La maschera di Little Death, il serial killer al centro di Camp Miasma-Adolescenza, Sesso e Morte, non poteva che somigliare agli ottulatori delle primissime telecamere. In fondo è lui stesso una metafora del cinema che uccide il cinema, che crea lo spettacolo smembrandolo (letteralmente). La regista Jane Schoenbrun dopo "Ho visto la tv brillare" è pienamente conscia dell'operazione che sta compiendo, muovendosi nel solco di un'opera precedente che già si era divertita a indagare i meccanismi della cultura pop. Quel mostro la cui faccia assomiglia anche a un ventilatore, non a caso in inglese traducibile come "fan", rappresenta una Hollywood dove a decidere le regole del gioco sono sempre più gli spettatori. Quello stesso pubblico che, decidendo quale film "ammazzare" e quale no, può creare filoni e dettare tendenze più di qualunque algoritmo. Non a caso, a qualche critico come Francesco Alò, le esplosioni di sangue fumettistiche innescate dal serial killer del film hanno ricordato quelle dei pozzi di petrolio, massimo emblema del capitalismo americano. In fondo quale era il titolo originale di un capolavoro molto statunitense nell'anima come Il petroliere di Paul Thomas Anderson? There Will Be Blood, "Qui ci sarà sangue".
Tutti morti, nessun morto -
La trama di Camp Miasma è incentrata sulla vicenda della regista queer Kris, chiamata a rivitalizzare una serie di film horror irricevibile oggi a causa del proprio contenuto transfobico. Un'impresa che porterà la protagonista (interpretata da Hannah Einbinder) a intraprendere un percorso di rinascita artistica e personale, fondamentale per farle accettare le paure che la inibiscono (anche sessualmente). Il killer di questa saga slasher da rilanciare si chiama, come detto, Little Death e troverà il modo per apparire anche nella realtà della protagonista, al punto da confondere i piani tra ciò che davvero accade e la dimensione onirica. Come in un sogno le uccisioni orchestrate da "Piccola morte" sono d'altra parte dipartite di poco conto, affrontate con leggerezza e quasi reversibili agli occhi di chi guarda. Sono talmente esagerate da sembrare grottesche, finte, senza gravitas. Un aspetto che arricchisce la già accennata dimensione metaforica di quanto osserviamo, con il serial killer simbolo di un cinema in cui ogni pellicola "uccisa" può sperare nella propria resurrezione. Anche quando si tratta di film oggi irricevibili, come quello che dovrebbe stimolare un sequel in Camp Miasma, basta lavorare per adattare il contenuto. È sufficiente reclutare una regista queer per eliminare le controversie transfobiche o quantomeno dare questa sensazione all'opinione pubblica. Perché in fondo, come mostra Camp Miasma, a nessuno nella catena di produzione interessa davvero creare opere inclusive: solo rendere un prodotto più eticamente corretto, lo stretto necessario per farlo diventare di nuovo profittevole.
Puoi sempre spegnerlo -
E se il trucco non riesce? La risposta la dà a chiare lettere lo stesso Camp Miasma che, per tutto il tempo della sua durata, ci ricorda ciclicamente la tagline: "Se diventa troppo reale, puoi sempre spegnerlo". Se la regista dovesse decidere di trasformare quella macchina da soldi in una denuncia realistica di discriminazioni sessuali, in un ragionamento più profondo su determinate tematiche LGBTQ+, chi comanda ha sempre la possibilità di silenziarla. Si veda in questo senso la scena di una call su Zoom in cui la protagonista prova a spiegare la sua idea per il film fin quasi a impazzire: in quel momento nessuna delle persone che l'ha scelta capisce la sua visione. Forse si sforzano anzi apposta di non comprendere. Perché esistono nell'industria oggi confini netti, che impediscono a determinati film di uscire dal seminato. "Se diventa troppo reale, puoi sempre spegnerlo" vale tuttavia anche per il film horror in quanto tale, che può essere sempre messo in pausa se diventa troppo pauroso o per il rapporto sessuale, che può venire frenato se supera certi limiti.
La petit mort che ci piace -
Nella pellicola di Schoenbrun lo si dice a chiare lettere: l'horror è una questione di carne e fluidi, esattamente come il sesso, che non a caso è inserito nel titolo originale del lavoro (Teenage Sex and Death at Camp Miasma) e nel sottotitolo scelto per l'uscita italiana (Camp Miasma-Adolescenza, sesso e morte). Non si può in questa analisi scindere il discorso meta-cinematografico da quello sessuale, nella prosecuzione di un filone che fa sempre più proseliti (si pensi alla trilogia diretta da T.I. West che conta X: A Sexy Horror Story, Pearl e Maxxxine). L'amplesso e la morte nell'horror rappresentano infatti momenti catartici in grado di solleticare gli istinti primordiali dello spettatore, che può immedesimarsi o soddisfare la propria anima di voyeur durante la visione. Camp Miasma non ci fa scegliere quale prospettiva adottare, dandoci la possibilità di assistere all'uccisione/orgasmo sia in POV sia in terza persona. D'altra parte lo stesso Little Death in francese si tradurrebbe come "petit mort", un'espressione che nella lingua transalpina indica proprio il momento topico dell'amplesso. Il killer inoltre usa non a caso una lancia, con cui uccide "penetrando" la sua vittima. Un destino che può comunque essere piacevole, catartico, come per la protagonista del film (che nell'orgia di sangue finale riesce a perdere le proprie inibizioni).
"Viale del tramonto" fa paura -
C'è un'ironia capace di non risparmiare nessuno in questo film, che riesce consapevolmente a giocare anche con la propria anima queer. È liberatorio muoversi in un universo cinematografico simile, tanto è vero che il personaggio dell'attrice/mentore ripescato dalla regista (e interpretato meravigliosamente da Gillian Anderson) decide di restare a vivere lì, in quello che resta del set del suo ultimo successo. Un posto dove anche gli sfondi sono fondali, dove tutto è finzione e quindi si può adattare alla bisogna. La prima star del franchise di cui si dovrebbe fare un sequel è dichiaratamente una Norma Desmond, una diva dell'horror da tempo dimenticata e sul "viale del tramonto" che vive nel ricordo della sua epoca d'oro. Anche lei si culla nella certezza che lì, se tutto diventa troppo reale, è sufficiente "premere stop". Ma accettare questa atarassia consapevole l'ha resa in fondo un personaggio a sua volta bidimensionale, che riesce a risvegliare i suoi istinti umani e sessuali solo quando da fuori arriva qualcuno voglioso di farla rivivere (anche sullo schermo). Anche qui non sfuggirà a molti la dimensione meta-cinematografica della situazione, con la star di X-Files (Anderson) impegnata a interpretare una diva ingabbiata nel proprio unico grande unico ruolo.
Il cinema mangia la vita. O è il contrario? -
Alla fine tutto è pensato per far rimanere lo spettatore con un dubbio: è il cinema a sfruttare la maschera di Little Death per tornare alla vita o è questo personaggio a sfruttare la finzione dello schermo per rivivere? L'epilogo suggerisce che le pellicole della saga di cui si sta pensando il sequel in realtà nascano quasi da sole, in un finale cronemberghiano, dove il serial killer con la maschera da ottulatore di una cinepresa riemerge dal lago ciclicamente. Come se quel personaggio androgino, così difficile da capire nella sua complessa identità silenziosa, potesse riapparire solo in determinati momenti storici. Un discorso che vale per qualunque antagonista simbolo degli slasher, sia esso Mike Myers o Ghostface. Personaggi che hanno bisogno di un fisiologico momento di pausa per non intaccare la loro leggenda. Perché in fondo la reiterazione di quel rito liberatorio, che porta certe maschere a rincorrere la propria final girl fino al catartico momento finale, funziona solo nel contesto giusto. Un po' come il sesso. Un po' come il cinema.