I quattro futuri possibili

Calcio, il business del pallone vale 38 miliardi solo in Europa... ma metà dei club è in rosso

Un'analisi di Boston Consulting Group rivela i tre fattori che stanno plasmando il pallone. E i quattro scenari che potrebbero attenderci 

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Nel periodo d’oro del Calcio con la "c" maiuscola, tra incassi record e una diffusione mai vista del "beautiful game", chi paga dazio è il calcio con la "c" minuscola. Quello dei club meno internazionali, con le casse meno gonfie. Quello delle squadre insorte contro la "anti-meritocratica" Superlega e che, a una manciata di anni di distanza, si ritrovano in quella esatta situazione: sempre più lontane e più arginate dalla frattura con i ricchissimi del pallone. Proprio nel momento in cui il solo calcio europeo vale 38 miliardi di euro, praticamente come la spesa farmaceutica italiana, oltre la metà dei club ha i conti in rosso.

Quali sono i tre fattori che plasmano il calcio di oggi -

 A rivelarlo è l’analisi The Three Forces Reshaping the Beautiful Game di Boston Consulting Group, secondo cui il futuro economico del calcio è - e sarà sempre più - plasmato da tre fattori cruciali: la concentrazione dei ricavi, la sostenibilità finanziaria e quella "fisica" dei giocatori, che devono affrontare calendari sempre più ricchi e fitti.

L’elemento senza dubbio principale è quello del denaro, che aumenta di anno in anno ma al contempo viene sempre meno distribuito tra i diversi club. Così, come puntualizza Bcg, le 20 squadre europee con il fatturato più alto generano tutte insieme quasi 12 miliardi di euro, oltre la metà dei ricavi delle 98 squadre che partecipano alle cinque maggiori leghe del Vecchio Continente. 

Il nodo dei diritti televisivi e le star-calamita -

 Questo trend "anti-democratico", secondo cui i ricchi si arricchiscono e agli altri restano (quasi) le briciole, è evidenziato in maniera lampante dalla suddivisione dei diritti televisivi.

La Premier League inglese è il caso studio perfetto: il boom dei diritti ne ha portato il valore da centinaia di milioni a ben più di 3 miliardi di euro nel giro di un quindicennio. E la suddivisione interna, seppur tra le più egualitarie in Europa, ha consegnato nelle mani del vincitore dell’ultimo campionato oltre 230 milioni di euro. L’ultima classificata ha incassato invece 137 milioni, che comunque sono 55 milioni in più rispetto all’Inter, prima classificata in Italia. Naturale dunque che la distanza tra la prima della Premier e l’ultima della Serie A sia abissale - per la precisione circa dieci volte - proprio a causa della differenza di valore tra i diritti inglesi e quelli italiani.

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 Il fenomeno del Real Madrid Kylian Mbappé guadagna oltre 31 milioni di euro all'anno, senza contare tutti i vari bonus e gli spot pubblicitari

Questa differenza si proietta sia a livello europeo, tra lega e lega, che internamente a ogni singolo Paese: chi vince si prende la fetta più grande, chi perde si "accontenta" di ciò che rimane. E il circolo vizioso gira senza sosta, permettendo solo ai club più forti di investire sui giocatori più in vista, che a loro volta aumentano le possibilità di vittoria e di incasso della squadra. Lo certifica anche la Champions League, che in dieci anni è passata a occupare dal 15% al 25% della quota dei diritti internazionali. I soldi vanno dove ci sono i campioni, i campioni vanno dove ci sono soldi. 

I costi in salita e la condanna economica della retrocessione -

Un calcio "di classe" - non inteso come elegante - che ha consegnato le chiavi del futuro ai grandi club, condannando tutti gli altri a una vita da ottovolante. Come ha specificato nella ricerca il Bcg, una squadra retrocessa dalla Premier League alla seconda serie inglese può perdere più di due terzi del proprio fatturato annuo. Anche perché i costi continuano ad aumentare in maniera sproporzionata, raggiungendo il 64% dei ricavi contro il 50% previsto "d’ufficio" nelle leghe con tetto salariale. E per molte squadre, la spesa per i giocatori supera - non di poco - gli stessi introiti. 

Proprio per tentare di porre un argine a questa deriva del pallone, la Uefa da anni ha introdotto il "fair play finanziario": un tetto virtuale che limita la spesa dei club su stipendi, trasferimenti e commissioni pagate agli agenti al 70% dei ricavi. Un limite che a molte squadre di cartello è già costato multe salate e mercati bloccati, ma che è valido solo per chi si qualifica alle competizioni europee. E francamente, viste le spese pazze di alcune proprietà, non sembra neanche in vigore per tutti.

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Lamine Yamal, stella del Barcellona e della Spagna, infortunato a terra

Tra stanchezza e infortuni: un calendario troppo pieno -

 Da ultima c’è la questione dei calendari. Più soldi attira il calcio, più è forte e irresistibile per le società la tentazione di mettersi ancora più verdoni in tasca. Per questo negli ultimi anni è diventata abbastanza marcata la tendenza ad arricchire la stagione di partite nel modo più svariato e creativo possibile. Dalle tournée dall’altra parte del mondo al Mondiale per club esteso, dal nuovo formato a 36 squadre della Champions League fino alla Coppa del Mondo a 48 nazionali (e chissà tra quattro anni se non saranno di più). 

Un trend che ovviamente ricade sulla esaustione e sulla salute dei giocatori, gli unici che effettivamente scendono in campo e corrono per centinaia - se non migliaia - di minuti in più a stagione. Secondo la Professional Footballers' Association, la soglia di partite oltre cui aumentano drasticamente i rischi di infortunio è compresa tra le 50 e il 60 a stagione. Gran parte dei giocatori dei club di vertice la superano già oggi, tra impegni di squadra e nazionale.

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L'evento della Kings League, uno dei "nuovi campionati", allo Juventus Stadium

Cosa ci riserva il futuro del calcio: le quattro possibili strade -

 Di fronte a questi tre fattori, ormai non più trascurabili, sono quattro i "possibili domani" che potrebbero aspettare il gioco del calcio. Nel primo, i costi potrebbero stabilizzarsi ma senza riuscire a "democratizzare" lo sport: le limitazioni Uefa riuscirebbero dunque a contenere la spesa dei club senza fermare la crescita dei ricavi, ma un gruppo ristretto di squadre continuerebbe a distanziarsi sempre di più dal "resto del mondo". Nel secondo futuro possibile, le leghe minori riuscirebbero a fare fronte comune, unendo forze commerciali e calendari, invece di competere ciascuna per conto proprio. 

Oppure potrebbero essere gli stessi giocatori in primis a imporre un limite attraverso azioni collettive, trattative o regolamentazioni per imporre un numero massimo di partite. Da ultimo, come in parte sta già accadendo, potrebbero prendere piede prodotti secondari fondati su un gioco più breve, più "social" e più spettacolare. Campionati paralleli, che andrebbero semplicemente a intercettare il pubblico più giovane e, forse, più annoiato dal classico gioco del calcio.

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