Qui non si citeranno Coppe, scudetti, vittorie, sconfitte e men che meno cifre, numeri o eventi ben noti. Qui c'è del dolore innanzitutto, e poi una nuvola scura piena di sentimenti personali e fortissimi che partono da una maglia, quella del Milan, in un'epoca in cui il rosso e il nero si alternavano in strisce molto sottili. Stupende. Amatissime. A un certo punto dell'infanzia, quella maglia venne riempita - si fa per dire - da uno che sembrava solo un po' meno bambino, anche lui esile, col faccino, non proprio alto. E infatti si sentivano i milanisti grandi che lo chiamavano "piscinin", piccolino, così come mio padre faceva con me. Pure il nome di battesimo aveva da piscinin, quel bambino più grande, Franchino lo aveva chiamato il suo papà. Che così come la mamma, non riuscì a fare in tempo a vederlo debuttare 18enne a San Siro con la squadra che - grazie al benedetto olfatto calcistico di Italo Galbiati - lo tesserò fottendosene delle sue dimensioni, a differenza di un altro club con sede a Milano.
Franchino si presentò al mondo come Franco e in poche settimane di Serie A evolvette in Franz, perché "el par el Beckenbauer". Un piccolino che a 18 anni, in campo, se li mangiava tutti, grandi e grossi, scarsi e campioni. Il suo scatto e i suoi riflessi erano impressionanti e se arrivava a tiro del pallone andava a contrasto, in anticipo, in scivolata come se non ci fosse un domani. Conquistato il possesso, se aveva 10 metri davanti ripartiva palla al piede in modo talmente veloce che lasciava una scia rossonera negli occhi. Questo anche perché Franco - forse per sembrare meno piscinin, chissà - l'adorata maglia la portava fuori dai pantaloncini al punto da coprirne il bianco. E allora via, in cortile o al parco noi cuoricini rossoneri con fuori la maglietta dai pantaloni, sopra gambette da sedani. C'era un idolo nuovo, un altro da imitare. Il Milan vinse lo scudetto e non era "uno scudetto", era il primo, era la Stella. Finalmente. Lasciava Rivera, l'origine della specie, ma era planato lui, Franz, e vai con i sogni di gloria.
Invece, ecco il precipizio. Il Diavolo che rotola giù dalle scale, e noi piccoli fans con lui. Le scommesse, la Serie B, una volta, due volte, roba da stendere un tifoso fatto e finito. Nella notte, la scialuppa di salvataggio chiamata Franco, l'ultimo appiglio a una fede stuprata in lungo e in largo. C'è sempre Franco, Franco è rimasto, Franco è uno dei campioni del mondo ed è diventato il Capitano, vale ancora la pena essere milanisti. Si andava ogni domenica buona a San Siro, anche col Rimini o col Campobasso, e l'unica cosa che manteneva un contatto con il piano di sopra erano ancora e sempre quelle azioni da padrone del campo, quella forza quasi innaturale per il tipo che appariva. Nel fragile, improvvisato Milan pre-Berlusconiano, il Franz più grande, davvero immenso, un eroe wagneriano. Il mondo l'avrebbe scoperto da Sacchi in giù, ma lì ormai era discesa, facile (quasi, eh?) con quella compagnia di giro. Chi non c'era non può sapere, quelle domeniche, quel calcio non sono su YouTube. C'è solo Franco Baresi, scandivano Fossa e Brigate, e mai coro da curva è stato più realistico. La squadra era lui, intorno qualche bravo giovanotto e tanti comprimari, la baracca la reggeva il 6. In un Milan-Juventus 0-3 del 1984 in cui Manzo e Carotti sfidavano i mondialisti dell'82 accompagnati da Platini e Boniek, rimanemmo in 10 uomini al minuto 3 perché Oscar Damiani decise di prendere a cartoni Cabrini. Il Capitano, folle di rabbia agonistica e no, tenne testa da solo, letteralmente da solo, per 70 minuti prima di capitolare.
Per queste partite, per questo genere di messaggio, di risposte vere che venivano restituite alla nostra passione e al nostro immaginario, noi ci fondemmo tutti in Franco, e lui in noi. Una cosa sola, la stessa appartenenza, lo stesso punto focale, che era il Milan. Se c'era il Capitano, non bisognava avere paura, mai, perché lui non ne aveva. "Domenica c'è il derby, Altobelli ci fa sempre gol" "C'è Franz, la portiamo a casa". E spesso accadeva. Questo era il tono. Tutta l'enormità sportiva, i titoli, i trofei, la strameritata affermazione mondiale, il riconoscimento dello status di fuoriclasse che sono venuti dopo paradossalmente hanno solo corredato un affetto, una devozione già totalizzante prima. E mai, mai intaccata da nulla e niente, a dispetto di un dopo-calcio in cui quel leader maximo, quel condottiero assoluto di spogliatoi dorati si è ripiegato man mano in ruoli di contorno se non addirittura creati su misura, perché lui era ancora e sempre il Capitano. Lo vedevamo in queste passerelle liofilizzate con quel sorriso tirato, con la piega delle labbra, il taglio degli occhi, la smorfia che facevano trapelare il sottofondo delle sofferenze, dei dispiaceri, dei dolori e degli inciampi di cui è stato vittima abbastanza costante, in campo e soprattutto fuori, nonostante il suo status di leggenda. Ha fatto più danni il destino di tanti centravanti, a Franco, e questo consumato all'Humanitas di Milano è stato quello definitivo.
Ed è per tutto questo che oggi un po' di noi hanno le gambe molli, hanno occhi che partono spesso verso punti inesistenti. È per questo che un po' di noi vagano a caso mentre sentono parlare al bar, mentre leggono tonnellate di post (sinceri: mica tutti, però) scritti da gente che per la maggior parte non sa, non immagina, non sente del male. È per questo che un po' di noi ha pianto, perché ora senza Franz torna la paura, innanzitutto quella della morte. E quella che con lui muoia anche il Milan, che ha impersonificato e impersonificherà come nessun altro mai. E questo Milan, agli antipodi dei valori e dei significati passati da Franco Baresi, fa effettivamente pensare al peggio. Capitano guarda giù, chiama la linea, proteggici come hai sempre fatto in tutte quelle domeniche, quei mercoledì sera. Guarda, ho anche ritirato fuori la camicia dai pantaloni.