
In Italia ci sono sempre meno negozi: chiuse 96mila attività in 7 anni
La riduzione degli esercizi commerciali, spiega Confcommercio, non si traduce necessariamente in una contrazione dell'occupazione

Il commercio italiano cambia: si rafforza sul piano economico, ma perde presenza fisica sul territorio. Tra il 2018 e il 2025, infatti, il numero complessivo dei negozi del commercio al dettaglio è passato da 666.479 a 570.313, con una riduzione del 14,4%. Si parla, quindi, di 96mila attività commerciali persi in sette anni. È la fotografia che emerge dal Rapporto Confcommercio sul commercio in Italia, elaborato dall'Ufficio Studi della Confederazione.
Come è cambiato il commercio -
Secondo i dati di Confcommercio, questa dinamica colpisce soprattutto le attività di piccole dimensioni e a forte radicamento territoriale, tra cui anche gli esercizi dedicati ai consumi culturali e ricreativi (-21,9%). Analizzando il report, il calo riguarda soprattutto gli ambulanti (-27,3%) e i piccoli negozi alimentari (-17,9%). Secondo il rapporto, il rischio di desertificazione commerciale resta concreto, ma la rete è più strutturata. Il fatturato complessivo è cresciuto del 25,7%, con un boom per i discount (+101,1%) e per l'e-commerce (41,9%). Gli esercizi che registrano maggiore difficoltà sono gli ipermercati (-8,4%) e ambulanti (-14,9%).
La ricerca di convenienza delle famiglie italiane -
Il dato più rilevante riguarda le performance economiche. Il fatturato complessivo del commercio al dettaglio sale da 326,8 a 410,7 miliardi di euro (+25,7%) e il fatturato per addetto passa da 172mila a 220mila euro (+27,9%): un risultato, questo, che conferma la capacità del settore di recuperare efficienza, anche in una fase segnata da inflazione, trasformazione dei consumi e crescente integrazione tra canali fisici e digitali. Le famiglie italiane cercano più convenienza nei discount alimentari, che registrano la crescita più marcata (+7,4%) e un fatturato più che raddoppiato (+101,1%).
Digitale contro analogico -
La digitalizzazione dei consumi culturali e ricreativi, come le piattaforme di streaming musicali e cinematografiche, determina una diminuzione di attività quali edicole, librerie, cartolerie, negozi di giocattoli e di articoli musicali. Confcommercio, per questo motivo, lancia un allarme: "Questo cambiamento - si legge nel rapporto - deve destare preoccupazione in quanto determina un impoverimento del tessuto urbano. Si tratta infatti di esercizi che, oltre alla loro funzione economica, svolgono un importante ruolo sociale e relazionale, contribuendo alla vitalità dei quartieri". A resistere al calo degli esercizi commerciali ci sono le farmacie (+4,2%), sostenute dalla natura meno elastica della domanda e dall'ampliamento dell'offerta di prodotti e servizi per la salute e la cura della persona.
C'è stato un calo dell'occupazione? -
La riduzione degli esercizi commerciali, spiega Confcommercio, non si traduce necessariamente in una contrazione dell'occupazione. Dal rapporto emerge che la quota degli addetti nei negozi è diminuita complessivamente del 1,8% tra il 2018 e il 2025, ma nel caso dei supermercati e dei grandi punti vendita si è invece trattato di un incremento dell'8,3%. Allo stesso modo, anche nel segmento degli esercizi specializzati, come abbigliamento, calzature e gioielleria, mostrano una dinamica occupazionale positiva (+3,4%), pur in presenza di una riduzione del numero complessivo di punti vendita.