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Alex Palmieri, dall’hard al ritorno alla musica: «Non voglio più chiedermi cosa devo diventare per essere accettato»

Alex Palmieri aveva lasciato la musica nel 2020, dopo quindici anni di dischi, live e investimenti fatti quasi sempre in prima persona. Poi sono arrivate le piattaforme di contenuti per adulti, il sex work, il cinema hard internazionale e un Grabby Award. E, insieme, una popolarità più ampia di quella raggiunta fino a quel momento cantando.

© Ufficio stampa

A sei anni di distanza è tornato con “Pay To Play”, senza mettere tra parentesi ciò che è successo nel frattempo. Anzi, proprio da lì riparte. Nelle prossime settimane arriverà la versione unplugged del brano, il 9 ottobre sarà sul palco degli Infinity Awards di Torremolinos, prima data di un nuovo tour europeo, mentre per il 2027 sta già preparando un nuovo progetto musicale.

Hai lasciato la musica dopo quindici anni e la popolarità più grande è arrivata quando hai intrapreso una strada completamente diversa. Che effetto ti fa tornare a cantare?

Fa un effetto strano, perché torno alla musica con una consapevolezza completamente diversa.  Quando avevo vent'anni volevo essere famoso. Volevo vedere il mio nome ovunque perché pensavo che quello avrebbe dimostrato che ce l'avevo fatta. Oggi il successo, per me, è arrivare alle persone senza dover produrre una versione più conveniente di me stesso. Se qualcuno ascolta una mia canzone sapendo perfettamente cosa faccio e cosa ho fatto, e riesce comunque a riconoscersi in quello che sto raccontando, per me quello vale molto di più. E poi mi sono accorto che la musica non se n'era mai veramente andata. Quando sono tornato in studio, dopo sei anni, ho ritrovato una parte di me che in realtà avevo solo messo in pausa.

Quando hai smesso di scrivere canzoni avevi investito nella musica praticamente tutto: tempo, soldi, aspettative. Oggi riesci a guardare quel periodo senza pensare di aver fallito?

Oggi sì. Per molto tempo, invece, ho pensato di aver fallito. Quando sei giovane immagini che il successo debba avere una determinata forma: un certo numero di dischi, una certa popolarità, il tuo nome sui giornali. Se non succede, pensi di aver sbagliato qualcosa. Con il tempo ho capito che non avevo fallito: semplicemente la mia storia aveva preso una strada che non potevo prevedere. Tutto quello che ho fatto nella musica mi è rimasto. Ho imparato a scrivere, a stare su un palco, a costruire un progetto da zero. E paradossalmente anche tutto quello che è venuto dopo mi ha dato qualcosa che oggi porto nelle canzoni. Quindi non guardo più a quei quindici anni come a qualcosa che non ha funzionato. Sono il motivo per cui oggi posso tornare. Detto ciò, credo che si parli troppo poco dei fallimenti. Siamo ossessionati dalla performance, dai numeri, dalle aspettative degli altri e dall'idea di doverci mostrare sempre perfetti. Ma sono proprio i fallimenti, spesso, a modellare le persone che diventiamo. Per questo oggi sono persino contento di aver pensato, in quel momento, di aver fallito. Perché quella sensazione mi ha fatto reagire, mi ha spinto a fare meglio, a mettermi in discussione e a cercare una strada diversa. Forse il fallimento non era la fine della mia storia: era la parte della storia che mi serviva per diventare quello che sono oggi.

Hai detto che non vuoi che la musica "ripulisca" quello che hai fatto nell'adult. Ti è mai capitato di avvertire, invece, questa aspettativa da parte degli altri?

Sì, assolutamente. E credo che sia proprio questa la cosa che voglio evitare. A volte sembra che, per essere nuovamente accettato come artista, io debba raccontare il ritorno alla musica come una specie di redenzione. Come se prima ci fosse stato un errore e adesso finalmente stessi tornando sulla "strada giusta". Ma io non la penso così. Non voglio che la musica ripulisca il mio passato e non voglio neanche che il mio passato sporchi la musica. Sono semplicemente due parti della stessa persona. Ho fatto delle scelte, ho vissuto esperienze molto diverse tra loro e oggi sono tutte dentro quello che sono. Non sento il bisogno di cancellarne nessuna.

C'è ancora uno stigma molto forte nei confronti dei sex worker, soprattutto quando provano a essere riconosciuti anche in altri ambiti professionali. Ti è successo di sentirti ridotto a ciò che fai nell'industria per adulti?

Sì, e credo che il problema sia proprio la tendenza a trasformare una persona in una sola definizione. Io ho quindici anni di musica alle spalle, ho scritto canzoni, pubblicato dischi, sono salito su palchi e ho costruito un percorso. Poi ho lavorato nell'intrattenimento per adulti e ho costruito anche lì una carriera. Perché una cosa dovrebbe cancellare l'altra? Il mio lavoro nell'adult non rende meno vero quello che ho fatto nella musica, così come il fatto che oggi torni a cantare non rende meno vero quello che ho fatto nell'adult. Mi piacerebbe essere giudicato per quello che faccio, non per la categoria nella quale qualcuno decide di mettermi.

Con "Pay To Play" hai scelto di raccontare proprio il punto in cui le tue due carriere si incontrano. C'era qualcosa che fino a quel momento non eri ancora riuscito a dire in una canzone?

Sì. Prima sentivo quasi il bisogno di tenere separate le due parti della mia vita. Con "Pay To Play", invece, ho deciso di smettere di farlo. La canzone parla di desiderio, immagine, corpo, potere e di quel meccanismo per cui, nel mondo dello spettacolo, spesso devi pagare un prezzo per poter stare dentro al gioco. Ma parla anche di me. È una canzone pop, con un'estetica molto anni Duemila, che però racconta una storia estremamente contemporanea: quella di una persona che non vuole più scegliere quale parte di sé mostrare per essere accettata.

Sei cresciuto guardando un pop in cui canzone, corpo e immagine erano parte dello stesso spettacolo. Quanto conta ancora oggi la componente visiva quando inizi a pensare a un nuovo progetto?

Per me conta tantissimo. Sono cresciuto con un pop in cui non esisteva soltanto la canzone: c'erano il video, i vestiti, le coreografie, il palco, la fotografia. Penso soprattutto al pop dei primi anni Duemila, che ancora oggi mi influenza molto. Io non penso mai a una canzone da sola. Penso all'universo che ruota intorno alla canzone. Però la parte visiva deve amplificare quello che stai raccontando, non sostituirlo. Se togli tutto e rimane una bella canzone, allora hai creato qualcosa di vero.

Il 9 ottobre tornerai sul palco agli Infinity Awards di Torremolinos, prima data di un nuovo tour europeo. Dopo sei anni lontano dalla musica, pensi che salirai su quel palco con più emozione o con meno paura rispetto al passato?

Con più emozione e, paradossalmente, con meno paura. Quando ero più giovane salivo sul palco pensando molto a come sarei stato giudicato. Oggi mi interessa molto di più quello che voglio raccontare. Me ne sono accorto durante le date del tour estivo che mi ha permesso di girare l'Italia in questi ultimi mesi. La paura ci sarà, perché sei anni sono tanti. Ma penso che sarà una paura bella, quella che senti quando torni a fare qualcosa che ti è mancato davvero. E credo che quel 9 ottobre sarà importante proprio per questo: non sarà semplicemente il mio ritorno su un palco europeo. Sarà la prima volta in cui porterò davanti a un pubblico tutte le parti della persona che sono diventato.

Sul progetto del 2027 non vuoi ancora anticipare troppo. Una cosa però puoi dircela: che cosa non vuoi più fare come facevi prima?

Non voglio più vivere la musica come un esame sul mio valore. Prima ogni numero, ogni risultato, ogni canzone che funzionava o non funzionava diventava una risposta alla domanda: "Valgo abbastanza?" Oggi non voglio più farlo. Voglio fare musica perché ho qualcosa da dire, perché mi diverte e perché mi emoziona. Se poi arriva il successo, benissimo. Ma non voglio più costruire una versione di me stesso pensata per piacere a tutti. La cosa che non voglio più fare è chiedermi continuamente: "Cosa devo diventare per essere accettato?" Adesso voglio vedere cosa succede se, semplicemente, rimango me stesso.