Doveva essere la guida della transizione ecologica globale, ma alla fine anche la Banca Mondiale, con la decisione di non rinnovare l'obiettivo del 45% dei finanziamenti a progetti con benefici climatici, ha seguito quel trend che da qualche anno a questa parte si sta imponendo sul mondo occidentale: cancellare, ridurre o modificare i piani "green".
Nel 2019 la transizione ecologica sembrava destinata a diventare il nuovo paradigma economico mondiale. L'Unione europea aveva lanciato il Green Deal, un piano di investimenti da almeno mille miliardi di euro con l'obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050; negli Stati Uniti, l'amministrazione Biden aveva accelerato ulteriormente con l'Inflation Reduction Act e una serie di incentivi per le energie pulite.
Ma pochi anni dopo lo scenario è profondamente cambiato. Il primo spartiacque è arrivato nel 2022, con l'invasione russa dell'Ucraina. Lo shock energetico provocato dal crollo delle forniture di gas russo ha costretto l'Europa a rivedere le proprie priorità: la sicurezza energetica è tornata al centro dell'agenda politica, mentre molti Paesi hanno rimandato la chiusura di centrali a carbone o investito nuovamente in gas naturale per sostituire le importazioni da Mosca. Da quel momento, è iniziata un progressivo cambio di approccio.
Dopo le elezioni europee del 2024, per esempio, la nuova Commissione ha avviato una revisione di diversi dossier del Green Deal, con l'obiettivo dichiarato di ridurre gli oneri burocratici per le imprese e rafforzarne la competitività. Tra i temi più discussi c'è il futuro del divieto di vendita delle auto con motore termico dal 2035, diventato il simbolo delle politiche climatiche europee. Il dibattito è alimentato anche dalla crescente concorrenza dei produttori cinesi di veicoli elettrici, considerata da molti governi e costruttori europei un fattore di squilibrio competitivo.
Negli Stati Uniti il cambio di rotta è diventato ancora più netto il 20 gennaio 2025, quando il presidente Donald Trump, durante il primo giorno del suo secondo mandato, ha firmato gli ordini esecutivi per il ritiro degli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi, segnando una discontinuità rispetto alle politiche climatiche dell'amministrazione Biden. E sullo sfondo di questo scenario, anche istituzioni come la Banca mondiale, nonché diverse aziende, hanno iniziato ad arretrare sugli obiettivi climatici.
Anche la finanza internazionale rallenta -
Un segnale particolarmente significativo è arrivato dalla Banca Mondiale, considerata per anni uno degli attori centrali nel finanziamento globale della lotta ai cambiamenti climatici. L'istituzione, del cui capitale gli Stati Uniti detengono da soli circa il 16% (che permette loro, di fatto, di avere un potere di veto sulle più importanti decisioni), ha deciso di prorogare il proprio Climate Change Action Plan 2021-2025, ma senza confermare l'obiettivo che prevedeva di destinare il 45% dei finanziamenti a progetti con benefici climatici. Il mancato rinnovo del target non significa formalmente l'abbandono dei finanziamenti climatici.
La Banca Mondiale, sotto Donald Trump, ha infatti dichiarato di voler continuare a sostenere progetti legati alla riduzione delle emissioni, all'adattamento ai cambiamenti climatici e alla resilienza delle economie più vulnerabili. La differenza principale è però nel metodo: l'istituzione passa da un obiettivo numerico sulla quota di risorse destinate al clima a un approccio più orientato alla valutazione dei risultati ottenuti, di cui restano due indicatori: le emissioni di gas serra e il numero di beneficiari con maggiore resilienza.
Decisione "sconfortante e sconcertante" -
Per il presidente di Social Impact Agenda per l’Italia, Stefano Granata, la decisione della Banca Mondiale è "sconcertante, oltre che sconfortante, soprattutto visti i risultati già conseguiti finora". Certo, dichiara il presidente a Tgcom24, "c'erano degli aggiustamenti da fare, ma mi sembra che fosse una direzione riconosciuta". Per Granata, è un segnale di come l’individualismo stia prendendo il sopravvento a scapito della cura per la comunità e per le generazioni future: "Purtroppo è tutto in linea con quanto sta accadendo a livello globale, dove sembra che non si abbia più cura di tutto ciò che concerne l’interesse comune, ma prevalgono interessi e valori individuali a discapito di altri: non a caso il livello delle disuguaglianze sta crescendo sempre di più. Inoltre, c'è una situazione climatica che è sotto gli occhi di tutti e, al di là di non avere nessuna sensibilità verso le nuove generazioni, si ha proprio la sensazione che si viva alla giornata cercando di estrarre più valore possibile da tutto ciò che c'è intorno, per l'interesse di alcuni".
Tutto ciò, continua Granata, "fa rima non solo con lo scadimento delle questioni climatiche, ma anche di quelle sociali: è evidente che sono all'ultimo posto della finanza in questo momento". Un segnale, per il presidente di Sia è che "il livello culturale mondiale, a livello dei grandi decisori, sia obiettivamente scaduto: si hanno orizzonti molto bassi e non c'è segno di speranza di un’inversione di tendenza".
Anche le imprese cambiano strategia -
Il cambio di passo della politica si riflette anche nelle strategie delle grandi aziende. Nella maggior parte dei casi non si tratta dell'abbandono degli obiettivi di neutralità climatica, ma di un rallentamento della transizione, con maggiori investimenti nelle attività tradizionali, tagli ai progetti rinnovabili o revisioni dei target fissati negli anni del Green Deal.
Bhp -
La più grande società mineraria al mondo, Bhp, ha bloccato o rinviato progetti destinati a ridurre fortemente le emissioni e ha valutato in modo riservato scenari per posticipare i principali investimenti di transizione green nelle operazioni di estrazione del ferro nell'Australia occidentale, fino ai prossimi due decenni. A rivelarlo, documenti interni riservati ottenuti dal britannico Guardian e dal programma di inchiesta australiano "Four Corners" dell'emittente Abc. I "Bhp files", come sono stati ribattezzati dai media, mostrano come il colosso australiano abbia abbandonato i piani per un impianto necessario per ridurre significativamente le emissioni e congelato i progetti di energia rinnovabile destinati ad alimentare le operazioni nella vasta e ricca regione del Pilbara. Decisione che sarebbe arrivata nonostante la contrarietà degli azionisti, che si erano espressi per un'azione urgente in favore dell'ambiente. È stato ignorato anche il via libera del Consiglio di amministrazione a un impianto di energia solare considerato come strategico. In risposta, Bhp ha affermato di essere ancora concentrata sui propri obiettivi di riduzione delle emissioni e di averle tagliate del 36% rispetto ai livelli del 2020, citando un'analisi che la indica come una delle migliori aziende per performance climatica tra le grandi società quotate in Borsa.
Bp -
La British Petroleum è forse il caso più emblematico del cambio di rotta. Già nel 2025 l’azienda aveva annunciato il ritorno al petrolio e al gas, riducendo gli investimenti nella transizione energetica, presentando una strategia che prevedeva un aumento degli investimenti in oil & gas fino a 10 miliardi di dollari l'anno e un forte ridimensionamento delle risorse destinate alle energie pulite. Sulla scia di questa inversione di marcia, come riportato da Reuters e dal Financial Times, la società energetica sarebbe già allo stadio avanzato delle trattative con un consorzio sostenuto dal fondo sovrano del Kuwait per la vendita della sua divisione solare, Lightsource. Pochi giorni prima che venisse riportata la notizia, verso l’inizio di luglio, Bp aveva segnalato una svalutazione di un miliardo di dollari relativa alle sue attività legate alla transizione verde (in cui probabilmente rientra la stessa Lightsource).
Shell -
La major petrolifera britannica Shell prosegue la transizione energetica, ma con un approccio diverso rispetto agli anni precedenti. Il gruppo ha progressivamente ridotto il peso degli investimenti nelle energie rinnovabili, privilegiando le attività considerate più redditizie, come il gas naturale liquefatto (GNL), il trading energetico e l'upstream. La strategia, avviata nel 2023 e consolidata nel 2024, non segna un abbandono degli obiettivi di decarbonizzazione, ma una loro ridefinizione secondo criteri di rendimento finanziario. In questa direzione si inserisce anche la cessione di Sprng Energy, uno dei principali operatori di energie rinnovabili in India, venduto nel luglio 2026 per 1,8 miliardi di dollari ad Aditya Birla Renewables. Secondo Reuters, l'operazione conferma il riposizionamento di Shell verso petrolio, gas e GNL, mentre gli investimenti nella transizione si concentrano su tecnologie come cattura e stoccaggio della CO₂, biocarburanti, batterie e infrastrutture energetiche a maggiore redditività.
Equinor -
La compagnia norvegese Equinor ha ridotto gli obiettivi di sviluppo delle rinnovabili: già nel febbraio 2025 (spiega Reuters) aveva abbassato il target di capacità installata da fonti rinnovabili entro il 2030, spiegando che il settore è stato penalizzato dall'aumento dei costi, dall'inflazione e dalle difficoltà della catena di approvvigionamento. Nel luglio 2026, poi, la società ha annunciato che restituirà più liquidità agli azionisti, dato che l'aumento dei prezzi del petrolio e del gas durante la guerra le ha garantito guadagni molto alti. Allo stesso tempo, sempre secondo quanto riportato dall’agenzia britannica, Equinor ha fatto sapere che è in atto una riduzione degli investimenti nelle energie rinnovabili a causa della debole domanda.
Ford -
Nel settore automobilistico, Ford ha rallentato la corsa verso l'elettrico dopo diverse perdite e la decelerazione della domanda di veicoli a batteria. Il gruppo ha deciso di mantenere gli investimenti nella mobilità elettrica, ma adotta una strategia più prudente, puntando su modelli EV più economici, sugli ibridi e su un approccio tecnologicamente flessibile.