Sul tetto del mondo. Martina Favaretto guarda tutti da lassù, dopo aver conquistato il titolo di campionessa del mondo nel fioretto individuale agli ultimi Mondiali Assoluti di scherma andati in scena a Hong Kong. Un oro iridato desiderato a lungo, sfiorato più volte e che ora è finalmente fra le sue mani. Non contenta però si è portata a casa un altro souvenir dalla trasferta asiatica. Una medaglia altrettanto luccicante: l'oro a squadre con il micidiale quartetto delle fiorettiste composto da Martina Batini, Arianna Errigo e Anna Cristino. La divisa e l'arma scandiscono le sue giornate, ma c'è un'altra divisa che Favaretto vorrebbe indossare un giorno. Quella tipica degli avvocati o addirittura dei magistrati: la toga. Sì, perché un argento olimpico, sette medaglie mondiali (tre a livello individuale), quattro europee (una a livello individuale) e un ruolo di primissimo piano all'interno del movimento azzurro della scherma sono il suo presente, ma non dureranno in eterno. Così, la 24enne veneta, che si racconta a Tgcom24, è già proiettata in avanti verso nuovi obiettivi: vincere un oro ai Giochi olimpici, chiudere gli studi e forse anche imparare a giocare a carte.
Come ci si sente a essere campionessa del mondo? Sembra un'espressione così grande.
In realtà non ho ancora ben realizzato. È una cosa grande, la volevo da tanto tempo. Ci ero arrivata vicino più volte, anche da Under 20. Questa frase, 'campionessa del mondo', era una cosa che cercavo tanto. L'emozione è stata tantissima e infatti non sono riuscita a trattenere le lacrime. Se ci penso dico ancora: 'Davvero l'ho fatto'. È una grande emozione.
Quanto hai inseguito questo oro mondiale?
I Mondiali sono la gara più importante per noi dopo le Olimpiadi. Era un obiettivo, un sogno, che è anche quello di tutti noi schermidori. Però, per un motivo o per un altro, non riuscivo mai a fare quel passo in più. Ho sempre vinto tante gare durante l’anno, ai Mondiali sono arrivata due volte terza. Mi sembrava che questo momento non arrivasse mai. È sempre stata una questione più emotiva che di tecnica o scherma. Ho sempre pensato: 'Chissà se la mia emotività mi permetterà di vincere i Mondiali, di riuscire a vincere una gara che dà un titolo'. Questa cosa mi stava molto stretta. Da anni lavoro con uno psicologo dello sport che mi ha aiutato tanto nel mio percorso per superare questa emotività: l’ansia, la gestione. Che mi facevano mancare negli appuntamenti più importanti. Da un po’ ho visto un vero cambiamento. Nell’ultimo mese, dopo gli Europei non finiti bene, con il mio psicologo ci siamo sentiti praticamente tutti i giorni per cercare di trovare motivazione, forza e imparare ancora di più a gestire le emozioni. Sono arrivata carica questa volta al Mondiale. C’era ansia, ma l'ho sempre avuta sotto controllo e l'ho trasformata in voglia di vincere. È stata una rivincita contro me stessa.
L’esito negativo degli Europei aveva minato la tua fiducia nel percorso di avvicinamento ai Mondiali?
Inizialmente aveva pesato abbastanza. Arrivavo da una buonissima stagione di Coppa del Mondo e avevo paura di buttare via tutto di nuovo. Sono una che, nonostante i successi, ha sempre bisogno di conferma. Vinco, ma cerco subito la riconferma. Non per dimostrare qualcosa a qualcuno. Più per dimostrarlo a me stessa. Se tutto va male, nella mia testa cominciano a insinuarsi un po' di dubbi. Dopo gli Europei lo psicologo mi ha preso e mi ha detto: 'Adesso ci sentiamo tutti i giorni'. Questo mi ha aiutato tantissimo a ritrovarmi, ritornare sui pensieri giusti e positivi e non iniziare a immaginare i peggiori scenari. Mi è servito per tornare carica.
A che punto del tuo percorso hai capito di poter davvero arrivare all’oro?
Un punto di svolta c'è stato sicuramente quando ho vinto l'assalto per la semifinale riservata ai migliori quattro. Già lì ero sicura di avere una medaglia. Ho disputato il torneo con l'obiettivo minimo di arrivare a medaglia. Ho sempre cercato di affrontare le gare assalto per assalto, pensando prima all’obiettivo minimo. Una volta entrata nei migliori quattro mi sono detta: ‘Ci siamo, adesso andiamo per l’oro. Ricominciamo la gara’.
Affrontare Arianna Errigo, in un derby tutto azzurro in finale, è stato più orgoglio o pressione?
In generale tirare contro una compagna di squadra è sempre più difficile. Prima di tutto a livello emotivo e poi perché si sa: nel panorama gli schermidori italiani sono tra i più forti. Nell’affrontare Arianna Errigo c'è stata sicuramente un po' di pressione, ho dovuto dare tutto quello che avevo. È stato ancora più difficile perché era la finalissima: da lì uscivano un vincitore e un secondo. È una grande campionessa, sono stata brava perché nonostante la pressione non mi sono lasciata intimorire. Comunque, condividere il podio con una compagna di squadra è sempre un orgoglio. Anche per l’Italia e per il movimento scherma.
Com’è stato ritrovarla qualche giorno dopo nella gara a squadre?
Per noi è la normalità. Per esempio, nel circuito di Coppa del Mondo gare individuali e a squadre sono attaccate. Siamo consapevoli di essere compagne, ma prima di tutto siamo avversarie. Noi italiane però siamo ancora più brave perché la competizione interna è fortissima: ognuno lotta per sé stesso e il proprio obiettivo, ma poi siamo capaci di mettere da parte tutto per lo scopo comune, per vincere a squadre. Aiuta il fatto che andiamo d’accordo, c’è un bel clima fra noi. Separare gare individuali e di gruppo e poi cambiare mentalità è una cosa cruciale nella scherma e noi riusciamo a farlo veramente bene. Penso si veda, è una cosa molto bella.
© Bizzi/Federscherma
Dopo aver battuto una leggenda come Errigo in finale, ti senti un po’ la nuova stella femminile della scherma azzurra?
A me piace sempre rimanere con i piedi per terra, è difficile che mi monti la testa. Con Arianna abbiamo tirato tantissime volte in questi anni. A volte ho vinto io, a volte ha vinto lei. È sempre stata una sfida difficile. La prima volta che l’ho battuta è stato emozionante, per il fatto di essere riuscita a competere con uno dei miei idoli. Adesso però non mi sento né più né meno forte. Siamo tutte sullo stesso livello e so che oggi ho vinto, ma domani posso perdere.
Cosa rende la scherma azzurra fra le squadre più forti del mondo?
Noi abbiamo una grandissima tradizione in Italia e questo fa la differenza. Anche la tecnica incide molto. A differenza di altre nazioni, noi schermidori azzurri abbiamo tutti un modo diverso di tirare. Abbiamo poi molte scuole nel nostro paese, ognuna con il suo stile. Tutto questo ci rende meno identificabili. Negli ultimi anni moltissimi maestri italiani sono andati a insegnare all’estero, fortificando altri movimenti. Oggi ci sono squadre che prima non c’erano.
Qual è il rapporto fra voi ragazze del fioretto? Cosa vi rende imbattibili?
C'è un bel rapporto. Siamo sempre andate molto d’accordo e questo è un punto di forza per la squadra. Riusciamo sempre a sostenerci a vicenda. Passiamo molto tempo insieme per via delle gare e abbiamo modo di condividere molto fra noi. Chiaramente ci sono amicizie più strette, qualcuno si frequenta anche fuori dalla pedana. Altri no, perché viviamo in luoghi diversi. Ma quando siamo insieme il bel clima si sente, c’è un rapporto stretto.
Come vi piace trascorrere il tempo insieme fra una gara e l’altra?
Questa fa ridere. Giochiamo molto a carte, qualsiasi tipo di carte. Io però ho un problema: odio giocarci, non conosco alcun gioco. Le mie compagne mi invitano sempre, cercano di coinvolgermi. Mi dicono: ‘Vieni che ti insegniamo’, ma io dico sempre di no. Spesso c’è bisogno di un giocatore e mi chiamano. Sono disperate, piano piano cercano di portarmi dentro. E io rispondo: ‘Vi guardo soltanto’. Altrimenti ci sono i giochi da tavolo.
Gli studi in giurisprudenza: come stanno andando?
Con gli esami sono a metà. Attualmente sto andando un po' più lentamente del normale: voglio dare il 100% alla scherma. Però voglio anche costruirmi qualcosa per il futuro, per quando smetterò. Non voglio trovarmi spaesata una volta conclusa la carriera. Quando chiuderò con la scherma voglio avere un’alternativa. Gli studi servono a crearmi qualcosa di parallelo.
Quanto è difficile conciliare studi, sport, viaggi, gare, esami?
Non è facile gestire tutto. Ci sono dei periodi, come quello che sto attraversando adesso, dove metto in pausa lo studio per dare priorità alla scherma, per dedicarle tutto, essendo uno sport molto mentale. Oltre che fisico. All’interno dell’anno ovviamente ci sono dei momenti più tranquilli. È tutto un gioco di incastri, si va a periodi. Fondamentale per me è l’organizzazione. Un po’ la scherma, un po’ di studio. Questo mi farà anche andare più lenta, ma credo sia la chiave per fare bene entrambe le cose.
© Bizzi/Federscherma
Cosa hanno in comune scherma e giurisprudenza?
Direi la disciplina. La giurisprudenza ha le leggi, il concetto di legalità. La scherma è uno sport dove ci sono delle regole, il rispetto dell’avversario. Il rispetto dello statuto direi. La prima cosa che viene sottolineata ai bambini quando si avvicinano alla scherma è l’importanza della disciplina. Le vedo in maniera simile: entrambe ti danno un determinato indirizzo.
Tra cinque o dieci anni ti vedi ancora con il fioretto in mano?
Cinque penso di sì, dieci non lo so. Non vorrei una carriera troppo lunga, non voglio arrivare a tirare fino a 40 anni. Ho degli obiettivi che voglio raggiungere per potermi ritenere soddisfatta. Una volta raggiunti, qualora ci riuscissi, non escludo che potrei dire basta e cambiare vita. Vorrei che la scherma rimanesse un capitolo e poi riuscire ad affermarmi in giurisprudenza. Che sia avvocato o magistrato.
Restando in tema obiettivi: hai ancora qualche sfizio da toglierti nella scherma?
Questo dei Mondiali è stato un obiettivo centrato. Nella mia testa ci sono la vittoria di un Europeo, di un Mondiale e di un oro olimpico. Primo su tutti resta l’Olimpiade, adesso si pensa a Los Angeles 2028. Vorrei riuscire a prendermi una medaglia, possibilmente l’oro. Questa sarebbe una grandissima cosa da aggiungere alla carriera.
La scherma è un’ossessione?
Non vorrei che lo fosse, ma in realtà lo è. Alcune volte ho la testa completamente immersa nella scherma, soprattutto quando le gare vanno male. Dentro di me però sento che sarebbe meglio staccare un po’, perché il contrario mi crea molta ansia e pressione. Sono una che vuole essere sempre al primo posto, che vuole sentirsi sempre al massimo. Questo mi crea ansia in più, per questo a volte vorrei vivere tutto con più serenità. Ci sto lavorando. La scherma è ossessione, ma vorrei mitigare questa sensazione.
Quanto è importante staccare la spina dallo sport?
Molto, lo sto capendo negli ultimi anni. Staccare serve per ripartire, altrimenti si corre il rischio di arrivare a un appuntamento carichi di stanchezza, pressioni. Imparare a prendersi del tempo per sé stessi non significa non essere concentrati. A volte basta anche un giorno.
Cos’è Martina Favaretto fuori dalla scherma?
Mi piace tantissimo viaggiare. Non ho la possibilità di fare molte vacanze, ma la scherma mi permette di vedere il mondo. È perfetto. Mi piace mangiare, scoprire nuovi cibi e nuove culture. Ho anche una forte passione per il make-up. Quando faccio viaggi in Asia faccio incetta di maschere, creme. Una passione nata guardando video sui social, poi ho imparato con le mie mani. È un modo per prendersi cura di sé stessi.
Qual è il posto più bello in cui ti ha portato la scherma?
L’Asia mi piace molto. Sono innamorata di Shanghai. Non mi ci ha portato la scherma, ma mi è piaciuta tantissimo anche New York. L’Asia resta la parte che mi piace di più e che ho avuto possibilità di vedere tramite la scherma.
Un sogno nel cassetto non sportivo?
Diventare magistrato. Ho ancora tempo per capire bene e decidere. In generale diciamo riuscire a fare una carriera nel mondo della giurisprudenza. Un sogno sarebbe centrare gli obiettivi nel lavoro e creare una carriera soddisfacente, così come sono riuscita a fare nella scherma.