proprio talento da predestinato (come quando stupisce tutti giocando al gioco della "paperella"). E poi ancora la settima arte che entra di traverso, grazie alla figura del fratello Riccardo, che "guidava i camion del cinema". Il tutto per raccontare la crescita di un ragazzo romano che si trova a muoversi in un'Italia ormai lontana, dove a fare da sottofondo ci sono il Gioca Jouer e Children di Robert Miles.

Le canzoni per Totti -

 Il sottofondo è importante, perché Totti è anche musica, pur senza scadere nella tediosa metafora della poesia in movimento. C'è il raggae dei Wogiagia e la loro La canzone per Totti ma anche i rocker Giuda, che gli hanno dedicato Number 10. Senza dimenticare Daniele Silvestri, che confessò di aver composto la sua La vita splendida del Capitano in quel 28 maggio 2017 in cui il fenomeno salutava il suo teatro d'elezione: "Per pudore non la volevo inserire ma ci fu l’eclatante giorno dell’abbandono di Francesco con mezzo popolo incollato alla tv e molti non erano né romanisti né appassionati di calcio. C’era dentro qualcosa di semplice e diretto, non di pacchiano ed epico, che raccontava il momento della vita in cui ognuno di noi diventa grande o prende atto di un cambiamento. Un sentimento universale, per questo piangevamo tutti, pure mio figlio di tre anni".

Ma Totti, ormai lo abbiamo capito, è il santo patrono del calcio romano anche per chi non ha  a cuore le sorti della squadra giallorossa. Il milanese e milanistissimo Matteo Professione in arte Ernia lo tira in ballo sempre con Del Piero nella sua Cattive abitudini, mentre il "cugino" interista Luciano Ligabue usa la numero dieci del Capitano come elemento fondamentale per dipingere il suo affresco romano. “Totti ovunque alle pareti, e maglie della Roma. Fuori un po’ di ponentino” è l'incipit di Una canzone senza tempo, il singolo del Liga che certifica indirettamente come anche certe leggende del calcio siano destinate per essere appunto "senza tempo" e senza data di scadenza.

Applausi per Totti -

  Il fascino di una figura come quella di Totti è poi senza dubbio amplificato dalle sue scelte di carriera, compiute anche e soprattutto quando sembravano quantomeno controintuitive. Fabri Fibra nella sua Come Totti si paragona al calciatore soprattutto per quel suo essere sempre "fedele alla linea", rimarcando una coerenza da sempre molto apprezzata nella scena rap (persino quando rischia di scadere nell'autolesionismo). Fibra dimostra di conoscere la materia quando evoca il "gran rifiuto" del fuoriclasse all'irrinunciabile Real Madrid dei Galacticos nelle barre "Come Totti via dall’Italia mai, piuttosto banzai. Harakiri ma resto qui in Italy". Un concetto poi ripreso anche a fine canzone quando esplode in "Sono professionale scherzi a parte, come Totti. Dritto per la mia strada, non cambio squadra". Anche l'autore di Applausi per Fibra si è quindi alla fine regalato il piacere di dedicare una standing ovation a Francesco Totti. Applauso cui ci uniamo anche noi, continuando a battere convintamente le mani come in quel giorno in cui, uscendo dal suo teatro d'elezione (lo Stadio Olimpico), Francesco ci chiese di "concedergli un po' di paura". Un momento indimenticabile e di squisita umanità, quasi strano per uno che non ha mai sperimentato quella sensazione che gli stessi spagnoli che sognavano di vederlo sui campi della Liga chiamano "miedo escenico". D'altronde, in mezzo secolo di vita, Totti la paura di prendersi il palcoscenico non l'ha mai avuta, col pallone ma anche senza.

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