quasi la metà propone solo uno stage

Per i neolaureati la porta del lavoro è stretta: appena un annuncio su 68 è per profili junior

Solamente il 4% delle opportunità caricate su LinkedIn è rivolto ai neolaureati. Trionfa il precariato, con il 48% di tirocini, il 91% di annunci senza stipendio e un misero 7% di contratti a tempo indeterminato. Emerge un grande malinteso: ai ragazzi interessano di più stabilità, prospettive di carriera e possibilità di imparare rispetto allo smart working

© Istockphoto | giovani, lavoro

© Istockphoto| giovani, lavoro

Attualmente, in Italia, appena il 4% degli annunci di lavoro “professionali” è rivolto esplicitamente a profili junior, ovvero ai giovani in cerca di prima occupazione o quasi, prevalentemente in uscita dalle università.

Calando questo dato nella quotidianità dei circa 140 mila laureati magistrali "da mercato" che ogni anno sfornano gli atenei italiani, la matematica restituisce una proporzione brutale: a disposizione dei neolaureati c’è solo 1 opportunità su 68.

A lanciare l'allarme su questa porta d'ingresso che si sta restringendo sempre di più è l'ultima edizione dell’Osservatorio Talents Venture, che per il suo lavoro di analisi ha setacciato un campione di quasi 50.000 annunci (esattamente 49.490) pubblicati su LinkedIn nel 2025 da 252 grandi imprese italiane.

I numeri della "palestra" che chiude: trionfa il precariato

Ma è scavando ulteriormente tra le evidenze del report - cosa che è andata a fare il portale Skuola.net - che si può tracciare una radiografia dettagliata delle reali prospettive che attendono i giovani in cerca di prima occupazione. La quale rivela che, se il numero di posizioni aperte è già di per sé esiguo, a destare forte preoccupazione è soprattutto la qualità delle condizioni proposte per l'ingresso in azienda.

I ruoli "entry-level" hanno storicamente rappresentato la palestra in cui un neolaureato si trasforma in professionista, imparando dai propri errori sotto la guida di profili esperti. Oggi, questa dinamica sta scomparendo, riducendo inesorabilmente gli accessi e precarizzando generazioni intere di nuovi lavoratori.

Ben il 48% delle offerte esaminate, infatti, propone un semplice stage o tirocinio. Un ulteriore 36% di annunci omette del tutto la formula contrattuale prevista, mentre la vera e propria stabilità rappresenta una chimera rarissima: solo il 7% delle posizioni garantisce un contratto a tempo indeterminato sin dalla fase di selezione.

A questo, poi, si aggiunge un muro di opacità dal punto di vista economico: il 91% delle offerte non riporta alcuna indicazione sulla retribuzione. E per quei pochissimi annunci di tirocinio in cui il dato è presente e chiaro da subito, lo stipendio medio mensile oscilla amaramente tra i 600 e i 1.000 euro.

In un quadro del genere, le aziende che decidono di mettere subito sul piatto un contratto solido e una retribuzione trasparente acquisiscono un enorme e immediato vantaggio competitivo per aggiudicarsi i migliori talenti.

I giganti della consulenza e le competenze contese

Ma quali sono le poche realtà che oggi puntano sui giovani? Il mercato del reclutamento per i neolaureati appare fortemente polarizzato e concentrato nelle mani delle grandi aziende della Consulenza e del mondo Digital, che da sole assorbono il 44% degli annunci censiti.

A fare la parte del leone sono i classici colossi del settore, come Deloitte, KPMG, BIP, PwC ed EY. Che cercano principalmente forza lavoro in due macro-categorie di professionisti ben specifiche: nei profili dell’area economico-finanziaria (consulenti finanziari, tributaristi, contabili) e in quelli tecnico-ingegneristici (sviluppatori software, data scientist, consulenti informatici).

Per conquistare queste posizioni, le aziende richiedono però un preciso mix di competenze. Sul fronte delle soft skills, dominano la capacità di comunicazione efficace, l'attitudine alla collaborazione e al lavoro di squadra, la proattività. Per quanto riguarda le hard skills, sono richiestissime l'analisi tecnica e funzionale, la confidenza con gli strumenti di programmazione, le conoscenze fiscali e di business. Mentre a segnalare la direzione in cui sta andando il mercato oggi, fa capolino tra le primissime competenze richieste anche la padronanza di sistemi di Intelligenza Artificiale, come il machine learning e il deep learning.

Il grande malinteso: stabilità e carriera valgono più dello smart working

Ma i dati dell’Osservatorio Talents Venture, oltre a certificare le difficoltà dei neolaureati nell’accaparrarsi un lavoro coerente con i loro studi, smentiscono (parzialmente) anche un luogo comune, ovvero che per attrarre la Generazione Z sia indispensabile promettere flessibilità, orari liquidi e smart working.

Incrociando gli annunci con l'ultima indagine AlmaLaurea sul profilo dei laureati, si scopre infatti che la "flessibilità dell'orario di lavoro" è considerata decisamente rilevante solo dal 49% dei giovani (undicesimo posto in classifica) e il "luogo di lavoro" dal 51%.

Ciò che i neolaureati bramano davvero, in una fase in cui devono costruire la propria identità professionale, sono invece elementi molto più strutturali e concreti. Al primo posto svetta il desiderio di "acquisizione di professionalità" (fondamentale per il 76% degli intervistati), seguito dalla "stabilità e sicurezza del posto di lavoro" (74%), dalle "possibilità di guadagno" (72%) e dalle "prospettive di carriera" (71%). I giovani vogliono dunque imparare, vogliono essere formati e chiedono garanzie per il futuro, molto di più rispetto al diritto a lavorare dal divano di casa.

Un sistema a corto di lavoro qualificato

Il progressivo restringimento della "porta d'ingresso" per i profili junior, in ogni caso, non è solo una sfortuna generazionale, ma si innesta su una fragilità strutturale, cronica e antica del nostro Paese. Il mercato del lavoro italiano, infatti, domanda da sempre poco lavoro qualificato. Attualmente, l'incidenza di manager, professioni intellettuali e profili tecnici si ferma al 37% dell'occupazione totale, una percentuale desolante se confrontata con la media europea del 44%. Per allinearci agli standard del continente, l'Italia avrebbe bisogno di creare ben 1,6 milioni di posti di lavoro in più in queste categorie ad alto valore aggiunto.

In questo scenario già critico, l'introduzione prepotente di tecnologie come l'Intelligenza Artificiale rischia di agire non tanto come distruttore di posti esistenti, ma come un acceleratore del divario che ci separa dal resto d'Europa, togliendo ulteriormente ossigeno a quei pochi ruoli di ingresso che finora hanno permesso ai giovani di entrare nella grande giostra dell'occupazione.