DOPO LE VACANZE

Sindrome da rientro, sei appena tornato dalle ferie ma sei già stanco? Il vero motivo potrebbe essere il lavoro

Tra iper connessione, straordinari e lavoro che invade il tempo libero, il problema potrebbe essere più profondo della semplice voglia di ferie

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Tornare alla scrivania dopo una pausa dovrebbe essere un nuovo inizio e, invece, per chi arriva alle ferie già esausto, pochi giorni di riposo possono non essere sufficienti. La chiamano sindrome da rientro, ma forse oggi questa definizione non racconta più tutto, perché il disagio non arriva necessariamente dopo le grandi vacanze estive. Può comparire dopo un weekend, un ponte, qualche giorno lontano dall'ufficio e soprattutto può dire qualcosa non tanto sulla nostra capacità di riposare, quanto sul modo in cui lavoriamo per il resto dell'anno.

Il problema non è il rientro, ma ciò che ci aspetta -

 In Italia, il 32,5% dei dipendenti dichiara che gli viene richiesto spesso o sempre di essere disponibile anche fuori dall'orario di lavoro. Il 52,2% lavora almeno un'ora di straordinario alla settimana e, tra questi, quasi la metà - il 48,5% - sostiene che questo tempo aggiuntivo non venga riconosciuto. Numeri che aiutano a capire perché il concetto di "staccare" sia diventato così complicato: dal lavoro oggi non ci si allontana davvero quando si esce dall'ufficio. Lo si porta in tasca, sullo smartwatch, nello smartphone appoggiato sul comodino. È nella mail che arriva durante la cena e nel messaggio che inizia con "scusa se ti disturbo". È soprattutto nella testa, dove continua a girare anche quando il computer è spento. Secondo Hays Italia, il punto non è quindi il ritorno alla routine in sé. È il contesto lavorativo nel quale si torna. Se la stanchezza si è accumulata per mesi, qualche giorno di riposo può semplicemente non bastare.

Se parti già scarico, anche la vacanza ha un limite -

 Siamo abituati a pensare alle ferie come al grande momento deputato al recupero: si lavora tutto l'anno e poi, finalmente, ci si ferma. Se, però, arriviamo a quel momento con le energie già esaurite, il corpo e la mente potrebbero avere bisogno di molto più tempo per tornare in equilibrio. Durante le vacanze decidiamo quando svegliarci, quando mangiare, quando rispondere a qualcuno. Poi arriva il rientro e ricompaiono calendari, deadline, riunioni, priorità e notifiche. Se il livello di affaticamento precedente era già alto, il salto può essere particolarmente brusco. Uno studio pubblicato nel 2025 suggerisce che l'energia con cui si torna al lavoro dipenda anche dalla fatica accumulata prima della pausa, dal bisogno di recupero e dal sostegno percepito da parte dell'organizzazione.

Non basta non rispondere alle email -

 C'è poi una distinzione sottile ma fondamentale: disconnettersi non significa necessariamente recuperare. Possiamo anche decidere di non aprire la posta elettronica per una settimana e continuare, nel frattempo, a pensare alla presentazione da preparare, alla riunione di settembre o al problema che abbiamo lasciato sulla scrivania. Il vero riposo non consiste soltanto nell'assenza di lavoro. Richiede anche una distanza mentale dal lavoro. Che, in un'epoca di iper connessione, può essere la parte più difficile.

"Work blues" o semplice malinconia? -

 Sentirsi un po' svogliati nei primi giorni dopo le ferie è normale. Non tutto deve diventare immediatamente una diagnosi. Il campanello d'allarme suona quando la sensazione non passa e si ripresenta con regolarità: stanchezza persistente nonostante il riposo, irritabilità, apatia, difficoltà di concentrazione, calo delle prestazioni, perdita di coinvolgimento e pensieri ricorrenti di lasciare il proprio lavoro. Sono segnali che non vanno automaticamente interpretati come esaurimento lavorativo, ma che possono suggerire la necessità di guardare oltre la singola giornata storta. Il problema è che forse non abbiamo bisogno di una vacanza più lunga, ma di un lavoro che ci permetta di recuperare anche quando non siamo in vacanza.

Il benessere aziendale non può essere soltanto un benefit -

 La questione riguarda inevitabilmente anche le aziende. Nella Salary Guide 2026 di Hays Italia, il 32% delle organizzazioni indica la prevenzione dell'esaurimento lavorativo tra le principali leve per trattenere i talenti. E oltre il 44% dei professionisti dichiara di essere disposto a cambiare azienda nei successivi dodici mesi. Il benessere, quindi, non è più soltanto una questione di welfare aziendale. È diventato un elemento della relazione tra persone e organizzazioni. E forse anche qui occorre smettere di confondere il benessere con la sua versione più decorativa. Un corso di yoga, un'app per la mindfulness o il tavolo da ping-pong possono essere piacevoli, ma difficilmente compensano una giornata di lavoro senza pause, una cultura della reperibilità permanente o carichi impossibili da sostenere.

Riunioni una dietro l'altra, attività svolte contemporaneamente, priorità che cambiano di continuo e disponibilità quasi permanente hanno trasformato la giornata lavorativa in una sequenza di interruzioni. Si arriva a sera avendo fatto moltissimo e, allo stesso tempo, senza la sensazione di aver davvero finito qualcosa. È difficile recuperare energie in queste condizioni. La soluzione, suggerisce Hays, non può quindi essere limitata alla protezione delle ferie. Servono carichi sostenibili, maggiore autonomia, flessibilità, una leadership presente e spazi reali di recupero durante tutto l'anno. Perché le vacanze possono certamente restituirci un po' di energia, ma non possono riparare all'infinito un sistema che continua a consumarla.

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