"Under African Skies"

40 anni fa Paul Simon ci portava a "Graceland", un mondo senza confini che oggi sembra lontanissimo

L'album dell'artista newyorchese nel 1986 venne addirittura tacciato di essere il prodotto di un'appropriazione culturale della musica sudafricana, nel periodo in cui il Paese era schiacciato dall'Apartheid. 40 anni dopo possiamo rileggere quel capolavoro come un grande e riuscito meltin-pot capace di superare le barriere

di Manuel Santangelo
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Oggi ha vinto un'idea quasi macchiettistica della cosiddetta "world music". I suoni "dal mondo", lontani dall'epicentro del pop occidentale, vengono inglobati ancora nelle hit pop quasi solo per donare artificialmente un sapore etnico al tutto: sono le spezie che danno quel retrogusto esotico senza tuttavia mai innervosire il palato. Anche quando a certe latitudini vengono esportate sonorità africane o mediorientali queste sembrano per forza dover fare da tappeto musicale a vicende lontane, quasi a ricordare in qualche modo come permanga una distanza tra quello che accade lì e il nostro quotidiano. Esistono tuttavia progetti artistici che hanno inglobato la lezione di Graceland, l'album di Paul Simon che il 25 agosto 1986 rappresentava un'epifania per chi semplicemente voleva creare musica senza etichette e confini. Dopo anni di polemiche possiamo dirlo. Quel bianco ebreo di New York aveva ragione: il rock degli anni Cinquanta e i suoni sudafricani potevano convivere e amalgamarsi, diventando il perfetto tappeto sonoro di storie d'amore normali e racconti che potevano essere compresi a ogni latitudine.

L'uomo esce dalla bolla -

 In quei giorni della metà degli anni Ottanta, Paul Simon era davvero "The Man in the Bubble", "l'uomo nella bolla" che avrebbe raccontato nella prima traccia del suo più fortunato album. Non era mai stato prima uno di quegli artisti impegnati. Sì, tempo fa aveva deciso di non esibirsi in Sudafrica rifiutando per ben due volte offerte milionarie per suonare dal vivo a Sun City, ma quello lo facevano tutti: era il periodo del boicottaggio culturale delle Nazioni Unite, in atto per protestare contro il regime dell'apartheid, ed era cosa buona e giusta uniformarsi.

Non un disco politico. Non apposta -

  "La scrittura politica non è il mio punto di forza. Lascio che le canzoni vengano dal subconscio", avrebbe confessato Paul Simon a David Fricke di Rolling Stone in quel magico 1986. Un concetto ripreso e confermato negli anni, tanto che ancora nel documentario del 2012  Under African Skies si sente lo stesso Simon giustificarsi così in merito alla mancanza di canzoni esplicitamente dedicate all'apatheid nel suo album Graceland: "Ho pensato di scrivere canzoni politiche sulla situazione, ma in realtà non sono molto bravo in questo". Nella stessa intervista Simon aggiunge poi che non sentiva nemmeno la necessità in quel periodo di esprimersi apertamente su un tema su cui non era così esperto: all'epoca era un quarantaquattrenne ebreo di New York e nessuno, nemmeno i musicisti sudafricani con cui aveva collaborato, lo avrebbe mai ritenuto il miglior portavoce di certe istanze. "Non mi hanno detto venite a raccontare la nostra storia". L'uomo che quarant'anni fa ha aperto il vaso di Pandora, creando un ponte tra Africa e Stati Uniti, un luogo senza confini chiamato Graceland, non lo ha forse nemmeno del tutto fatto apposta. E forse questa è la ragione per cui ancora oggi quel disco appare sincero: non è un peana didattico, non è la colonna sonora per uno di quei documentari su "quanto sia bella l'Africa spiegata da noi bianchi".

Paul Simon non era uno di quelli che in sala di registrazione si lamentava di "non sentire l'Africa". Graceland non nasceva per quello, anche se fu pesantemente accusato di avere una matrice colonialista intrinseca. Era piuttosto il frutto della melomania del suo autore, uno che già anni prima aveva inglobato persino la musica sudamericana nella sua opera proponendo una rilettura di El Condor Pasa. Simon non si era avvicinato ai colleghi sudafricani per una fascinazione nei confronti delle loro storie: a lui interessavano quegli artisti proprio in quanto musicisti. Da quando la chitarrista Heidi Berg aveva dato al cantante una cassetta intitolata Gumboots: Accordion Jive Hits, Volume II, il nostro non faceva che ripensare a come quei suoni provenienti dal Continente Nero somigliassero a quel rock anni Cinquanta con cui lui era cresciuto in Jamaica (nel senso di Jamaica, Queens, New York).

Una via di fuga -

  L'innamoramento fu tale da portare metà del duo Simon & Garfunkel in quei luoghi, per provare a catturarne la magia. Ma Paul non aveva le idee chiare, non c'era già un concept album nella sua testa al momento della partenza. Al massimo pensava di risuonare Gumboots con i suoi autori e di tirarci fuori un singolo. Come spiega Ashley Kahn in un libro uscito per l’anniversario intitolato Days of Miracle and Wonder, non aveva riflettuto profondamente sulle conseguenze del suo viaggio a Joahnnesburg. In fondo forse gli sarebbe bastato mettere dei chilometri tra lui e i suoi problemi. Problemi molto poco terzomondisti, come il divorzio da una star hollywoodiana del calibro di Carrie Fisher o il fallimento commerciale dell'ultimo album. Partì senza nemmeno confrontarsi con l’African National Congress, come gli aveva suggerito l'amico Harry Belafonte. Se la sarebbe vista direttamente coi musicisti e li avrebbe pagati il quintuplo di quanto erano abituato. "Sarebbe bastato", pensava ingenuamente, senza sospettare che il mondo musicale e non lo avrebbe messo presto nell'occhio del ciclone.

Una festa per  tutti -

  La verità probabilmente era che Graceland divenne presto "troppo grande" per essere ignorato. Non era l'ennesimo esperimento per tirar su due soldi di un Malcolm McLaren qualsiasi. L'album nacque lì, sul posto, prendendo gli ingredienti che lo avrebbero reso indimenticabile sul momento. Non somigliava a niente che fosse uscito prima. Non si trattava in realtà della prima operazione simile ma, a differenza di dischi con basi ideologiche forti come So di Peter Gabriel, non suonava intellettuale e "pensato": Graceland era il frutto gioioso di un incontro, una festa in cui ci si celebrava la vita nel senso più estensivo del termine. Non serviva avere rudimenti su cosa fosse  il mbaquanga, il township jive o lo zulu-beat per goderselo e non a caso conquistò prima il pubblico e poi la critica, impegnata ad arrovellarsi sulla legittimità etica dell'intero discorso. A Simon non importava in fondo del consenso di colleghi e addetti ai lavori, che d'altra parte poi si sarebbero in parte arresi concedendogli un Emmy: "Per gli estremisti del movimento anti-apartheid", si lamentava Simon nel 1987 al Los Angeles Times, "l’album non ha alcun valore se non quello di essere un bersaglio da attaccare. Continueremo semplicemente a non essere d’accordo, perché non ho intenzione di iniziare a scrivere canzoni di protesta per loro, né ho intenzione di alzare il pugno e dire seguitemi. Non è nel mio stile".

L'uomo nel mezzo -

 Tutti volevano da Paul Simon che diventasse un capopopolo, un leader maximo per i diritti dei più deboli. Ma la verità è che già dai tempi in cui divideva il palco con Art Garfunkel, a Simon non interessava un ruolo così di primo piano. Ascoltando Graceland appare chiaro come prendersi la scena non fosse l'obiettivo primario di un artista tutt'altro che egocentrico. Preferiva lasciarsi trascinare da quell'ensamble che aveva ammassato a Johannesburg, accontentandosi di raccontare le sue miserie molto terrene su composizioni spesso improvvisate sul posto. Non creò un manifesto, piuttosto normalizzava tutto senza preoccuparsi di far venire il "mal d'Africa" all'ascoltatore. Non c'era nulla di costruito: “Se sbaglio dando troppa retta alla testa, rischio di risultare oscuro o pretenzioso. Se invece do troppa retta al cuore, rischio di cadere nel sentimentalismo. Temo entrambe le cose. Mi muovo in quella zona d’ombra che sta nel mezzo. È questo il brivido. Quando trovo il punto giusto, lo sento”, spiegò in un'intervista di settembre 1986 al Time.

Un album unicorno -

 A guidare il tutto era "powerful pulsing of love in the vein" (il "potente pulsare dell’amore nelle vene") evocato in United African Sky. Su tutto era ammantato un velo di nostalgia esplicitato in versi come "Non credi di potermi amare, ma io sento che potresti". Niente esotismo: The Boy in the Bubble parlava di fame, terrorismo e tecnologia mentre You can call Me Al era la dichiarazione d'intenti di un uomo di mezza età, sudafricano  o newyorchese poco importa. Poi certo c'erano brani come Homeless o  Diamonds on the soles of her shoes dove il riferimento a quanto accadeva fuori dallo studio di registrazione era forte. Ma l'apartheid era raccontata come un male tutt'altro che lontano. Non era il frutto di una società dalle logiche incomprensibili e questo la rendeva leggibile anche a un occidentale più di tanti trattati sociologici. Come ricorda oggi il sopracitato Khan, Graceland "Era un dannato unicorno. Nello zoo della musica, non avevano idea in quale gabbia metterlo".

Appropriarsi con gioia -

 Non doveva essere facile decodificare un lavoro simile con gli strumenti del 1986. Si prenda per esempio un brano come I Know What I Know, che parte da una canzone tradizionale sudafricana che parla di come le donne sappiano "prendersi cura di se stesse" e la trasforma in qualcos'altro: una storia ricca di humor su come sia complicato per Simon approcciare una ragazza a una festa. Certi ribaltamenti di senso venivano visti tuttavia al momento dell'uscita nella patria di Paul Simon come un modo per desacralizzare o rendere macchietta una intera tradizione musicale. Nel documentario Under the African Sky appare anche Paul McCartney che si esprime sull'accusa di aver "rubato" quei suoni per renderli innocui al grande pubblico. Un'accusa sempre molto attuale: "È sempre un dibattito interessante, è successo nel corso della storia, in particolare nella storia dei neri... Con i Beatles, abbiamo riproposto la musica nera americana agli americani. Suonavamo molto Motown e molti ragazzi bianchi americani non l'avevano mai sentita."

L'eredità di Graceland -

  Effettivamente Graceland oggi è anche e soprattutto quello: una porta d'ingresso fondamentale per potersi approcciare a un'intera scena senza sentirsi disorientati. Simon si trova ancora a fare da Virgilio in un mondo di suggestioni che lui stesso faceva fatica a decodificare a pieno. Tuttavia lo stesso cantante non aveva mai la supponenza di comprendere tutto e, il vedere certe suggestioni rielaborate da chi non sapeva tradurle in toto, oggi finisce per arricchire l'intero lavoro. "This is the story of how we begin to remember", canta Paul Simon in Under African skies ("questa è la storia di come abbiamo iniziato a ricordare"). Ed effettivamente è così: Graceland ha settato un modello. Oggi interi dischi di Lorde, dei The Very Best o dei Fleet Foxes non esisterebbero senza un tale progenitore. Interi gruppi come i Vampire Weekend devono la loro discografia a quell'esperimento dell'86, a cominciare da un album come Contra.

L'istantanea colorata di un tempo lontano -

  Forse però, per comprendere l'impatto di una tale opera conviene tornare a loro, a quei musicisti coinvolti in prima persona nell'impresa: "Quel disco è stato importantissimo perché ha segnato la fine di un'era", sostiene per esempio il bassista Bakithi Kumalo all'Indipendent. "Tutto ruotava intorno al tempismo. Se fosse uscito nel 1976, non sarebbe stato lo stesso. Mentre l'apartheid stava fallendo, Paul ha preso questa musica e l'ha resa comprensibile a tutti, anche a una generazione diversa. Solo poi però la gente ha capito come lo stesso Simon abbia avuto un ruolo fondamentale nel cambiamento in Sudafrica. Quando ha suonato in Zimbabwe (al concerto del 1987 allo stadio Rufaro di Harare, trasmesso in televisione come The African Concert), persone di ogni etnia sudafricana e di altre parti del mondo si sono riunite in un unico luogo. Non era mai successo prima. Paul è arrivato e ha cambiato le cose." Il sassofonista Barney Rachabone al New York Times ha fatto dichiarazioni simili, indicando Graceland come il lavoro che "ha aperto gli occhi e ha infuso speranza nella mia vita". A rileggerlo adesso tuttavia il disco appare tuttavia quasi come un sogno lucido, un'istantanea colorata di un mondo senza confini, dove anche le ultime barriere sembravano sul punto di cadere. Il disco che si apriva cantando dei "giorni dei miracoli e della meraviglia” in The Man in the Bubble col suo ottimismo non fa che acuire una nostalgia retrospettiva, anche in chi quel periodo non lo ha vissuto. Tutto quello che è rimasto di allora sono solo quegli stessi uomini, imprigionati in tante bolle e incapaci di comunicare tra loro. Mentre Graceland appare sempre più lontana, un'isola che non c'è le cui note suonano lontanissime.

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