Oltre 70 miliardi di dollari. Precisamente 71 miliardi e 400 milioni. È la cifra che servirebbe per ricostruire Gaza. Il numero non riguarda soltanto i beni materiali, come per esempio gli edifici, ma è proprio il costo complessivo per riportare Gaza a condizioni minime di funzionamento economico e sociale nell'arco di circa dieci anni. L'allarme è stato lanciato da Oxfam attraverso "© Palestina. Tutti i diritti riservati.", una campagna di sensibilizzazione sulla causa palestinese, e tramite un report di oltre 130 pagine realizzato in collaborazione con il Palestine Economic Policy Research Institute (Mas) e il Palestine Trade Centre (PalTrade).
Lo scenario che ne emerge è inquietante: oltre ai 71,4 miliardi di dollari necessari per ricostruire, ai quasi due milioni di sfollati e agli oltre 73mila morti, si stima che a Gaza lo sviluppo umano sia tornato indietro di almeno sette decenni. Per porre rimedio a tutto ciò c'è solo un modo, stando allo studio: la rinascita di Gaza non può essere solo un progetto infrastrutturale o finanziario, ma deve essere guidata esclusivamente dai palestinesi in tutte le sue fasi.
La cifra per la ricostruzione -
Il report si basa sul Rapid Damage and Needs Assessment (RDNA) dell'aprile 2026. Il RDNA è una metodologia standardizzata a livello globale per valutare in modo rapido i danni fisici, le perdite economiche e i conseguenti bisogni di ricostruzione subito dopo un disastro naturale o un conflitto armato. Secondo questa valutazione il fabbisogno complessivo per il recupero e la ricostruzione di Gaza ammonta a 71,4 miliardi di dollari, considerando i prossimi dieci anni circa. Questo numero è addirittura superiore alla mera stima dei danni causati dalla guerra con Israele (stimati in 57,9 miliardi) poiché comprende elementi come rilancio economico, ricostruzione delle istituzioni pubbliche, programmi sociali e sanitari e supporto alle imprese e all'occupazione. Tutti fattori necessari per riportare la zona a condizioni minime di funzionamento economico e sociale, non a un semplice ripristino materiale.
Questo totale, in realtà, è ben più ampio rispetto a quello emerso inizialmente. A una prima valutazione rapida e provvisoria tramite Interim Rapid Damage and Needs Assessment (IRDNA), basata solo sui primi 15 mesi di conflitto, si stimava un recupero pari a 53,2 miliardi di dollari. Il RDNA, che copre 24 mesi di guerra, stima tali necessità in 71,4 miliardi di dollari, con un incremento del 34%. Dietro l'incremento ci sono sia la prosecuzione delle operazioni militari nel corso del 2025 sia la disponibilità di dati di valutazione più accurati e verificati sul campo, che hanno rivelato danni più estesi.
Nella pratica -
I dati contenuti nel report affermano che i danni fisici totali sono stimati in 35,2 miliardi di dollari, mentre le perdite economiche in 22,7 miliardi di dollari. Per un costo complessivo stimato di 57,9 miliardi di dollari. Sempre in termini di danni fisici il settore abitativo è quello più colpito, con 18 miliardi di dollari, pari al 51% dei danni totali, a testimonianza della distruzione su larga scala delle aree residenziali.
Seguono il commercio e l’industria, con 6,35 miliardi di dollari di danni (o il 18% del totale) che riflettono la devastazione della base produttiva dell’economia. Le infrastrutture di trasporto hanno subito danni per 3,2 miliardi di dollari, pari al 9% del totale. Infine, i settori dell’acqua e dei servizi igienico-sanitari, dell’istruzione, della sanità, dell’energia, dell’agricoltura, dei servizi municipali, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, del patrimonio culturale e delle infrastrutture di governance hanno subito ciascuno danni compresi tra centinaia di milioni e miliardi di dollari.
Perché servono cosi tanti soldi? -
La stima delle perdite economiche come già accennato ammonta a 22,7 miliardi di dollari. Durante il conflitto, l’economia di Gaza si è contratta dell’84%, un crollo senza precedenti nella storia economica moderna. La base produttiva dell’economia, costituita da fabbriche, laboratori, attività commerciali, aziende agricole e imprese di servizi, è stata praticamente rasa al suolo. Il sistema finanziario ha subito gravi colpi, le infrastrutture bancarie sono state distrutte.
Questo si aggiunge alle circa 66 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere, alle nuove esigenze sociali, alle decine di migliaia di disabili permanenti, ai bisogni di assistenza e riabilitazione sul lungo periodo, a reti idriche, sanità e istruzione eliminate. C'è questo e tanto altro ancora dentro i 71,4 miliardi che, secondo il report, non servirebbero solo a far tornare Gaza a prima del 2023. Ma a cogliere un'occasione per fare qualcosa in più. È il prezzo della ricostruzione di un'intera società.
L'arretramento umano -
Gli autori del report sostengono che decenni di investimenti in salute, istruzione, infrastrutture e capacità amministrative siano stati praticamente azzerati in pochi anni di guerra. A tal punto da far tornare Gaza indietro di almeno sette decenni sul piano umano. Il sistema sanitario è stato profondamente compromesso e la perdita di medici specialisti, infermieri e operatori sanitari rappresenta un capitale umano che richiederà molti anni per essere recuperato.
La distruzione del sistema educativo è altrettanto seria. Milioni di ore di insegnamento sono state perse e un'intera generazione di giovani rischia di subire effetti permanenti sul proprio percorso formativo. La scomparsa di reti familiari, di associazioni professionali, di comunità locali e di organizzazioni sociali ha distrutto il tessuto sociale che consente a una società di funzionare e cooperare normalmente.
Insomma, l’ampiezza e la profondità delle privazioni nelle condizioni di vita, nei mezzi di sussistenza e nel reddito hanno fatto arretrare lo sviluppo umano nella Striscia di Gaza fino a sette decenni. O meglio, secondo lo studio, di circa 77 anni. Il problema di fondo quindi non è soltanto ricostruire case, strade e strutture generiche per 71,4 miliardi di dollari, ma anche ricostruire il capitale umano accumulato da generazioni di palestinesi e ora andato perduto.
Ricostruzione integrata -
Nel dossier però il prezzo della ricostruzione a Gaza è affiancato da un principio fondamentale: quello della ricostruzione integrata. Un'operazione settoriale infatti, cioè organizzata per compartimenti separati (case, strade, scuole, ospedali, ecc.), sarebbe destinata a fallire. Gli autori sostengono che a Gaza non sia stato distrutto soltanto un patrimonio fisico, ma un intero ecosistema sociale, economico e istituzionale. Per questo motivo, ricostruire una casa senza ricostruire contemporaneamente il quartiere, i servizi pubblici, le reti sociali, le opportunità di lavoro e i sistemi di assistenza significherebbe creare edifici nuovi all'interno di una società che comunque non funzionerà.
La "ricostruzione sociale" quindi deve avere la stessa dignità della ricostruzione fisica, perché una società traumatizzata e spazzata via non può sostenere uno sviluppo duraturo neanche se le infrastrutture vengono ripristinate. La guerra ha distrutto simultaneamente abitazioni, economia, infrastrutture, istituzioni, ambiente, sistemi di cura e legami sociali. Poiché tutte queste dimensioni sono interdipendenti, la ricostruzione deve procedere nello stesso modo: affrontando tutto insieme e prestando particolare attenzione al ripristino di condizioni di vita dignitose, accesso ai servizi e partecipazione economica e sociale.
I palestinesi alla guida -
Ricostruzione integrata sì, ma solo in mano ai palestinesi. È un altro dei punti chiave espressi nello studio. I 71,4 miliardi di dollari che servono per ricostruire Gaza potranno essere sfruttati al meglio se saranno i palestinesi a gestire il processo. Perché nessuno meglio di loro, delle organizzazioni locali, delle istituzioni, delle associazioni professionali e della società civile che hanno continuato a operare durante il conflitto, conosce le esigenze della popolazione. Una rinascita decisa prevalentemente da organismi internazionali rischierebbe di privilegiare criteri che non coincidono necessariamente con i bisogni reali delle comunità che dovranno vivere nella Gaza del futuro.
Inoltre, secondo lo studio, esiste già una lunga esperienza storica di programmi internazionali in Palestina che, pur essendo nati con finalità di sostegno, hanno spesso finito per ridurre il ruolo delle istituzioni palestinesi a quello di esecutori o beneficiari passivi di strategie elaborate altrove. La posizione del rapporto non è contraria all'aiuto internazionale. Al contrario, gli autori ritengono indispensabile il coinvolgimento di ONU, Unione Europea, Paesi arabi, ONG e donatori. Ciò che contestano è un sistema nel quale gli attori internazionali definiscono obiettivi, priorità e modelli di governance, mentre i palestinesi vengono consultati soltanto a posteriori. La distinzione fondamentale del documento è tra sostegno internazionale e sostituzione dell'autorità palestinese. Il primo è considerato necessario, la seconda viene giudicata incompatibile con una ricostruzione che voglia promuovere autodeterminazione, legittimità politica e sviluppo sostenibile. I 71,4 miliardi di dollari passano anche da qui.