“Io non conosco il futuro, non sono venuto qui a dirvi come andrà a finire, sono venuto a dirvi come comincerà”. A risentire oggi questa battuta appare chiaro quanto anche chi scriveva Matrix fosse assolutamente conscio della portata innovativa di quell'epopea cyberpunk, capace di parlare al pubblico del 2026 ancora di più che a quello del 1999. A cambiare in questi anni è stato soprattutto il contesto: non è rimasto infatti più nulla di distopico in una fantascienza che si è trasformata ormai in realtà, con tutto il suo corollario di paranoie annesse. D'altra parte è questo che fa il miglior cinema sci-fi: apre una finestra sul futuro, senza ritrarsi di fronte alla prospettiva di farsi un giorno presente. Basti pensare al capolavoro del genere, il pilastro da cui tutto il filone non può prescindere: 2001, Odissea nello spazio, la pietra angolare della filmografia kubrickiana che ha anticipato molto della nostra società, non fermandosi certo solo a preconizzarci l'arrivo tablet e videochiamate. Un monolite, è il caso di dirlo, da cui tutti hanno preso. A cominciare dallo stesso Matrix.
Come la rana nella pentola -
Pur non conoscendo nulla della trama di Matrix, potreste intuire dove va a parare solo prestando attenzione agli oggetti presenti nella camera del protagonista Neo in una delle prime scene. Non è casuale che le sorelle Wachowski, registe del film, abbiano deciso di suggerire proprio una copia di Simulacri e simulazione tra le letture del loro protagonista. Il libro del sociologo francese Jean Baudrillard si interroga infatti in particolare su quelle immagini o rappresentazioni che pretendono di sostituire la realtà, falsificandola e sostituendola con una sua versione manipolata. Baudrillard definisce l’uomo contemporaneo come un “eretico gnostico” perennemente schiavo della tecnologia, ispirando quindi quello che sarà forse "il" tema di Matrix e della nostra società odierna. L'affresco cyberpunk di fine secolo e l'opera letteraria data alle stampe nel 1981, già anticipavano di fatto entrambi la medesima solitudine indotta dell'essere umano moderno. Come nella vecchia storia della rana nella pentola, stiamo perdendo senza accorgercene la forza di saltare fuori da questo bollitore virtuale e tutta la pellicola non è che un invito a prendere coscienza della nostra condizione.
Pillole di cinema -
"Ricorda, tutto quello che io ti sto offrendo è la verità, niente di più", dice Morpheus a Neo proponendogli la leggendaria pillola rossa. La scelta appare chiara e netta nel kolossal sci-fi: pillola blu per vivere intrappolati in una bugia virtuale, pillola rossa per esplorare la verità dietro una realtà quantomeno disturbante. Il Neo portato sullo schermo da Keanu Reeves è il prescelto, l'uomo che deve squarciare il velo di Maya. Come una moderna Alice, a lui è assegnato il gravoso compito di provare a vedere "quanto era profonda la tana del Bianconiglio". L'allegoria non è chiaramente invecchiata a quasi ventisette anni di distanza, anzi. Mai come nel 2026 ci sentiamo invischiati in un mondo di pixel e reazioni fake, quasi cullati da un metaverso dove tutto ci appare lontano e quindi anche attutito, gestibile.
Medicine e possibili controindicazioni -
La teoria della "red pill" ha poi fatto il giro, trasformandosi col tempo addirittura nell'architrave di tutta una serie di teorie dell'alt-right americana. A Matrix negli anni è toccato il destino di altri cult a esso più o meno contemporanei (tipo Fight Club). Un film che rimanda più o meno direttamente a un movimento di ribellione nei confronti di una società assuefatta a modelli consumistici e omologanti, ha finito per diventare la fonte di metafore perfetta per gruppi estremamente conservatori. Un cortocircuito che è stato alimentato persino da personaggi come Elon Musk e che ha fatto arrabbiare le registe, sorprese a loro volta di come oggi qualunque testo mediale possa trasformarsi in maniera quasi autonoma. D'altronde lo aveva immaginato proprio Matrix questo scenario: un mondo in cui ogni informazione può essere manipolata fino a diventare contemporaneamente vera o falsa a seconda degli "occhiali" che si decide di indossare. Un'intuizione geniale, tra l'altro suggerita ancora prima da un altro classico del genere come Essi Vivono.
In fondo è quasi automatico leggere Matrix anche come una riflessione sull'identità in trasformazione. Nell'opera si accenna infatti più volte a un risveglio interiore, a una presa di coscienza che gli allora fratelli Wachowski hanno poi sperimentato sulla loro pelle, fino ad abbracciare la propria stessa transizione di genere. Oggi quello stesso discorso sulla fluidità (non solo della società e delle istituzioni ma anche dell'umano in quanto tale) non ha perso forza, finendo al contrario per essere posto al centro di un dibattito ben più ampio. Anche per questa ragione si può pertanto affermare che si sbaglierebbe a etichettare come profetiche determinate opere filmiche solo perché ci hanno anticipato la passione per gli occhiali da sole, per la musica elettronica o per il cibo proteico ridotto a mero carburante. Matrix è stato molto di più, anche se non abbiamo mai davvero brevettato quella maniera spettacolare di schivare certe pallottole della vita che aveva Neo.
Non solo tablet e videochiamate -
Quanto detto per Matrix vale a maggior ragione anche per il suo progenitore, il riferimento con cui chiunque si sia mai approcciato al cinema di fantascienza deve più o meno indirettamente fare i conti prima o poi: 2001, Odissea nello spazio. Anche in questo caso limitarsi a fare l'elenco delle innovazioni che venivano mostrate prima del tempo nel capolavoro di Kubrick sarebbe una scelta superficiale, con buona pace dei molti dispositivi a bordo della Discovery One che oggi fanno parte della nostra quotidianità. Dai tablet alle videochiamate, la pellicola che appariva in quel magico 1968 una finestra sul futuro è oggi uno specchio deformato del nostro presente. 2001 ha anticipato un momento storico come il nostro, un periodo in cui l'ottimismo dell'America kennediana immersa nel suo programma spaziale appare ormai un ricordo lontano anni luce. Una distanza ampia, non colmabile nemmeno con i primi seri tentativi di turismo spaziale. Esperimenti che d'altra parte non sono più appannaggio di astronauti coraggiosi quanto più di annoiati miliardari, personaggi quasi banali nella loro mediocrità, al pari degli "everyday man" scelti da Kubrick per affrontare la sua personale epica spaziale.
La tecnologia come divinità surrogata -
Non è d'altra parte l'evoluzione dell'umano quella che celebriamo in 2001. Anzi, l'umanità pare nella visione kubrickiana costretta piuttosto a prostrarsi di fronte a una tecnologia che funge quasi da divinità surrogata. A un certo punto del viaggio della Discovery, non è più l'ingegno umano a sfruttare la macchina quanto più il contrario: l'intelligenza artificiale HAL non è che la personificazione dell'incubo odierno della nostra intera specie: un'entità talmente brava a studiarci da arrivare a raggiungere un livello di mimesi quasi perfetta. L'IA contro cui si scontrano i due viaggiatori spaziali del film, dietro la gentilezza affettata di un Siri o di una Alexa, nasconde in fondo una natura diabolica fin troppo umana: si è spinta fino a registrare e mettere in atto le pulsioni più basse di chi l'ha creata e addestrata, al punto da arrivare a pensare concretamente di sbarazzarsi dei nostri "eroi" pur di raggiungere gli obiettivi prefissati.
I confini si annullano -
HAL prova a eliminare il suo creatore quando sente di averlo superato, di non poter succhiare più nulla da lui. La macchina viene tuttavia sconfitta solo quando l'uomo riesce a diventare freddo e preciso al pari di lei, in una scena storica in cui il ribaltamento appare completo: l'intelligenza artificiale si spegne, cantando una filastrocca, come un bambino, come se all'ultimo fosse stata posseduta da una pulsione di umanità latente. Sarà questa la fine cui stiamo andando incontro? Un mondo in cui prodotti della tecnologia e suoi ispiratori finiranno per confondersi, come suggerisce d'altronde pure un altro capolavoro del genere come Blade Runner?
Un nastro di Moebius che si ripiega su se stesso -
L'ultimo inquietante parallelo con la vita quotidiana 2001 lo piazza poi nel finale. L'astronauta sopravvissuto, condannato a vivere e morire in una asettica suite piena di simulacri di ciò che è stato, siamo noi. La sua solitudine è la stessa che ci assale, quando anche l'ultimo schermo viene spento. Siamo questi: animali incapaci di confrontarci con un tempo che si allunga e distorce, fino a diventare un nastro di Moebius, capace solo di ripiegarsi su se stesso. Non è un caso quindi che il cosmonauta Dave finisca per vedersi più vecchio di quanto sia, vittima di un proto-antesignano dei filtri da social. Lo stesso Dave Bowman vive infine ormai in una bolla, al pari di quasi tutti noi, abitante di un non-luogo dove la percezione delle cose è irrimediabilmente alterata e da cui probabilmente non si può più fuggire. Nemmeno sconfiggere la macchina ormai è più un'opzione, in un universo in cui noi stessi ne abbiamo introiettato i comportamenti. L'uomo-macchina del 2026 è come Dave, un ibrido che per salvarsi dovrebbe uccidere se stesso o quantomeno aver la forza di regredire all'età dell'innocenza, all'inizio del percorso, per ricostruirsi una verginità nell'animo e nello sguardo. Il feto è la risposta: come in un gioco dell'oca infinito, una volta persa la partita si può solo ricominciarne un'altra.