Quando risponde al telefono è in direzione montagna, uno dei suoi posti del cuore. Ci sono 48 graditissime ore libere da trascorrere prima dell'ennesimo appuntamento di un'annata interminabile: gli Europei di pallavolo femminili. Perché per le campionesse come Sarah Fahr va così: durante la stagione regolare c'è il club, l’Imoco Volley Conegliano, con cui gioca ad altissimi livelli dentro e fuori dall'Italia; in estate invece c'è la Nazionale delle meraviglie. Una squadra che da anni fa incetta di tutti i trofei possibili e che è un privilegio poter ammirare. Fahr, 24 anni, nata in Germania ma cresciuta a Piombino, in Toscana, ne è colonna portante. È centrale, come il suo ruolo. Al via della fase a gironi in Svezia, in programma per venerdì 21 agosto, sarà in campo a lottare con le sue compagne. E, su un campo degli Europei, vi tornerà dopo aver scelto di saltare l’edizione del 2023 a causa di un calvario di infortuni (due rotture del legamento crociato) all’epoca appena terminato. Un calvario che le ha permesso di imparare a capire meglio il suo corpo, di spiegare le ali, e che rivivrebbe perché senza quello "non sarei l’atleta e la persona che sono oggi". Una vera e propria lezione di sport. Macché, di vita.
L’Italia è ancora la squadra da battere?
Il livello internazionale è salito davvero tanto. Tutte le partite che abbiamo fatto da inizio stagione sono state tirate. Le altre Nazionali contro di noi sono sempre agguerrite. Turchia, Germania, Francia, Serbia: sono squadre che hanno grandi capacità. L’Italia è forte, abbiamo un obiettivo in testa, ma ci sono anche le altre squadre e noi ne siamo consapevoli. L’Europeo è sempre un'occasione attraverso cui mettersi in mostra e dobbiamo stare molto attente.
Vi sentite le favorite?
Non direi favorite. Abbiamo fatto tanto, vinto tanto, ma dobbiamo comportarci come se nulla fosse successo. La mentalità è quella di cancellare ogni passo, per provare poi a riscrivere ogni volta un nuovo capitolo ed è quello che vogliamo fare anche in questo Europeo. Ci piacerebbe vincere, non ci nascondiamo, ma dovremo pensare partita per partita. Come abbiamo fatto sempre nei precedenti tornei.
Torni a giocare gli Europei dopo cinque anni di assenza: motivata?
Assolutamente sì, anche perché l’ultimo che ho giocato l’ho disputato a metà a causa del mio primo lungo stop. Voglio godermelo, pensare a divertirmi. Come sto facendo negli ultimi anni: divertirmi, mettere a disposizione la mia esperienza, dare il 100%.
Entriamo dentro il calvario degli infortuni: che ricordi, sensazioni ti sono rimaste di quei due anni fuori dai campi di gioco?
Questo non è e non sarà mai un tasto dolente. È stato uno dei passi più importanti, per certi versi più belli. Da quegli infortuni ne sono uscita diversa. Sono maturata come giocatrice e come persona, nei modi di affrontare varie situazioni. Quando arriva un infortunio è perché, ho sempre pensato, c’è bisogno di imparare qualcosa, di aggiungere un bagaglio. Ogni cosa arriva per lasciarci qualcosa. Gli infortuni sono stati parte del mio percorso e non tornerei indietro. Mi hanno lasciato tanto. Senza quelle esperienze, non sarei quella che sono oggi.
Qual è la lezione più grande che ti porti dietro da quel periodo?
Ce ne sono tante. Prima degli infortuni pensavo che esistesse solo la pallavolo e vivevo la mia vita in funzione di quello. Ho capito che esiste un’altra parte: la dedizione rimane, ma ho imparato a godermi di più la vita “normale” e a unire le due cose insieme. Per noi atleti è fondamentale perché senza il riposo diventa difficile stare dietro allo stile di vita che seguiamo. Poi ho imparato il significato della pazienza, ho imparato a capire quando c’è qualcosa che non va in me e a elaborarlo nel modo corretto. Ho acquisito più sicurezza in campo e nei miei mezzi. E potrei continuare ancora un bel po’.
Dopo i due anni di stop, una volta tornata in campo, hai avuto paura di poterti infortunare ancora?
In realtà no. Durante il percorso ho attraversato diverse fasi. All’inizio mi rifiutavo di guardare le mie compagne giocare, perché mi tornava in mente la dinamica dell’infortunio. Poi sono tornata a saltare e lì magari ho avuto un po’ di paura, che poi è andata via. Credo molto nel fatto che il corpo ci dica sempre quando è pronto a fare qualcosa. Gli infortuni sono dietro l’angolo per noi atleti, ma vanno accettati senza perdere energie a piangersi addosso. Se succede, bisogna rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro. Alla fine, le cose gravi nella vita sono altre.
Nel 2023 rinunci agli Europei, poi nella stagione 23/24 vinci tutto con Conegliano e la Nazionale. Quanto è stato importante saper aspettare il tuo corpo e accettarne i tempi di recupero per tornare in cima?
È stato fondamentale, direi. Quell’anno sono rientrata a giocare a gennaio, ma con il club abbiamo avuto tantissimi impegni. Giocavamo ogni tre giorni e avevo finito la stagione non al 100%. Tanto stress, per me e il mio ginocchio. Il mio corpo, in tutti modi possibili e immaginabili, ha cercato di mandarmi messaggi. Una volta si gonfiava il ginocchio, tornavo a giocare e si riapriva una lesione, mi fermavo e sorgeva qualche altra problematica. Nelle settimane prima degli Europei non mi sono mai allenata al massimo e allora ho preso la decisione di rinunciare. La priorità era pensare al mio recupero e porre una buona base fisica: da qui ho lavorato in palestra solo coi pesi. Al raduno con Conegliano ho ripreso senza problemi. La scelta della rinuncia, certamente presa a malincuore, è stata la decisione migliore presa in quel momento. Per fortuna ho ascoltato me e il mio corpo, per fortuna mi sono data il tempo per tornare a giocare bene.
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L’oro olimpico di Parigi con la Nazionale è stato l’apice della tua carriera?
Sicuramente è il raggiungimento del sogno di ogni sportivo. Chiunque sogna di partecipare alle Olimpiadi, figuriamoci di vincerle. È il traguardo più bello che abbia mai raggiunto, ma credo che sia la maturità a portarci all’apice. In quel momento non lo ero. Ero già affermata, ho dato il mio contributo, ma come maturità personale e mentale posso fare un passo in più. Non ho mai espresso troppo il mio parere in squadra, rispettavo la parola delle più grandi. Ma sto cercando di lasciare il segno. Una volta compiuto questo gradino sentirò di aver raggiunto un’altra maturità e forse lì avrò centrato l’apice. A quel punto sei in grado anche di capire cosa succede e perché, di gestire le varie situazioni, di aiutare gli altri. Vorrei arrivare a questo un giorno.
Cosa significa essere parte di una Nazionale così forte?
Ho avuto la fortuna di far parte di vari gruppi spettacolari, di club e Nazionale. La cosa che mi hanno insegnato è che, tra campioni e campionesse, c’è sempre tanto rispetto reciproco. Ognuno rispetta le caratteristiche dei compagni e le apprezza.
Oltre il rispetto, cosa vi fa funzionare così bene a livello umano e a livello di campo?
Ci abbiamo messo un po’ ad arrivare a questo livello. Abbiamo passato anni in cui niente andava bene e questo potrebbe succedere ancora. Da quando è arrivato Julio (Velasco, il commissario tecnico della squadra femminile, ndr) abbiamo trovato maggiore stabilità. Ha sempre dato dei ruoli ben precisi e credo che questo sia l’elemento che è sempre mancato. Julio è stato bravo nello scegliere le giocatrici più funzionali per i vari ruoli, non necessariamente le più forti. Ha portato serenità nel lavoro, una serenità con cui si pensa solo a giocare bene.
Qual è la qualità umana più sorprendente di Velasco?
Secondo me, ne ha vissute così tante che ormai gioca d’anticipo su tante situazioni. Ha tantissima esperienza, ha visto di tutto, è stato anche nel calcio. Io apprezzo molto la capacità di dire le cose giuste al momento giusto. E poi è in grado di togliere pressione.
Cosa significa indossare la maglia dell’Italia?
Quando canto l’inno chiudo gli occhi o guardo la bandiera. Lì visualizzo i volti dei grandi e dei piccoli, della gente appassionata e di chi non conosce la pallavolo. Mi immagino tutti loro e questo mi fa venire voglia di renderli orgogliosi e di fargli vivere un momento di spensieratezza. Rappresentiamo il sogno di tante persone ed è giusto onorare questo sogno.
A vincere così tanto ci si abitua oppure ogni nuova vittoria è una nuova gioia?
Personalmente ogni nuova vittoria è una gioia. Una volta entrati nel loop, perdere fa rosicare moltissimo. Per continuare a fare bene è necessario raggiungere un obiettivo, cancellarlo e pensare a quello dopo. Forse questo non è neanche un metodo così salutare: tante cose che ho vinto io non me le sono nemmeno godute. Però in questo modo si entra in un circolo vizioso, si arriva a volersi ripetere sempre di più. Non ci si abitua, vincere è vincere.
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Al di là del volley, uno dei traguardi tagliati più belli?
(Esita e ride, ndr). Secondo me non l’ho ancora raggiunto. Sto cercando di creare qualcosa di mio per il futuro. A me piace molto la natura, lo stare in ambienti isolati. Più in là mi vedrei bene a gestire qualcosa a contatto con le persone. Il sogno nel cassetto sarebbe aprire un B&B in mezzo alle colline di Conegliano, ormai mi sono innamorata del posto e lo sento come casa. Potrei aver già trovato il luogo giusto dove realizzare la struttura, ma vado con calma. È tutto in divenire.
Cosa ti definisce fuori dal campo?
Sono una persona creativa, mi piace ogni tanto mettermi a disegnare. Sono molto positiva, non vedo mai il male in nessuno e in alcuna situazione. Sono una sognatrice, credo che se una persona riesce a visualizzarsi in una situazione può arrivarci davvero. Mi piace vivere una vita serena.
Libri, film o altro?
Leggo. Mi piace prendermi cura delle altre persone con piccoli gesti, vederne un sorriso. E poi cucinare per gli altri. Per esempio, ai compleanni sono quella che prepara le torte. Ma non ho cavalli di battaglia. Seguo le ricette e se lo faccio viene tutto bene.
Gli studi in psicologia?
Per ora sono ferma. In questo momento preferisco investire su altro, porre una base per il futuro. Poi magari potrei decidere di riprendere e dare il 100%. Mi piacerebbe fare un’esperienza in presenza, toccare con mano, ascoltare.
Dove ti senti a casa?
Mi sento a casa dove ci sono le persone che amo. Essendo stata molto in giro, ci sono vari posti che reputo "casa". Piombino, Conegliano, dai miei nonni in Germania. Ma la "casa" può anche essere una persona e in questo momento il mio riferimento è il mio ragazzo. Con lui ovunque è casa.
Tuo fratello Gianluca, anche lui pallavolista, ti ruberà lo scettro un giorno?
Non esageriamo (ride, ndr). Ha iniziato a giocare un anno fa, ha avuto la possibilità e la fortuna di fare qualche provino. Ora ha trovato una società che ha visto qualcosa in lui, dalle capacità fisiche a quelle di applicazione. Staremo a vedere cosa farà. È in un ambiente difficilissimo, ma è giusto che sogni e che lo faccia in grande. Bello che qualcuno gli abbia dato un'opportunità. Spero cerchi di imparare il più possibile.
Vincere una medaglia d'oro agli Europei, visti i tuoi trascorsi con gli infortuni, sarà la chiusura di un cerchio col destino?
Forse, anche se credo di averlo già chiuso questo cerchio. Tutti i risultati che sono arrivati sono andati a chiudere il passato e hanno aperto nuovi capitoli. Lo vedo solo come un altro obiettivo che abbiamo in squadra, che sarebbe meraviglioso portare a casa.