La Gen Z è più sola

Più produttivi, meno umani: l'IA ci salva dal burnout ma rischia di "rubarci" la pausa caffè

Uno studio internazionale rivela il lato meno visibile dell'intelligenza artificiale: aumenta produttività e fiducia, ma riduce le conversazioni tra colleghi. E la Gen Z è la generazione che paga il prezzo più alto

© Istockphoto

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L'intelligenza artificiale ci fa lavorare meglio. Più velocemente. Con meno stress. Ma se a parlare con noi è sempre più spesso un algoritmo, cosa succede alle relazioni tra colleghi? La chiacchiera davanti alla macchinetta del caffè, il confronto spontaneo, la richiesta di un consiglio stanno scomparendo.

Lo studio - È il paradosso fotografato dallo Human Connection Workplace Index, la nuova ricerca globale realizzata dalla Workday Foundation su 2.150 lavoratori di sette Paesi che utilizzano quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale. Il bilancio è tutt'altro che negativo: il 62% degli intervistati afferma che il rischio di burnout è diminuito grazie all'IA, mentre l'86% si sente più produttivo e il 64% dichiara di avere maggiore fiducia nella propria capacità di affrontare i lavori del futuro. L'altra faccia della medaglia, però, racconta una storia diversa. Mentre l'intelligenza artificiale si prende carico di sempre più attività, sembrano diminuire anche quelle piccole interazioni che, ogni giorno, tengono insieme un ambiente di lavoro: la chiacchiera davanti alla macchinetta del caffè, il confronto spontaneo, il brainstorming improvvisato, la richiesta di un consiglio. Secondo lo studio, un lavoratore su tre afferma di avere raramente conversazioni con i colleghi che vadano oltre le semplici questioni operative. E meno della metà degli intervistati dice di trovare facile stringere amicizia sul posto di lavoro.

Penalizzato il rapporto umano - A colpire è soprattutto il rapporto sempre più personale che molti stanno instaurando con gli strumenti di intelligenza artificiale. Il 76% li utilizza per chiedere consigli, oltre la metà per fare brainstorming e il 37% addirittura per sentirsi in compagnia. Il motivo? L'IA è sempre disponibile, non giudica e risponde immediatamente. Una comodità che rischia però di sostituire, almeno in parte, il confronto umano.

La Gen Z più esposta - Più di un giovane lavoratore su cinque sostiene che l'intelligenza artificiale abbia peggiorato le relazioni con i colleghi e di sentirsi più solo da quando questi strumenti sono entrati nella quotidianità lavorativa. Il 20% racconta addirittura di essersi assentato dal lavoro nell'ultimo anno a causa di sentimenti di solitudine o isolamento. Il divario con le altre generazioni è netto. Secondo il report, i lavoratori della Gen Z hanno dodici volte più probabilità rispetto alla Gen X di sentirsi completamente disconnessi dal proprio team e otto volte più probabilità di sperimentare la solitudine sul posto di lavoro. Il dato sorprende perché arriva proprio mentre l'IA sta migliorando molti aspetti dell'organizzazione del lavoro. Liberando tempo dalle attività più ripetitive, infatti, permette ai dipendenti di concentrarsi su compiti più creativi e strategici. Eppure quel tempo risparmiato non sembra tradursi automaticamente in relazioni più ricche.

Serve un equilibrio - "L'IA sta avendo un effetto molto positivo sulla produttività e sulla riduzione dello stress", osserva Fabrizio Rotondi, Country Manager di Workday Italia. "Ma se iniziamo ad affidare all'intelligenza artificiale domande, idee e perfino la gestione dei conflitti, rischiamo di perdere quelle interazioni quotidiane che costruiscono fiducia, resilienza e senso di appartenenza". Per questo il report invita le aziende a non considerare la connessione tra colleghi come un elemento accessorio, ma come una vera infrastruttura organizzativa da progettare e proteggere. Significa creare occasioni di confronto, mentorship e collaborazione, monitorando l'impatto dell'IA non solo sulla produttività, ma anche sulla qualità delle relazioni.