Dopo essere rimasto incagliato per oltre trent’anni sui fondali del Mare di Weddell, questo gigante di ghiaccio da 4.000 chilometri quadrati ha ripreso la sua corsa verso nord, spinto da correnti oceaniche alterate dal riscaldamento globale. La sua fine è accelerata drasticamente nel corso del 2026, una volta entrato nelle acque più calde dell’Atlantico meridionale, lungo il corridoio noto come "Iceberg Alley".
Le cause della sua rapidissima frammentazione sono direttamente collegate all'aumento delle temperature atmosferiche e oceaniche. L'aria più calda ha provocato una fusione superficiale senza precedenti, accumulando oltre 800 chilometri quadrati di acqua liquida sulla cima dell'iceberg. Questa enorme massa d'acqua si è infiltrata nelle crepe preesistenti della struttura ghiacciata. Sotto l'effetto della gravità e della pressione idrostatica, l'acqua ha agito come un cuneo, scatenando il fenomeno dell'idrofratturazione (hydrofracturing), che ha letteralmente fatto esplodere l'iceberg dall'interno.
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Parallelamente, l'innalzamento delle temperature marine ha eroso la base sommersa di A23a. Questo riscaldamento dal basso ha indebolito i pilastri strutturali del blocco, provocando continui crolli e la nascita di migliaia di frammenti minori. Il moto ondoso, amplificato da tempeste sempre più intense nell'Oceano Meridionale, ha completato l'opera di distruzione meccanica.
La riduzione di A23a a pochi frammenti non tracciabili è il sintomo di un ciclo distruttivo più ampio. La fusione accelerata immette enormi volumi di acqua dolce nell'oceano, alterando la salinità e minacciando le correnti marine globali. La fine di questo colosso non è un evento isolato, ma l'anticipazione di ciò che attende le piattaforme glaciali antartiche se le temperature continueranno a salire senza sosta.