Missione possibile (ma tosta)

Essere adulti e farsi nuovi amici: è difficile ma non impossibile

L’età adulta e matura sono le più interconnesse e insieme le più solitarie della vita: vediamo perché

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Chi trova un amico trova un tesoro. Se poi siamo negli -anta o anche oltre, trovare nuovi amici può essere una chimera o quasi. Le ragioni sono le più diverse: abbiamo sempre meno tempo per noi, diventiamo più diffidenti, frequentiamo un ambiente sociale che ci invita a coltivare la riservatezza più che l’empatia.  Se non siamo riusciti a conservare le relazioni che risalgono ai tempi della scuola o della prima gioventù, potremmo trovarci a conoscere moltissime persone, ma senza avere un solo “amico del cuore”, uno di quelli a cui raccontare che cosa c’è che non va quando siamo giù o a cui chiedere un consiglio quando ci troviamo a mal partito. Perché succede questo? E perché allacciare nuove relazioni è così complicato?

IL FATTORE TEMPO – Il problema è così generalizzato da aver incuriosito anche la scienza: la psicologia e la sociologia, studiando il problema, hanno individuato alcuni fattori critici, il primo dei quali è la scarsa disponibilità di tempo da investire in nuove relazioni.  Jeffrey Hall, professore di studi sulla comunicazione alla University of Kansas, attraverso una curiosa e celebre ricerca pubblicata sul Journal of Social and Personal Relationships, ha quantificato l'investimento temporale necessario per costruire un legame: servono circa 58 ore di tempo trascorso insieme per passare da semplici conoscenti ad “amici casuali”, con cui si divide una conversazione che vada oltre il più e il meno; dopo 90 ore ci si considera abbastanza amici per uscire insieme intenzionalmente nel tempo libero, ma per arrivare all’amicizia profonda occorrono almeno 200 ore di assidua frequentazione. Come fa un adulto a ricavare nella sua agenda una tale quantità di ore libere da dedicare a qualcuno che non sia il partner, i figli o il lavoro? Le giornate sono sature e si finisce per dedicare il poco tempo rimanente al recupero psicofisico individuale. Lo studio di Hall, inoltre, sottolinea che il punto non sta solo nel conteggio numerico, ma nella qualità del tempo speso insieme. Accumulare 200 ore d'ufficio seduti di fianco allo stesso collega non garantisce un'amicizia: se la conversazione resta confinata allo "small talk" istituzionale (il meteo, le lamentele quotidiane, le piccole beghe da risolvere), il cervello categorizza quella relazione come puramente funzionale. Per arrivare all’amicizia occorre la condivisione di un tempo non strutturato, in cui scherzare, fare battute, condividere un pasto senza parlare di lavoro, fare i tragitti insieme o, banalmente, annoiarsi nello stesso spazio. È in questi momenti di vulnerabilità involontaria che si gettano le basi dell'intimità.

L’ASSENZA DEI “TERZI LUOGHI” – I "terzi luoghi, teorizzati dal sociologo Ray Oldenburg , sono gli spazi tra la casa (il primo) e il lavoro (il secondo) in cui le persone si incontrano spontaneamente: in gioventù c’erano a disposizione i bar della facoltà, il piazzale davanti alla scuola, l’aula studio della biblioteca. Qui le amicizie nascevano per osmosi grazie a quelle che potremmo definire “condizioni strutturali spontanee”, caratterizzate da vicinanza fisica costante, ripetitività degli incontri e ambiente a basso rischio: qui condividevamo lo stesso stress da esame, gli stessi spazi e gli stessi orari. Da adulti, questo “incubatore sociale” viene meno: le persone con cui trascorriamo la maggior parte del tempo sono i colleghi, spesso percepiti come competitors e dei quali non riusciamo a fidarci fino in fondo.  In età adulta ogni incontro spontaneo deve essere pianificato e voluto: purtroppo, dopo otto ore di lavoro non sempre abbiamo l’energia mentale e la volontà di dedicarci a questo compito.

LA SINDROME DELLA "CORAZZA" – Se il tempo è poco e i luoghi scarseggiano, c'è un terzo ostacolo, ancora più intimo, che sbarra la strada ai nuovi legami: il nostro atteggiamento emotivo. Crescendo, ognuno di noi accumula un archivio di piccoli o grandi traumi sociali, dall’amico di sempre che a un certo punto svanisce nel nulla, all’amica del cuore che usa la nostra confidenza per scavalcarci sul lavoro. Questo bagaglio di esperienze negative ci rende guardinghi: anche se incontriamo una nuova persona potenzialmente interessante, prima di abbassare la guardia e lasciarci andare valutiamo il ritorno del nostro investimento emotivo. In fatto di esporci nel contesto sociale nei confronti di una persona di cui vorremmo approfondire la conoscenza implica poi la possibilità di essere respinti, esattamente come accade nelle prime fasi di un corteggiamento amoroso: per evitare lo spettro del rifiuto o del temutissimo ghosting relazionale, preferiamo ritirarci nella nostra zonai comfort, recitando la parte di chi è "troppo impegnato" per avere nuovi amici.

COME ROMPERE LA CORAZZA (SENZA FARSI MALE) – Nonostante tutto questo, la creazione di nuove amicizie in età adulta non è impossibile: richiede solo un cambio di strategia. Dobbiamo smettere di aspettare che accada "per magia" e iniziare a trattare la creazione di nuove amicizie come un progetto di benessere, alla stregua del piano di allenamento in palestra o della skincare routine. Ecco quattro idee da copiare.

1. La Vicinanza Pianificata - Visto che non abbiamo più le aule di scuola o il bar di facoltà a fare da contenitore sociale, dobbiamo crearne uno ad hoc, ad esempio dedicandoci a qualche attività di gruppo che ci appassioni e che crei la ripetitività dell'incontro senza sforzo organizzativo. Il corso di ceramica, il gruppo di volontariato o il laboratorio di teatro ci faranno conoscere un gruppo di persone che ha la nostra stessa passione.

2. La regola dei 10 minuti – Se una persona ci sembra interessante, invitiamola a prendere un caffè, dichiarando di avere 10 minuti per fare due chiacchiere. Non faremo la parte di chi elemosina un momento di compagnia e, con un limite temporale già dichiarato, l'altra persona accetterà più facilmente perché non percepirà l’invito come un sequestro del proprio tempo libero.

3. Raccontarsi un po’ alla volta - Per trasformare un conoscente in un amico, occorre superare lo scoglio dello small-talking (parlare del più o del meno). Ma attenzione: non occorre travolgerlo con il racconto intero della propria vita: meglio fare un passo alla volta. Togliersi pian piano la corazza, di solito, è contagioso: dopo che avremo fatto il primo passo, anche l’altro comincerà a confidarsi.

4. Ritroviamo i vecchi amici – Dato che farsi nuovi amici è così difficile, perché non provare a rintracciare quelli vecchi, che non sentiamo da tempo? Ex colleghi con cui andavamo d'accordo, amici delle superiori persi di vista ma di cui seguiamo le storie su Instagram, genitori dei compagni di scuola dei figli con cui scambiamo due battute. Anche le cosiddette “relazioni deboli” hanno un loro valore e, chissà, qualcuna potrebbe evolvere in vera amicizia.