La recensione

Spider-Man è diventato grande e (purtroppo per lui) ha i nostri stessi dolori di crescita

Hanno invecchiato l'Uomo Ragno, chi sia stato non si sa, però è stata una buona idea. In "Spider-Man: Brand New Day" il nostro eroe diventa un 30enne medio, in burnout per il troppo lavoro e con amici e fidanzata che si dimenticano di lui

di Manuel Santangelo
© IPA

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"Dio è morto, Marx pure, e anche l'Uomo Ragno non si sente molto bene". La tentazione di rielaborare la celebre citazione di Woody Allen per parlare dell'ultima avventura di un altro newyorchese doc come Spider-Man è quasi irresistibile. D'altra parte in Spider-Man: Brand New Day la Grande Mela torna finalmente a essere setting privilegiato delle oscillazioni dello "spara-ragnatele", tramutandosi nel perfetto teatro metropolitano per i turbamenti di Peter Parker. Nessuno ha ucciso l'Uomo Ragno ma il nostro eroe pare comunque al crepuscolo, come questa malinconica New York ripresa quasi sempre al tramonto. Destin Daniel Cretton esordisce alla regia del cinecomic Marvel per eccellenza e decide di chiarire sin dalla prima inquadratura quale sarà il tono della pellicola, puntando su una fotografia desaturata e un'estetica più cupa che non eravamo abituati ad associare a Spider-Man ormai da un po'. Sono lontani i "tempi dell'amichevole ragno di quartiere" incarnato da Andrew Garfield nella passata trilogia. Anzi, arrivato alla quarta pellicola, persino lo Spider-Man interpretato da Tom Holland ha abbandonato i colori pastello e pare più "triste, solitario y final" che mai.

Spider-Man in burnout -

 C'è un'aria crepuscolare che si respira in tutto Brand New Day. Peter Parker è stato fagocitato dalla sua identità segreta e di lui è rimasto solo l'ultimo brandello, quello che depreda i fioristi per ornare la tomba di zia May o per imbucarsi nella casa del suo ex migliore amico e della sua ex fidanzata con un regalo di rappresentanza. Dopo quanto accaduto in Far from Home, per colpa di Mysterio, persino gli affetti a lui più cari si sono scordati di Peter: tutti hanno memoria solo di Spidey il supereroe, che è rimasto solo e prova a dimenticare la propria vita privata inesistente immergendosi nel lavoro. Non è rimasto più nulla del ragazzino che poteva sempre contare su Ned e MJ per garantirsi un momento di leggerezza o una stilla di amore. Sotto la tuta rosso-nero-azzurra si nasconde ormai un uomo logorato a cavallo tra i venti e i trent'anni, sull'orlo del burnout da lavoro. Peter Parker ha dovuto lasciare da parte amicizie e fidanzata per dedicarsi alla carriera da vendicatore. Ma, ora che tutti sembrano lontani e lo hanno dimenticato, non gli resta che guardarli attraverso i social e magari mettergli qualche cuoricino alle storie dal suo sfigatissimo monolocale in città.

C'è chi dice no all'Uomo Ragno -

 Per quanto non sia possibile trasformare il protagonista in un Fantozzi che fa parkour tra i grattacieli, in questo film non tutto si sistemerà per Spider-Man. Il nostro dovrà addirittura arrivare a dover gestire il rifiuto della persona che ama. MJ (Zendaya) glielo dice chiaro e tondo: "Sono certo che tu fossi innamorato della persona che ero con te ma ora quella persona non sono più io". La ragazza è costretta a spiegare a Peter che non può ricambiare il suo sentimento in quanto non lo conosce davvero, ha un altro fidanzato e non può cambiare la sua intera esistenza per qualcuno con cui non condivide più alcuna memoria. Quanto sarebbe stato facile far ricongiungere con un pretesto i due protagonisti ma qui si sceglie un'altra strada: Spider-Man addirittura riporta a casa MJ dopo averne accettato il "no" (da bravo ragazzo modello). L'epilogo del film, con la stretta di mano "particolare" tra il nostro e Ned, sembra quasi suggerire un'amara verità: l'amicizia è qualcosa di più facilmente recuperabile dell'amore.

Triste, solitario y final -

 L'amico può tornare, l'amore forse no. Peter/Spidey deve convivere con questa constatazione in una pellicola in cui, forse per la prima volta, dà la sensazione di intraprendere un percorso di crescita: non ha più sua zia May, non può contare più su un mentore come Tony Stark/Iron Man nel suo super-lavoro. Certo può confrontarsi con Punisher e Hulk ma stavolta lo fa da pari, non guarda più i "colleghi" dal basso verso l'alto come qualcuno che ha ancora molto da imparare. Spider-Man è diventato grande insomma e non ha più nemmeno il costume super-tecnologico elargitogli da Stark: deve accontentarsi di una tuta cucita a mano da lui nel monolocale, un outfit povero da cui si vedono per la prima volta le orecchie e in controluce gli occhi. Niente più armatura piena di gadget: un nuovo costume per una nuova identità.

È il mio corpo che cambia, nella forma e nel colore... -

 Anche le ragnatele diventano quindi una metafora di crescita. Ora sono organiche, figlie della mutazione animalesca in atto e (come già nella trilogia firmata da Sam Raimi) è impossibile non pensare al parallelo tra la ragnatela e un altro fluido biancaccio e appiccicoso che si associa al risveglio sessuale: lo sperma (non a caso l'idea era presente addirittura nella sceneggiatura del mai realizzato Spider-Man di James Cameron). In fondo Brand New Day è tutto un film incentrato sul tentativo da parte dei protagonisti di reprimere la loro parte più animalesca, sensuale e senza controllo. Da Spider-Man a Hulk passando per Jean Grey: tutti provano a inibirsi o finiscono per essere inibiti. Nel caso di Peter Parker sembra addirittura che il corpo risponda all'overwork perdendo i suoi limiti.  Questo Uomo Ragno è in fondo molto uomo ma anche molto ragno. Anzi, nel film diventa sempre più animalesco, al punto da avere momenti in cui i suoi elementi aracnoidi paiono prendere il sopravvento. Tanti critici hanno non a caso evidenziato come si tratti di un film molto incentrato sul corpo, arrivando a scomodare persino il lavoro di David Cronenberg. In quest'ultimo caso si può soprassedere parlando di un'esagerazione bella e buona anche se resta interessante il discorso (che effettivamente si fa) sul corpo di Spider-Man inteso come corpo della star, sempre analizzato e idolatrato dal suo fandom.

Il superpotere come disabilità -

 C'è poi da prendere in esame il personaggio di colei che inizialmente viene presentata come l'antagonista della pellicola, Jean Grey (una bellissima Sadie Sink). Anche in questo caso la riflessione sul corpo si fa centrale, con lei che è in grado di passare da un'identità all'altra impossessandosene in maniera simile a quanto accade in horror recenti come It Follows o Smile. Chi conosce poi il personaggio di Jean dai fumetti sa benissimo come nella saga di X-Men il superpotere venga visto quasi come una disabilità, qualcosa che rende speciali ma al contempo limita e attira sguardi indesiderati. I dispositivi universali per sedare i sintomi di una condizione particolare in quest'ottica appaiono quindi quasi come dei tutori, degli aiuti, spingendo a una vera e propria medicalizzazione degli aspetti psico-biologici più forti.

Modi diversi per gestire un trauma -

 C'è inoltre anche una dimensione emotiva da gestire in questi supereroi. Ognuno ha un trauma diverso e prova a gestirlo a suo modo. Hulk arriva a buttarsi quando si rende conto di essere fuori controllo mentre Spider-Man prova a gestire il suo cambiamento accettando una solitudine che in parte è quasi autoimposta. Peter Parker è meno sensibile di questa Jean Grey, che non è ancora Fenice, e appare bloccata in un'età in cui non si può dire né piccola né grande, ma deve comunque convivere con un trauma simile a quello della ragazza. La morte, il senso di perdita è gestito tuttavia dall'Uomo Ragno con la caratteristica ingenuità: la ferita porta il nostro a sbagliare e a provare subito dopo a rimediare. Una reazione molto diversa da quella di Jean, che almeno inizialmente, si lascia andare a una furia cieca dopo la scomparsa della sorella.

Peter Balto -

 Peter Parker è come Balto: non sa se è il ragazzo alla ricerca di se stesso o Spider-Man per buona parte del film. Solo quando riesce a far convivere le due identità riesce a svoltare e a evitare di ripercorrere le orme del suo nuovo amico Frank Castle/The Punisher (cui presta il volto un perfetto Jon Bernthal). Quest'ultimo infatti è un essere umano indurito dalla vita, che ha dovuto somatizzare la scomparsa dei suoi cari e nascondersi dietro la scorza da duro. Peter sa benissimo che rischia di fare quella stessa fine e, per evitarlo, si attacca a chiunque possa rappresentare per lui una fuga da quella solitudine in cui si sta chiudendo: arriva ad appoggiarsi persino a Frank, uno con "qualche problemino", e a una cinquantenne ispettrice di polizia pur di avere un qualche rapporto umano.

Concentrarsi sulle patate grandi -

  La svolta dell'eroe si concretizza solo quando quest'ultimo accetta le sue responsabilità ed è impossibile non associare in questo percorso di crescita l'ultimo Spider-Man al Telemaco dell'Odissea di Christopher Nolan, due personaggi tra l'altro interpretati entrambi da Tom Holland. Anche se poi questo Uomo Ragno è un po' anche Ulisse, quando si impone di non ricordare, lasciandosi andare a un diritto all'oblio tanto obbligato quanto quasi anelato. Alla fine Peter esce dalla spirale auto-distruttiva in cui stava cadendo quando decide di smettere di pensare alle questioni risibili della sua vita, concentrandosi su ciò che è davvero importante per lui. Prendendo a prestito la metafora più volte ripetuta nel film dalla nuova Vedova Nera cui presta il volto Florence Pugh, l'Uomo Ragno comprende di dover mettere da parte le "patate piccole" per pensare alle "patate grandi".

"Non è la caduta. È l'atterraggio" -

 Non è in fondo che l'ennesima accettazione del mantra "da grandi poteri derivano grandi responsabilità", che tortura il supereroe aracnide dai suoi esordi. Perché in fondo si ritorna sempre lì, incastrati in una ragnatela che non lascia spazio a un'opzione diversa dall'accettazione del proprio destino. Spider-Man continuerà a buttarsi dai grattacieli ma alla fine arriverà sempre la sua dimensione di supereroe ad attutirgli l'impatto: d'altra parte, come si diceva in una pellicola molto diversa ma meravigliosa come L'odio di Mathieu Kassovitz,  "il problema non è la caduta ma l'atterraggio". Almeno per gli umani, almeno per Peter Parker. L'Uomo Ragno invece può sopravvivere a tutto, anche all'oblio. Al massimo dovrà guardarsi da "quelli della mala o dalla pubblicità", soprattutto dopo aver fatto uno sgarbo "a qualche industria di caffè".

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