Dopo una vita a colori

Addio a Franco Fontana, il fotografo per cui interpretare la realtà era meglio che raccontarla

Il grande artista, alfiere del colore, se ne va portandosi via forse un po' di quelle tonalità accese che tanto amava. E che oggi ci appaiono un po' più sbiadite senza di lui

© Ansa

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Non era più il mondo di Franco Fontana. Lui che si era definito sempre "fotoamatore", nonostante più di 70 libri pubblicati e almeno 400 mostre in giro per il Pianeta, sembrava fuori posto in un periodo storico in cui tutti si prendevano così sul serio con una fotocamera in tasca. Lui non aveva usato quello strumento per restituire un'immagine sincera della realtà, quanto più una sua interpretazione, ben prima che tutto venisse filtrato sui social. Era avanti e al contempo un po' retrò, come chi non è così interessato a stare al centro dell'attenzione, proprio sotto l'occhio di bue in un universo di estremi. Fontana, uno degli ultimi alfieri del colore in un'era desaturata, è morto il 28 agosto 2026, portandosi dietro quei rossi caldi e così estivi che da sempre lo contraddistinguevano. Ha detto addio a 92 anni nella sua Modena e con lui si sono un po' spente anche quelle tonalità accese che lo rendevano riconoscibile in ogni angolo del globo.

Una vita a colori -

 Due anni fa, in occasione di una mostra che era l'evento clou del Brescia Photo Festival 2024, lo aveva detto senza giri di parole: il colore era la sua vita e sarebbe stato "ciò che rimarrà di me quando io me ne andrò". Lui che era nato il 9 dicembre del 1933, di sabato, ha lasciato questa Terra nello stesso giorno della settimana. Un giorno ricco di speranze, come era ottimista e calorosa la sua fotografia.

I suoi scatti così vivaci "tradivano" un grande amore per la vita, quell'esistenza così lunga e piena di soddisfazioni da fargli dire con ironia nel 2023, fresco di novantesimo compleanno: "Sono stato fortunato nella vita: non sono ancora morto". Una fortuna anche per il mondo della fotografia, che deve a Fontana la "s-volgarizzazione" del colore, a lungo considerato nell'ambiente come uno strumento utile solo per il mero utilizzo pubblicitario.

Astrattismo fotografico -

 La monografia Skyline è riconosciuta come l'epitome dell'arte di Fontana, capace di costruire paesaggi cubisti in cui la natura si piegava senza fare troppe storie alle logiche dell'astrattismo. Tutto appariva geometrico, essenziale, quasi metafisico, in un'Italia di fine anni Settanta dove il design sembrava tracimare dai suoi confini prestabiliti. Lo chiamarono a insegnare persino gli americani, che a fine millennio decisero di farlo confrontare con i bambini delle scuole elementari newyorchesi. A loro spiegava come "cercare il rosso", per far loro capire come il colore potesse regalare interesse anche a un'immagine che non sapeva catturare l'attenzione. 

Un'ascesa rapida -

 Forse erano loro, i giovanissimi, gli unici capaci di cogliere la purezza della sua visione, affinatasi tardi ma anche per questo scevra da qualsivoglia blocco accademico. D'altra parte Fontana aveva cominciato a fotografare solo alla soglia dei trent'anni, prendendo a noleggio una Kodak Retina nei fine settimana.

Bastò poco per far emergere tuttavia quel talento debordante. Già nel 1963 partecipava alla Terza Biennale Internazionale del Colore di Vienna, l'anno dopo pubblicava il suo primo portfolio ed entrava nel circuito museale. Poi gli anni Settanta, quell'Italia contadina destrutturata come un piatto di alta cucina, in cui le colline diventavano fasce e l'orizzonte si trasformava in un concetto, come nei film western. Poi si spostò in città ma anche lì era la realtà a piegarsi alla sua estetica, mai il contrario.

Non era "street photography", era astrattismo urbano in cui anche gli esseri umani perdevano la loro essenza, limitandosi a diventare profili asettici. Anche le auto che percorrono le autostrade smettono di essere veicoli e diventano pennellate nelle sue opere, resti di action painting dal vivo.Tutto acquisiva un significato nuovo nella sua arte iper-cinetica e lo avevano capito anche le aziende, che a un certo punto lo adottarono per trasformare le pubblicità in qualcosa di più di una mera comunicazione commerciale.

La realtà come un blocco di marmo -

 Oggi quel linguaggio da lui brevettato è uscito dall'arte: è entrato nel quotidiano e, anche se ha perso un po' di afflato rivoluzionario, contiene ancora i germi di quel cambiamento radicale. E questo forse vale di più dei riconoscimenti del Moma o di quelle lauree honoris causa, di cui andava fiero perché "guadagnate sul campo". Perché in fondo per Fontana la fotografia non era mai stata una professione, quanto piuttosto una "continua realtà, che dona qualità alla vita”. Perché, dicendola un po' come piacerebbe a un semiologo, quell'arte era in grado di riempire di nuovi significati un qualunque significante: "La realtà è un po’ come un blocco di marmo. Ci puoi tirar fuori un posacenere o la Pietà di Michelangelo", asseriva Fontana. E forse oggi possiamo dire che aveva ragione una volta di più.

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