La locomotiva si è fermata

Guccini, "Dio è morto" ma le sue canzoni gli garantiranno un'infinita resurrezione

La dimensione autobiografica è stata importante nell'epica gucciniana, capace di raccontare il suo autore ma anche un po' di noi. Oggi ci resta un canzoniere di 161 brani che formano un discorso che non smetterà mai di arricchirsi di senso e di poesia

di Manuel Santangelo
© Dal Web

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In questi giorni in cui era tornato d'attualità Omero e la sua opera in tanti avevano recuperato Odysseus di Francesco Guccini. Un brano magari non tra i più celebri ma sicuramente paradigmatico nella capacità del nostro di congestionare con successo nella forma canzone non solo il poema epico ma anche l’Ulisse di Dante, la Itaca di Kavafis e la A Zacinto di Ugo Foscolo. Guccini d'altra parte era così, capace di mischiare alto e basso, di risultare intimo eppure al contempo in grado di raccontare una storia collettiva. Era il Sacro Graal della musica italiana, il nome tutelare cui tutti provavano a rubare qualcosa. Eppure la sua storia non aveva nulla di ultraterreno: era lui stesso a tenere i piedi ben piantati nel terreno della sua Emilia. Per questo forse, per raccontarlo, potremmo proprio partire da quel brano in cui Guccini si immedesimava in Ulisse e cantava "l’anima mia che è contadina, un’isola d’aratro e di frumento”. Anche la personale odissea gucciniana partiva in fondo da lì, dalla terra e da quelle "radici" che intitolarono un fortunato album, per poi farsi spazio a colpi di parole in un empireo riservato a pochissimi cantanti e poeti.

Una "piccola storia ignobile" che parlava di noi -

   Era un cantastorie Francesco Guccini, orgoglioso di esserlo. Un aedo capace di cantare le epoche senza mettersi mai davanti alla narrazione con la "enne" maiuscola ma senza far mai dimenticare nemmeno che, attraverso quelle storie, lui parlava in primis di sé. Per questo forse rifiutava l'idea di aver scritto mai brani politici, nonostante per molti lui rappresentasse l'epitome del cantante impegnato: "Io non ho mai scritto canzoni politiche", aveva dichiarato in un'intervista a Gianni Mura: "Se poi anche oggi il privato è politico (ma non ne sono così sicuro), una canzone come Piccola storia ignobile è fortemente politica, oltre che profondamente umana”. Il politico è umano insomma nella visione dell'artista, non si possono scindere le due cose e forse proprio per questo alla fine aveva deciso di aprire uno dei suoi LP più personali e celebri con appunto una "piccola storia ignobile", a prima vista molto lontana da lui.

Eppure nella triste sorte di una ragazza di buona famiglia che rimane incinta e viene ripudiata da famiglia e amante, c'era nascosto in piena vista proprio Guccini. C'era quella provincia tanto amata ma anche piena di difetti che è l'humus in cui l'artista è cresciuto, conscio che quell'habitat era perfetto anche per apprendere le piccole e grandi meschinità della vita. Guccini aveva compreso quanto questo brano fosse perfetto per aprire un lavoro come Via Paolo Fabbri 43, una narrazione in musica così personale da avere per titolo un indirizzo di casa. Perché quella Italia era Guccini e raccontarla significava aprire una finestra anche su ciò che aveva rappresentato davvero quell'infanzia contadina e "bertolucciana", non sempre e solo bucolica. Un pezzo di vita mai lasciato indietro e al centro di un altro album indimenticabile come Radici, che non era che la naturale prosecuzione del percorso di questa "locomotiva" poetica mai uscita dai binari (giusto per ricordare il brano forse più famoso di quel disco).

"Cyrano" e "In morte di S.F.", una canzone per un'amica da cui partire -

  Nel 1996 Guccini si definiva ancora "solo un povero cadetto di Guascogna", identificandosi nel protagonista della sua Cyrano. Facendo tuttavia subito dopo presente come non sopportasse, nella sua infinita e semplice umanità, "la gente che non sogna". Proprio quella capacità di guardare oltre, di non esaurirsi nei lazzi di un successo effimero, gli ha permesso di non avere mai paura di nulla, nemmeno della morte. Guccini probabilmente fino all'ultimo le avrà fatto una pernacchia, ricordandole come già agli esordi non avesse paura di esorcizzarla in In morte di S.F. Il brano (conosciuto anche col titolo Canzone per un'amica) faceva parte della sua prima prova su disco Folk Beat, n. 1 del 1967 ma ebbe vita lunga al punto da rappresentare l'apertura di tutti gli ultimi concerti del nostro. Una scelta che era forse una maniera di associare l'inizio dell'esibizione in pubblico a quell'orgasmo che i francesi chiamano "la petit mort". O magari semplicemente un modo per ricordare che ciò che comincia ha già in sé già il seme dell'epilogo, la nostalgia intrinseca del ricordo.

"La locomotiva" continua sui binari -

  Aprire il concerto a quel modo era un modo per spostare le attenzioni e le aspettative. In fondo Guccini non faceva altro che replicare sul palco quello che fece  a suo tempo il protagonista occulto de La locomotiva, il brano che segnava sempre senza possibilità di bis la fine del rito collettivo gucciniano.  Al pari del macchinista anarchico Piero Rigosi che “dirottò” un treno merci guidandolo dalla stazione di Poggio Renatico a quella di Bologna, anche Guccini dirottava in fondo il suo pubblico sui binari a lui più congeniali. La locomotiva altro non era che la lettera d'amore di un uomo che ha sempre vissuto secondo le sue regole, a costo anche di rinunciare a un disco d'oro in più, a una villa sul mare con annessi domestici. "Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati, causa e pretesto, le attuali conclusioni, credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi avrei scritto canzoni?", si chiedeva ne L'avvelenata, sapendo bene come quella fosse una domanda retorica senza bisogno di risposta. Tanto chi lo ha amato, come la prima moglie cui dedicò Vedi cara o Eskimo, era riuscito a farlo andando pure oltre le estrazioni sociali differenti suggerite in quelle ballate.

"L'avvelenata" controvoglia -

  Il Maestrone derogava alla sua morale, al suo gusto, solo per assecondare ogni tanto il suo pubblico. Un pubblico che d'altra parte non era fatto da fan ma piuttosto assomigliava a una comunità con un insieme di valori umani e politici condivisi. Si trattava alla fine di una parte di Guccini, un’estensione che il nostro accettava di assecondare regalandogli anche brani che lui non amava fino in fondo come appunto proprio quella hit involontaria, L'avvelenata. Quella canzone che lui bollava come una composizione "sopravvalutata" ma che in fondo raccontava se stesso più di altre, anche attraverso un linguaggio che poteva rasentare l'aulico o diventare triviale come a tratti qui. Perché in fondo Francesco Guccini era capace di assecondare un po' solo chi lo ascoltava col cuore, in casi estremi, ma di certo non la critica o il giornalista di turno, incarnato ne La avvelenata da Riccardo Bertoncelli.

"Dio è morto" ma niente rimpianti da "Autogrill -

 " Oggi Dio è morto, per citare quel brano che Guccini aveva prestato a tutti (dai Nomadi a Caterina Caselli) senza riuscire a staccarselo mai di dosso. Lo cantava quasi con gioia il Maestrone quell'anatema quasi blasfemo, quello slogan di cui non gli sfuggiva l'ironia. Lui che dalla morte di Dio era partito metaforicamente, registrando alla SIAE quel brano come il primo a suo nome, oggi riderebbe dei salamelecchi e di tutti quelli che ne proveranno a fare un santino, un esempio di moralità artistica da portare in processione laica.

Guccini non vorrebbe mai che ci approcciassimo al suo addio con lo stesso spirito che lui abbracciava in Autogrill, con quella malinconia che fa rivedere di un amore solo ciò che poteva succedere e non è accaduto. Quella canzone parlava di un viaggio senza inizio nè fine ma oggi la parte triste di questa visione pare destinata ad appassire, a scomparire. Sarebbe stato d'accordo probabilmente pure il nostro, che oggi ci inviterebbe piuttosto a mettere da parte i rimpianti per abbracciare la poesia come unico rimedio alla caducità dell'esistenza umana.

Ciao Francesco, vai a "Culodritto" come un vero "Odysseus" -

 Probabilmente andrebbe via a "Culodritto" (per citare un altro brano indissolubilmente legato alla sua autobiografia), verso nuove rotte a noi sconosciute ancora per un po' come un eroe greco, senza dimenticarsi di ringraziare "chi un giorno mi ha cantato… Donandomi però un’eterna vita, racchiusa in versi, in ritmi, in una rima. Dandomi ancora la gioia infinita, di entrare in porti sconosciuti prima". Chiudiamo come abbiamo iniziato, citando gli ultimi versi di Odysseus e tutto sembra tornare, come se quel canzoniere da 161 canzoni in fondo servisse a formare un unico grande discorso coeso. Come nella sua Il vecchio e il bambino qui non stiamo celebrando l'ultima parola di quella poesia quanto piuttosto il passaggio di testimone da una generazione all'altra, da un mondo all'altro. Sempre con le stesse parole, quelle di Francesco Guccini, che il tempo ammanterà ancora di nuovi significati.

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