"Varenne Varenne tres bien"

Quando Jannacci cantò "Varenne", il cavallo che faceva dire "ho visto un re"

Quando pensò a quel quadrupede, il dottor Jannacci capì che quella canzone non sarebbe stata normale amministrazione. Il suo omaggio al simbolo del trotto sarebbe diventato l'inno di uno sport, dimostrando come "darsi all'ippica" non sia sempre una brutta idea

di Manuel Santangelo
© Ansa

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Per chi non lo sapesse a Milano San Siro non è solo la Scala del calcio ma anche il tempio dell'ippica. Un culto che valeva (vale?) per chi rincorreva un pallone ma anche per chi all'ippodromo si faceva rincorrere. Quello tra Enzo Jannacci e Varenne fu amore a prima vista, una di quelle folgorazioni che se sei un artista ti portano a creare in due giorni un capolavoro. E pensare che quella canzone dedicata all'icona del trotto non era nata nemmeno da una pulsione irrefrenabile, quanto piuttosto da una proposta pubblicitaria.

Ho visto un re -

 Jannacci avrebbe potuto limitarsi a fare il compitino, regalare alla Snai (in quel 2001 fresca co-proprietaria del leggendario quadrupede) e all'azienda pubblicitaria che lo aveva contattato un jingle banale. Non avrebbe dovuto preoccuparsi di studiarsela nemmeno un po' la cavalcata di Varenne, sarebbe probabilmente bastato un encomio scritto per procura, col pilota automatico. Ma la curiosità di Jannacci Vincenzo detto Enzo era irrefrenabile e spaziava dalla medicina al cabaret, passando ovviamente per la musica. Era impossibile chiedere a uno così di prendere sotto gamba l'epitome dell'ippica, lui che aveva dedicato un brano meraviglioso anche a un "Giovanni telegrafista" qualunque.

Il cavallino rampante -

 Jannacci decise quindi di prendere il figlio Paolo, quello che più tardi ne avrebbe seguito le orme, per andare ad assistere dal vivo al prodigio. E fu una folgorazione per entrambi. Padre e figlio crearono in un amen un capolavoro. Appena due giorni ed era tutto pronto: strofa, ritornello, arrangiamento. Non contento però Jannacci senior tornò ad ammirare anche in seguito quel talento inarrestabile, che conquistava le folle e correva quasi più veloce di quell'altro Cavallino Rampante che da sempre fa parte dell'immaginario italiano. Sfrecciava come una Ferrari Varenne, a prescindere che a fianco a Jannacci sedesse suo figlio Paolo o qualcuno più attempato che da tempo aveva dismesso "i scarp del tennis". C'era una qualche forma di ineluttabilità di sicuro affascinante in quell'avanzare a tempo di zoccoli e, per una  volta, tutti nell'ippodromo finivano per tifare lo stesso quadrupede: "È arrivato dal cielo, proprio come una tempesta e lui non può rimontare, perché lui è sempre in testa, perché al posto del cuore monta un turbo speciale, quando corre lui vola come corre l'amore". Jannacci aveva capito tutto.

Un divo come Alain Delon -

  Varenne era la rockstar, gli altri al massimo potevano fargli da band spalla. Era lo "Spirit"cui veniva dedicato l'intero film e vederlo trionfare era la celebrazione di un rito collettivo. Jannacci ne fu sorpreso, anche lui non riusciva a trattenersi però dal partecipare a quell'estasi comunitaria: "Mi sono emozionato come quando guardo il Milan, anzi di più perché questo vince sempre, il Milan è un po' altalenante, ma ci sono anche gli avversari". Chissà quante volte il "dottor cantante" si ritrovò, nei mesi seguenti, a ringraziare Alain Delon. Il divo esteta, l'uomo che del bello e dell'essere bello era diventato il simbolo, non era potuto rimanere indifferente di fronte alla performance di quel cavallo all'Amérique sulla pista nera di Vincennes.

Da allora ne parlava a tutti, anche ai cantanti italiani, che ne comprendevano in fretta l'interesse. "Con quel testino piccolissimo e il corpo da Mike Tyson sembra sproporzionato ma pure i sassi possono capire che è un miracolo della natura: come parte, come corre, come arriva”, avrebbe raccontato qualche tempo dopo a Repubblica Jannacci, contagiato in toto da quello stesso entusiasmo che ti arrivava anche solo osservando la fisiognomica di quel cavallo.

Piccolo grande spazio pubblicità -

  Varenne bucava lo schermo, con la sua andatura elegante sembrava andare verso il futuro, come Delon in un "polar" francese degli anni Settanta. Sapevi che uno così l'avrebbe fatta sempre franca ma restavi lì perché volevi scoprire come. L'attore transalpino conquistato, ne parlava a tutti di quell'animale tanto simile a lui, anche a Jannacci che capì in parte pure grazie a lui quanto pubblicizzare indirettamente Varenne non fosse come scrivere un motivetto per una passata di pomodoro. 

Quando Jannacci si diede all'ippica -

  Nel "darsi all'ippica" Enzo regalò alla fine a quello sport il suo inno, quel refrain "Varenne très bien", che di fatto sembrava il perfetto slogan pubblicitario per vendere un po' qualunque cosa, non solo un cavallo. Quelle note ti suggerivano un sogno sfuggente, tu potevi cantargli: "Fermati un poco e sorridi Varenne" ma lui non avrebbe comunque ascoltato la musica, andando solo al ritmo dettato dai suoi zoccoli sulla pista. Mentre tutti attorno a lui esplodevano in un tormentone: "Varenne très bien", che probabilmente sopravviverà persino ai suoi numerosissimi eredi, che ne condividono almeno un pezzo del prezioso DNA. Nella speranza che almeno uno di questi figli riesca a prendersi alla fine davvero un pezzo del nostro cuore, come fece Varenne rinverdendo i fasti di quel grande Ribò citato da Jannacci all'inizio della sua ballata.

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