"Spegni la mente; rilassati e lasciati trasportare dalla corrente; non è morire. Abbandona ogni pensiero; arrenditi alla voce: risplende. Affinché tu possa vedere il significato di ciò che è dentro: è essere". La voce e le parole di John Lennon ancora oggi, a sessant'anni tondi di distanza, suggeriscono al meglio come farsi colpire dai 14 proiettili cantati di Revolver, l'album che i Beatles pubblicarono il 5 agosto 1966, esattamente sessant'anni fa. Non c'è atarassia inconsapevole a ogni modo nelle parole citate all'inizio da Tomorrow Never Knows, ma piuttosto la scelta di cercare una nuova dimensione percettiva ed esistenziale. Quasi come in Matrix l'ascoltatore si rivede in quel Beatle che viene bruscamente riportato alla coscienza in I’m Only Sleeping, dove i sussulti della musica sembrano pillole blu ingurgitate una dopo l'altra, passi di avvicinamento a una tana del Bianconiglio che affascina e spaventa, un po' come tutto lo stesso Revolver.
Più famosi di Gesù -
L'album emerse a nemmeno un anno di distanza da Rubber Soul, aumentando probabilmente la portata disorientante e rivoluzionaria di quel lavoro. Rappresentò un cambio di passo netto, possibile solo a una band con un'autostima pari a quella dei Beatles del periodo. I quattro di Liverpool sapevano di essere in uno stato di grazia e non avevano paura nemmeno di dire "siamo più famosi di Gesù" alla stampa americana poco prima dell'uscita della loro ultima fatica. Lì per lì un'affermazione del genere provocò lo sdegno di parte del pubblico USA, ma la dimensione del lavoro fece presto andare in prescrizione le accuse di blasfemia.
D'altra parte questi erano i Beatles ambiziosi ma ancora coesi del 1966, quelli capaci di trovare al meglio un punto di incontro tra le loro diverse sensibilità. "La prima cosa che è successa con il nuovo album", raccontò John Lennon al Melody Maker, "è stata che Paul e io abbiamo deciso che dovevamo vederci. Ci frequentavamo socialmente, ma abbiamo deciso che era arrivato il momento di metterci seriamente al lavoro. Incontrarsi è il primo passo, e non è sempre il più facile. Poi, quando ci troviamo, a casa mia o a casa di Paul, cominciamo a pensare alle canzoni". La struttura di comando era insomma chiara, una macchina oleata alla perfezione dove tutti gli ingranaggi si muovevano all'unisono: John e Paul si scambiavano idee, creavano assieme, e poi andavano in studio dove George e Ringo portavano le loro suggestioni, integrandole nel magma creativo iniziale.
Tutti frutti -
Revolver si piazzava a metà tra Rubber Soul, che manteneva una scarna ma autentica anima folk-acustica, e Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, un disco sempre psichedelico ma ambizioso e barocco già dalla copertina. Pur non arrivando alla prosopopea del successore, l'album del 1966 rimaneva comunque talmente innovativo da portare i Fab Four a compiere una scelta forte: smettere di suonare dal vivo mentre si registrava, almeno finché non si fosse trovato il modo di far funzionare certi brani anche fuori dagli studi di Abbey Road. I Beatles avevano cominciato infatti a usare lo studio in maniera diversa, sperimentando pure con le voci sovrapposte. Non si trattava più di una mera sala di incisione ma piuttosto di un vero e proprio laboratorio, dove si incontravano sonorità indiane, chamber pop, psichedelia, rock, jazz e soul di ispirazione Motown.
All the lonley people -
Il rischio che tutto si andasse ad amalgamare alla fine in un pesante "mappazzone" era concreto, soprattutto alle orecchie di chi non aveva mai approcciato nulla di simile. Si prenda un brano come Eleonor Rigby: non solo aveva suggestioni orchestrali ma metteva al centro della narrazione una persona anziana e sola, un soggetto tutt'altro che attraente o comune per il pop ancora oggi. Paul McCartney lo sapeva ma non lo percepiva come un problema, anzi: creava apposta una ballata su una zitella, rivedendosi forse nel personaggio di quel Father McKenzie, che "scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà".
Si trattava di una scelta forte, che nemmeno i colleghi furono in grado di capire subito. Ray Davies dei Kinks associò la canzone quasi a un esercizio di stile, arrivando a dire: "Riesco a immaginare John che dice: La scriverò per la mia vecchia maestra". L'accusa era insomma quella di aver prodotto un esperimento scolastico, che mischiava Haydn e il Brahms "ungherese" a tavolino.
Pollock su Picasso -
Retrospettivamente tuttavia ci sentiamo di sconfessare l'idea che Revolver fosse un lavoro pensato apposta per farsi prendere sul serio. Nel qual caso non si sarebbero infatti inseriti allegri divertissement come Good Day Sunshine di McCartney o la sempre sua Got to Get You Into My Life, ispirata al soul Motown al punto da essere pensata per venire registrata negli studi dell'etichetta. Dentro Got to Get c'erano James Brown, il free jazz, Otis Reeding e soprattutto i fiati. Non a caso il brano verrà poi ripreso dagli Earth, Wind & Fire in un curioso caso di riappropiazione culturale, che terminerà in un tributo dell'ensamble di September alla marijuana.
Va poi considerato in questo discorso l'apogeo leggero del disco, quella Yellow Submarine che era di fatto una filastrocca e che il solito Davies bollò come "davvero un mucchio di spazzatura". Ai tempi molti etichettarono certi brani come cadute di stile, episodi che compromettevano l'equilibrio del disco. L'album tuttavia appare oggi perfettamente bilanciato proprio grazie a queste pennellate vivaci e anarchiche, che ricordano un po' l'action painting di Pollock messo a ribaltare le prospettive geometriche di un Picasso cubista.
Solo per oggi, i Beatles -
C'erano poi le suggestioni indiane, portate nel gruppo da George Harrison che nel disco crea composizioni di ispirazione orientale attraverso il sitar. Certi strumenti si rivelano fondamentali per ribaltare le coordinate spaziali all'interno cui si muove Revolver che, d'altra parte nasce proprio dall'amore per un lavoro seminale come The Psychedelic Experience scritto dai ricercatori di sostanze psichedeliche Timothy Leary , Ralph Metzner e Richard Alpert. Esso viene esplicitamente citato nella già discussa Tomorrow Never Knows che, inizia incrociando rumori della natura e suoni orientaleggianti fino a integrarli naturalmente nel suono dei Beatles. Un disco di questa varietà, con alla base una tale psichedelia anarchica (rafforzata da esperimenti filmici come la pellicola Yellow Submarine) era un unicum, una finestra sul mondo possibile solo in quel brevissimo lasso di tempo. Bob Dylan si inserì a suo modo nel solco con Blonde on Blonde ma poi tornò a battere altre strade e così fecero pure Beach Boys e Rolling Stones. Reggere un tale livello di creatività senza vincoli era complesso, sia per chi quella creatività la trasformava in arte sia per chi di quella stessa arte fruiva.
Il revolver dei Beatles non aveva cartucce infinite ma, finché sparò, arrivò dritto al cuore di molti. Robert Rodriguez, autore di Revolver: How the Beatles Imagined Rock n' Roll, è ovviamente tra i fan dell'album e lo definisce "l'apice artistico" della band: "Privo dell'autocoscienza datata di Sgt. Pepper, Revolver è intriso di ispirazione laddove Pepper appare calcolato. Una vera collaborazione a quattro, con ogni Beatle che rema nella stessa direzione, mai nella loro carriera avevano compiuto un salto così audace nell'ignoto, scoprendo cosa si celava oltre l'orizzonte del paradigma rock esistente. È una collezione senza tempo di stili eclettici, ognuno dei quali dimostra la padronanza del gruppo di tutti i generi, persino di quelli che stavano inventando all'epoca."
For No One -
Oggi la critica musicale tende a considerare l'opera del 1966 l'inizio dell'età "adulta" dei Beatles. Quando ti stancavi degli allegri motivetti dei primi Fab Four caricavi il "Revolver". Senza questo lavoro non avremmo avuto il brit-pop e l'indie rock. In pratica tutta la musica con le chitarre degli anni Novanta, dagli Stone Roses agli Oasis, passando per Pavement, Radiohead e Dinosaur Jr, deve qualcosa a questo lavoro. John Lennon chiuse il disco con un invito a non imprigionare quel lavoro, e in genere la musica tutta, in un range di tempo e spazio preciso: "Quindi gioca al gioco dell'esistenza fino alla fine, dell'inizio, dell'inizio". Revolver è ancora sessant'anni dopo un nastro di Moebius, senza principio né epilogo. Una magia che si ripete senza preoccuparsi degli effetti avuti sul passato e delle ripercussioni che provocherà ancora in futuro. Perché in fondo Tomorrow Never Knows. E va bene così.