sempre più aiuti di Pechino a Teheran

La Cina in aiuto all'Iran con missili, satelliti e tecnologia dual use

La cooperazione tra Pechino e Teheran si è estesa anche al settore della difesa. Si alzano timori per la visita di Xi negli Usa

di Serena Console
© Istockphoto

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Almeno 400 sistemi missilistici anti-aereo trasportabili a spalla, i cosiddetti Manpads (acronimo che sta per man-portable air-defense systems), arriveranno in Iran dalla Cina. Il punto di partenza è Hong Kong, quello di passaggio il Pakistan, la destinazione ultima la Repubblica islamica che da oltre cinque mesi è in guerra con gli Stati Uniti e Israele. Il costo della partita è di 60-70 milioni di dollari, risultato del contratto firmato con Zhongqing Baoshang International Investment, una società con sede nell'ex colonia britannica che, secondo le fonti, agisce come intermediaria tra la parte iraniana e il fornitore Zhong Qing Bao Shang con sede a Pechino. Le ultime indiscrezioni della Reuters mettono in luce come Teheran stia diversificando tecnologie e componenti dell'arsenale a sua disposizione contro gli Usa e Israele. Anche se il ministero degli Esteri cinese ha smentito all'agenzia stampa britannica dicendo siano "notizie completamente prive di fondamento".

Cosa dice l'accordo -

 La cooperazione tra Pechino e Teheran non riguarda solo l'energia e il commercio, ma si è estesa anche al settore della difesa. I due Paesi sono legati dal Partenariato Strategico Globale, della durata di 25 anni, che prevede investimenti cinesi per 400 miliardi di dollari nella Repubblica islamica, e dall'adesione dell'Iran a organismi internazionali guidati da Cina come i Brics e la Sco (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) e la Belt and Road Initiative. Eppure, dall'inizio dei bombardamenti israelo-statunitensi, lo scorso 28 febbraio, che hanno portato tra le altre cose all'uccisione dell'ayatollah Ali Khamenei, la Cina non ha offerto segnali di sostegno ufficiali e confermati.

I carichi che hanno raggiunto l'Iran si sono mossi lungo canali in cui operano intermediari e alleati. È così, per esempio, che Teheran ha ottenuto il sistema satellitare della compagnia privata cinese BeiDou per sostituirlo al Gps americano. Una scelta non casuale, che ha anche risvolti anche militari. Appoggiarsi a tecnologie satellitari cinesi ha consentito all'Iran di minimizzare i rischi di spegnimento della rete da Washington e, soprattutto, di colpire con maggiore precisioni gli impianti petroliferi e le basi statunitensi nel Golfo con droni e missili. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche non sarebbero stati possibili senza il supporto tecnologico di alcune aziende private cinesi.

Ma è proprio la natura dual use di queste tecnologie a consentire a Pechino di mantenere un margine di ambiguità: si tratta infatti di componenti destinati formalmente ad applicazioni civili, ma potenzialmente impiegabili anche in ambito militare. Non sorprende, quindi, che nei mesi scorsi, l'amministrazione Trump ha imposto sanzioni contro alcune società cinesi accusate di aver fornito immagini satellitari a Teheran. Ma, come afferma a TgCom24 Stefano Vernole, analista geopolitico e vicepresidente del Centro Studi Eurasia Mediterraneo, "si tratta di aziende private e non di un'assistenza riconducibile direttamente allo Stato cinese". Il governo di Pechino, infatti, insiste nel distinguere tra il coinvolgimento diretto dello Stato e quello di imprese, intermediari e reti commerciali private. Una linea difensiva che, tuttavia, non cancella come componenti elettronici, precursori chimici, sistemi di navigazione satellitare e macchinari di origine cinese stiano sostenendo i programmi missilistici e dei droni di Teheran.

La scelta strategica di Pechino -

 Il trasferimento della tecnologia satellitare e armamenti di difesa cinesi serve ad aiutare l'Iran a difendere i propri cieli. Da tempo il comparto militare iraniano presenta punti di forza ben definiti, come il settore dei droni e quello missilistico, ma anche criticità evidenti, in particolare nella difesa contraerea. "Il contributo cinese avrebbe riguardato sistemi in grado di colmare proprio queste lacune difensive", afferma a TgCom24 Silvia Boltuc, analista geopolitica, e direttrice di SpecialEurasia. In questo contesto, i Manpads risultano particolarmente efficaci contro elicotteri, droni e velivoli che operano a bassa quota, soprattutto durante le fasi iniziali di un attacco.

La loro caratteristica principale è la mobilità: a differenza delle grandi batterie missilistiche fisse, facilmente individuabili dai satelliti e quindi più esposte ad attacchi preventivi, i Manpads possono essere impiegati da due operatori, sono leggeri, facilmente trasportabili e occultabili. Già lo scorso aprile una nota della Cia sosteneva che Pechino stesse valutando il trasferimento clandestino all'Iran di Manpads attraverso Paesi terzi. L'ipotesi ha assunto ulteriore rilievo dopo che il presidente Donald Trump ha dichiarato che a bordo di una nave iraniana sarebbe stato rinvenuto "qualcosa di pericoloso" di fabbricazione cinese.

Il banco di prova di Pechino -

 Il Medio Oriente diventa così un laboratorio operativo per l'industria militare cinese, anche se il Paese guidato da Xi Jinping ha sempre negato di aver fornito armamenti all'Iran. "Per Pechino, che dispone di un apparato militare in rapida espansione ma non è coinvolta direttamente in conflitti di ampia scala dalla fondazione del suo esercito, questi scenari rappresentano anche un banco di prova per testare l'efficacia delle proprie tecnologie e dei nuovi sistemi d'arma in un contesto operativo reale, anche contro equipaggiamenti impiegati da Paesi della Nato e dagli Stati Uniti", osserva l'analista Boltuc.

In cambio del sostegno politico ed economico cinese, l'Iran ha garantito per anni forniture energetiche a prezzi fortemente scontati rispetto alle quotazioni di mercato, che avvengono attraverso il sistema finanziario cinese. La Repubblica islamica, dilaniata dalle sanzioni internazionali applicate per il suo programma nucleare, sopravvive economicamente grazie al petrolio: oggi Pechino acquista circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano, circa il 10% dell'approvvigionamento cinese di greggio mondiale. Un affare che fa gola a Pechino, nonostante i limiti. Per aggirare le sanzioni, le spedizioni iraniane viaggiano su una flotta fantasma di petroliere con transponder (sistemi che trasmettono e ricevono dati sulla posizione, la rotta e la velocità delle imbarcazioni) spenti, così da rietichettare il petrolio proveniente da Malesia o Indonesia. E questa è stata la moneta di scambio che regola i rapporti tra Teheran e Pechino.

I contatti tra Pechino e Houthi -

 I Paesi arabi chiedono alla Cina di usare la propria influenza per riaprire Hormuz e frenare Teheran, ma Pechino è spinta a tutelare i suoi interessi. Nelle scorse settimane, secondo diverse indiscrezioni, il governo cinese avrebbe avviato contatti con gli Houthi, il movimento armato sciita che controlla gran parte dello Yemen, per garantire il passaggio delle proprie petroliere nel Mar Rosso meridionale senza il rischio di essere attaccate. I contatti sarebbero nati dopo che il gruppo filo iraniano aveva annunciato l'intenzione di impedire l'accesso ai porti sauditi e di imporre un pedaggio per il passaggio nel Mar Rosso.

Il ministero degli Esteri cinese non ha confermato l'esistenza dei colloqui, ma i dati di tracciamento navale di LSEG e MarineTraffic indicano che, dal 20 luglio, almeno quattro petroliere cinesi hanno caricato greggio nei porti sauditi attraversando lo Stretto di Bab el-Mandeb, nonostante le restrizioni imposte dagli Houthi. "L'eventuale introduzione di un pedaggio per il transito delle navi commerciali costituirebbe un precedente significativo nel diritto internazionale. Anche se già esistono modelli simili, come il contributo volontario previsto nello Stretto di Malacca, l'imposizione di tariffe su una delle principali rotte commerciali mondiali rappresenterebbe una novità destinata ad aumentare i costi del commercio globale e ad alimentare nuove tensioni diplomatiche", avverte la direttrice di SpecialEurasia.

Il Mar Rosso è quindi l'altra polizza assicurativa dell'Iran, dopo lo Stretto di Hormuz. "Diversi Paesi del Golfo stanno sviluppando oleodotti alternativi per esportare il petrolio senza transitare dallo Stretto di Hormuz - aggiunge Boltuc - mentre anche l'Iraq punta a diversificare le proprie rotte di esportazione. Per evitare di perdere questo vantaggio strategico, Teheran rafforza il coordinamento con gli Houthi, che controllano una parte cruciale del traffico nel Mar Rosso. In questo modo, anche il petrolio che raggiunge il mare attraverso condotti terrestri continua a dipendere dal passaggio dello Stretto di Bab el-Mandeb, dove il movimento yemenita conserva un importante potere".

Tra cautela e ambiguità -

 "La Cina sostiene politicamente l'integrità territoriale e la sovranità della Repubblica islamica, ma non ha interesse ad alimentare un'escalation militare nella regione", precisa l'analista Vernole, sottolineando le relazioni che la Repubblica popolare ha con Arabia Saudita, Egitto, Emirati e altri produttori del Golfo, dai quali dipende la sua sicurezza energetica e i progetti che rientrano sotto l'ombrello della Belt and Road Initiative. Il suo sostegno si mantiene quindi sul piano diplomatico, economico e tecnologico, senza tradursi, almeno ufficialmente, in un'assistenza militare diretta.

Anche perché in agenda c'è il viaggio del leader cinese Xi negli Usa il prossimo 24 settembre. Ne ha parlato Donald Trump, che ha respinto qualsiasi coinvolgimento o assistenza cinese alla nemica Repubblica Islamica e lasciando intendere di voler concentrare il prossimo faccia a faccia sulla cooperazione nel campo dell'intelligenza artificiale. Ma "resta difficile immaginare che la leadership cinese sia disposta a compromettere anni di delicato bilanciamento diplomatico tra Washington e Teheran autorizzando il trasferimento di sistemi d'arma così sensibili", dichiara a TgCom24 Alessandro Arduino, docente affiliato presso il Lau China Institute del King's College di Londra e fellow al Royal United Services Institute (Rusi), oltre che autore di "La Guerra è cambiata" (Enaudi). Un'operazione di questo tipo, precisa Arduino, rappresenterebbe infatti un'escalation significativa, destinata a mettere Pechino in aperta rotta di collisione con gli Stati Uniti, soprattutto in una fase particolarmente delicata delle relazioni bilaterali e alla vigilia di un possibile incontro ai massimi livelli tra Xi Jinping e Donald Trump. 

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