spettacolo

Sei storie di terroristi rossi

Raccontate da Bianconi per Einaudi

"Mi dichiaro prigioniero politico, sono un militante delle Brigate rosse". E' la frase rituale con cui tutti i brigatisti si qualificano al momento dell'arresto. La frase che pronunciano "Pippo", "Augusta", "Claudio", "Gulliver", "Michele" e "Paola", i sei personaggi protagonisti dell'ultimo libro di Giovanni Bianconi "Mi dichiaro prigioniero politico" (Einaudi) che ricostruisce, attraverso le storie personali, la storia più grande di un movimento terrorista che ancora non è stato sconfitto del tutto, anzi negli ultimi anni, con gli omicidi di Marco Biagi e Massimo D'Antona, ha mostrato ben più di un rigurgito.

La ricostruzione di Bianconi si ferma al terrorismo "della prima Repubblica", che parte nel 1970, con le azioni violente nelle fabbriche rivendicate dai primi famigerati volantini con la stella a cinque punte, e si chiude nel 1988, con il delitto del generale dell'Aeronautica Licio Giorgieri. Un arco di tempo che il giornalista racconta però dall'interno, partendo dall'esistenza di uomini e donne che la militanza nelle Br l'hanno vissuta - e poi pagata - in prima persona. Augusta di vero nome fa Angela. E' una "pasionaria", una che nella causa ci crede, fin da quando a 24 anni legge sui giornali la storia di Mara-Margherita Cagol, moglie del brigatista rosso Renato Curcio, caduta per liberare il marito dalla prigionia. Un sacrificio d'amore che non può  lasciare Angela indifferente: la giovane si accosta ai movimenti sindacali e partecipa alle lotte di piazza, finché non si imbatte nei documenti firmati dalle Br, e vuole saperne di più. L'ansia di cambiare il mondo e di dare voce alle masse operaie sarà la sua rovina. Poco dopo, Angela sceglie infatti di entrare in clandestinità, fino a prendere parte attiva all'omicidio del giudice Tonino Miccichè che le costerà la condanna all'ergastolo.

Poi Bianconi racconta altre vite, intrecciandole ai fatti di sangue che hanno tristemente contraddistinto l'Italia degli anni di Piombo, primo fra tutti il sequestro Moro. Uno dei carcerieri dello statista democristiano è  "Gulliver", ma sotto questo pseudonimo si cela il più noto Germano Maccari, coinvolto nel rapimento come guardiano del nascondiglio. L'autore descrive la meticolosa preparazione del covo di via Montalcini: è lui, questo ragazzo che non accetterà mai fino in fondo le dure regole dei brigatisti (come il divieto di frequentare altre persone al di fuori dei propri compagni), a ricavare nell'appartamento preso in affitto sotto falso nome la stanza-prigione destinata ad Aldo Moro, ingegnarsi per insonorizzarla e renderla abitabile senza destare sospetti tra i vicini. Ma è sempre lui a dirsi contrario all'esecuzione dell'uomo politico, senza avere infine il coraggio di opporsi alla volontà dei compagni decisi a eliminarlo. I progetti delle stragi, i pedinamenti, le rivolte dei brigatisti prigionieri nelle carceri speciali, la propaganda nelle fabbriche: tutte le azioni delle Brigate rosse degli anni Settanta e Ottanta sono passate in rassegna attraverso gli occhi di chi di quei giorni febbrili è stato il fomentatore, convinto che la lotta armata potesse essere uno strumento di
lotta politica.

Chiara Settingiano


Giovanni Bianconi
Mi dichiaro prigioniero politico
Einaudi
Pagg. 311 € 9,50