BAGHERIA

Simona Cinà morta in piscina, la Procura chiede l'archiviazione: "Fu un tragico incidente"

Esclusa l'ipotesi dell'omicidio per la pallavolista di 20 anni. Secondo i magistrati di Termini Imerese Simona Cinà aveva bevuto molto alcol

© Tgcom24

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Svolta nell'inchiesta sulla morte di Simona Cinà, la giovane pallavolista di 20 anni trovata senza vita sul fondo di una piscina durante una festa di laurea a Bagheria a Palermo. Decisivi gli esiti dell'autopsia, gli accertamenti tossicologici e le testimonianze raccolte. Per la Procura di Termini Imerese non emergono responsabilità penali: "Nessun elemento per sostenere l'ipotesi di un omicidio". Ora sarà il giudice a decidere sulla richiesta di archiviazione.

A quasi un anno dalla tragedia, la Procura di Termini Imerese ritiene che la morte di Simona Cinà sia stata il risultato di un tragico incidente e non di un'azione violenta. I magistrati hanno depositato la richiesta di archiviazione dell'inchiesta relativa al decesso della ventenne pallavolista, trovata morta nella piscina di una villa di Bagheria nella notte tra l'1 e il 2 agosto 2025, mentre era in corso una festa di laurea. La richiesta è stata trasmessa alla segreteria del giudice per l'udienza preliminare, che dovrà ora fissare l'udienza e pronunciarsi sull'eventuale archiviazione definitiva del procedimento.

Gli accertamenti: nessun segno di violenza sul corpo -

 Secondo la ricostruzione della Procura, gli esami medico-legali rappresentano uno degli elementi centrali dell'inchiesta. Gli accertamenti autoptici non avrebbero evidenziato lesioni, graffi, ematomi o altri segni compatibili con un'aggressione. Nella richiesta di archiviazione i magistrati scrivono che "si può escludere con certezza che Simona Cinà sia entrata in acqua perché trascinata o trattenuta contro la sua volontà da parte di terzi fino a provocarne l'annegamento", evidenziando "l'assoluta mancanza di segni, lesioni, graffi, ematomi, lividi e, in ogni caso, di tracce di alcun tipo rinvenute sul suo corpo". La Procura sottolinea inoltre che "non è stato documentato o rinvenuto alcun segno di violenza riconducibile a dinamiche di tipo sessuale", elemento che rafforzerebbe la conclusione degli investigatori.

Il ruolo dell'alcol: un tasso alcolemico molto elevato -

 Tra gli elementi ritenuti determinanti figurano anche gli accertamenti tossicologici. Le analisi hanno escluso la presenza di sostanze stupefacenti, farmaci o droghe sintetiche, mentre hanno evidenziato una concentrazione di alcol etilico particolarmente elevata. Secondo quanto riportato nella richiesta di archiviazione, Simona Cinà presentava un'alcolemia di circa 2,94 grammi per litro, un valore che gli inquirenti definiscono tossicologicamente elevato e tale da compromettere gravemente coordinazione, capacità motorie, vigilanza e stato di coscienza. La Procura richiama anche le testimonianze raccolte durante le indagini, secondo cui la giovane avrebbe consumato numerosi cocktail nel corso della serata prima della tragedia.

Uno dei punti sui quali si concentra il ragionamento degli inquirenti riguarda l'ipotesi dell'omicidio, sempre sostenuta dai familiari della ragazza. Per i magistrati questa ricostruzione non trova riscontri investigativi. Nella richiesta si legge infatti che sarebbe stato "impossibile per tutti i presenti, in quel momento non meno di trenta persone, non accorgersi di un episodio eclatante", come una colluttazione avvenuta nei pressi della piscina o direttamente in acqua. Secondo la Procura, sarebbe del tutto inverosimile immaginare che oltre trenta invitati, molti dei quali neppure si conoscevano tra loro, abbiano assistito a un omicidio scegliendo poi di mantenere il silenzio senza che emerga alcun movente credibile.

Le testimonianze raccolte durante l'inchiesta -

 Gli investigatori hanno ascoltato tutti i partecipanti alla festa di laurea. Nessuno ha dichiarato di aver visto il momento in cui Simona Cinà è finita in acqua. Per la Procura questa circostanza è compatibile con quanto avvenuto quella notte. Il volume della musica era molto alto e gli invitati erano impegnati in attività diverse, tra chi ballava, chi conversava, chi si cambiava e chi si era allontanato. Molti avevano inoltre consumato bevande alcoliche, elemento che avrebbe inciso sulla capacità di percepire quanto stava accadendo. I magistrati ritengono quindi plausibile che nessuno abbia assistito direttamente agli ultimi istanti della giovane.

La ricostruzione della Procura -

 Pur precisando che non è possibile stabilire con assoluta certezza cosa sia accaduto nei circa venti minuti precedenti al ritrovamento del corpo, gli inquirenti ritengono ragionevole concludere che, una volta entrata in piscina, Simona non sia più riuscita a riemergere autonomamente. La richiesta di archiviazione evidenzia che non è possibile stabilire se la ragazza sia entrata volontariamente in acqua oppure abbia perso improvvisamente i sensi, ma ribadisce che non esistono elementi investigativi capaci di sostenere l'ipotesi di un intervento violento da parte di terzi.

Il dolore della famiglia e i dubbi mai superati -

 Fin dall'inizio dell'inchiesta i familiari della giovane pallavolista hanno contestato la ricostruzione degli investigatori. Assistiti dall'avvocato Antonio Ingroia, hanno sempre sostenuto che Simona non fosse morta per un semplice annegamento, ipotizzando che qualcuno potesse averla spinta in piscina dopo averle somministrato sostanze. Gli esami tossicologici, tuttavia, hanno escluso la presenza di droghe o altre sostanze psicotrope, mentre le indagini non hanno individuato elementi idonei a sostenere questa ricostruzione.

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