Quarant'anni e passa di carriera, cominciata lontano dai riflettori di Hollywood, in Benin. Eppure ieri è toccato proprio a lei, Angélique Kidjo, entrare in un club dove nessun artista africano era mai riuscito ad arrivare prima: martedì 18 agosto, con una cerimonia tenutasi a Los Angeles, la sua stella è comparsa sulla Hollywood Walk of Fame, incisa per sempre nel marciapiede più famoso del mondo dello spettacolo.
Una stella tra oltre 2.800 nomi della storia della musica -
Il pantheon che l'ha appena accolta conta più di 2.800 personalità - Michael Jackson, i Beatles, Charles Aznavour, giusto per citarne qualcuno. Per la Camera di Commercio di Hollywood, che di stelle da assegnare ne vede passare parecchie ogni anno, quella di Angélique Kidjo è stata quasi una scelta obbligata: cinque Grammy vinti, e soprattutto il merito di aver spalancato le porte della scena internazionale a intere generazioni di musicisti africani.
Lei stessa, 66 anni, ne aveva parlato con entusiasmo già lo scorso aprile, a Le Figaro, in occasione dell'uscita di Hope!!, disco scritto insieme a Pharrell Williams, Nile Rodgers e Florent Pagny. E aveva raccontato, quasi divertita, dei messaggi ricevuti da Bono e Willem Dafoe non appena si è sparsa la voce.
Un riconoscimento che sa di casa, per tutta l'Africa -
A proposito di Dafoe, è stato proprio lui - suo amico da oltre vent'anni, si conobbero a New York nel 2002 - a farle da testimone d'eccezione durante la cerimonia, insieme a Harvey Mason Jr., presidente dei Grammy Awards. Interpellata da Le Parisien, Kidjo ha spiegato di vivere questo riconoscimento come qualcosa di più grande di lei: un segnale di apertura, dice, in un mondo che di apertura ne ha sempre meno.
Non a caso ha scelto di dedicare la stella al proprio Paese e a tutti gli artisti africani che un premio simile non l'hanno ancora ricevuto, citando modelli come Bella Bellow e Miriam Makeba. Del resto la sua musica, da sempre, mescola senza timore il bolero di Ravel, il pop-rock dei Talking Heads, jazz, funk, e più di recente l'Afrobeats di Davido e Burna Boy: un'unica grande lingua, la sua, capace di farsi capire ovunque.
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