Il 6 agosto ricorreva l'ottantunesimo anniversario dello sganciamento da parte del bombardiere statunitense Enola Gay di Little Boy. L'ordigno atomico esplose a un'altitudine di circa 576 metri, cambiando per sempre la storia. Erano le 8:16 e 8 secondi a Hiroshima e, nei pochi secondi in cui venne sprigionata una potenza pari a 12500 tonnellate di tritolo, tutto venne distrutto. Niente sopravvisse, quantomeno nella medesima forma che aveva prima dell'esplosione: qualcosa, in quelle condizioni tragiche e irripetibili, tuttalpiù riuscì a trasformarsi e diventare qualcosa di nuovo. È il caso del nuovo materiale scoperto di recente da uno studio coordinato da un geologo italiano.
Un granello di sabbia molto speciale -
L'inedita lega metallica a sette componenti era rimasta nascosta per decenni sotto la sabbia giapponese della Baia di Hiroshima, prima di essere riportata alla luce nel 2019 dal professor Mario Wannier. Fu lui il primo ad accorgersi dell'esistenza delle sferule vetrose che oggi chiamiamo "hiroshimaite", pur non avendo idea della portata della scoperta. Per comprendere quanto quelle piccole sfere contenessero qualcosa di nuovo e speciale per l'industria della siderurgia è stato necessario attendere il 2026 e lo studio coordinato dal geologo Luca Bindi dell'Università di Firenze, un lavoro pubblicato su Science Advances che evidenzia l'esistenza di un materiale difficilissimo da replicare anche in un normale laboratorio.
L'analisi delle sferule -
Quando il team di Bindi ha analizzato al microscopio elettronico 34 di queste sferule rinvenute sulla spiaggia, larghe da poche centinaia di micrometri a qualche millimetro, si è subito accorto dei frammenti metallici intrappolati all'interno. Uno di questi in particolare ha richiamato l'attenzione dei ricercatori, che decisero di isolare quel granello microscopico per bombardarlo con i raggi X e ricreare la sua struttura atomica tridimensionale. Un'operazione complessa che tuttavia è arrivata alla fine a confermare l'ipotesi iniziale degli studiosi: mai prima si era assistito alla nascita di una simile lega metallica, né in natura né in laboratorio.
Una grande insalata di metalli -
Come fa notare il professor Bindi: "Ogni goccia di vetro è come un laboratorio in miniatura, che conserva tracce di reazioni chimiche che avvengono in un battito di ciglia". Ogni sferula si può considerare quindi un micro-laboratorio involontario non replicabile. A oggi nessuno potrebbe ricostruire le condizioni che ne hanno permesso la nascita. In estrema sintesi potremmo dire che per riuscirci bisognerebbe riprodurre un riscaldamento estremo cui far seguire un raffreddamento altrettanto fulmineo. È stato proprio questo processo quasi istantaneo il responsabile dell'insalata russa di metalli formata da sei ingredienti: ferro (circa 62,7%), cromo (14,7%), nichel (8,9%), molibdeno (3,7%), manganese (2,1%) e alluminio. Una ricetta non riproducibile anche per come questi ingredienti si sono trovati a essere "amalgamati". È infatti come se l'esplosione e il conseguente congelamento avessero colto di sorpresa gli atomi, impedendogli di mettersi d'accordo e organizzarsi in strutture più semplici e ordinate. Quello cui abbiamo assistito è quindi un incastro geometrico regolare, simile a una foto di gruppo scattata a sorpresa a dei soggetti che non sono riusciti a mettersi in posa.
Ambienti estremi danno risultati unici -
Al di là dei possibili usi pratici della scoperta, che vanno ancora valutati, ciò che davvero interessante è come questi granelli possano rappresentare quasi delle istantanee del momento. Le sferule hanno registrato le condizioni termodinamiche estreme vissute durante la detonazione, nel 1945, e le hanno conservate per ottantun'anni. Studiarle significa raccogliere dati importanti su un momento (si spera) unico, aggiungendo nuove informazioni a un corpus che non ha ancora smesso di crescere. Non a caso non è la prima volta che Bindi si occupa di una scoperta connessa a un'esplosione atomica. In un precedente studio aveva infatti già isolato un altro composto chimico inedito. In quel caso si trattava di un quasicristallo formatosi durante il primo test di una bomba atomica, il famoso esperimento condotto nel Nuovo Messico nell’ambito del progetto Manhattan che prese il nome di Trinity Test. A Fanpage il mineralologo italiano ha marcato le differenze tra i diversi studi, pur evidenziando come entrambi indichino in fondo un medesimo principio scientifico: "Gli ambienti estremi permettono di esplorare comportamenti della materia che raramente vengono raggiunti con metodi convenzionali di laboratorio".