Parliamoci chiaro: chi è abituato a frequentare LinkedIn convive ormai da tempo con il dubbio che sia un robot a scrivere la maggior parte dei post sulla piattaforma. E questo ben prima che si iniziasse a parlare davvero di intelligenza artificiale, studiando l'evoluzione di un video farlocco in cui l'avatar di Will Smith mangiava gli spaghetti. La comunicazione sulla piattaforma biancoblu pensata per il lavoro suona sempre così, un po' asettica e un po' auto-celebrativa, in un contesto in cui anche l'amico disoccupato da tempo immemore pare tenerci particolarmente a vantarsi delle sue "soft skills" e dei suoi "achievement". Con il proliferare delle AI però il bubbone è definitivamente esploso, creando una schiera di replicanti che si vantano con un linguaggio assolutamente irrealistico (mentre ti invitano a giocare a "Zip" tra un post e l'altro). Una situazione ormai invivibile cui LinkedIn ha deciso di dire basta, anche solo per una questione di sopravvivenza.
Troppa sbobba -
La nuova funzionalità pensata sulla piattaforma azzurro-bianca è quindi un pulsante che serve apposta a segnalare della possibile "AI slop" (in italiano "sbobba da intelligenza artificiale). Nella nostra lingua la dicitura appare un po' meno caratteristica in realtà, tradotta come “sembra contenuto IA scadente”, ma il senso in fondo rimane lo stesso. Porre un freno a chatbot e similari è una mossa non più rinviabile, come detto, e a confermarlo ormai sono anche i freddi numeri. Il Wall Street Journal ha diffuso i dati raccolti dalla startup Pangram Labs, specializzata nel rilevamento di contenuti fatti con l’intelligenza artificiale, certificando la gravità del problema: a giugno ben il 41 per cento dei post lunghi fatti sulla piattaforma e il 30 per cento dei commenti erano infatti stati scritti con l’IA. Si parla di un quantitativo ben superiore a quello di altri social, anche quelli più "liberi" in questo senso come per esempio X (che si ferma al 29 per cento).
Niente lavoro sul social del lavoro -
Il caporedattore e vicepresidente dei contenuti di LinkedIn Dan Roth ha detto sempre al Wall Street Journal che il grosso problema è rappresentato oggi soprattutto da quei contenuti che si piazzano in una zona grigia, troppo "umani" per essere finti e troppo artificiali per sembrare frutto di un cervello "vero". Va detto che la piattaforma si è messa nei guai anche da sola, propagandando negli scorsi mesi un'altra funzionalità che spingeva l'utente a "migliorare il post" con l'aiuto della nuova tecnologia. Povera IA, sedotta e abbandonata da LinkedIn. Nonostante l'ottimo curriculum sembrerebbe destinata a restare fuori da un sito pensato per trovare lavoro. Probabilmente anche per lei è arrivato il momento di sentirsi "troppo qualificata".