L'intervista

Rosario Pellecchia torna in libreria con "Così doveva andare": "Un invito a non arrendersi e a comunicare"

Arrivato alla quarta prova letteraria, lo storico speaker di Radio 105 ci ricorda l'importanza di essere curiosi attraverso la parabola di un uomo semplice che non ha ancora scritto tutte le pagine della sua storia

di Manuel Santangelo
© Ufficio stampa

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Rosario Pellecchia ormai da tempo non è più "solo" il popolare speaker di Radio 105. Arrivato al suo quarto romanzo, si può anzi dire uno scrittore con discreta esperienza. Eppure la sua prosa non ha perso freschezza negli anni, arriva anzi dritta al punto più che mai in questo "Così doveva andare", la sua ultima fatica letteraria. Un libro che è un inno a fidarsi del destino senza scadere mai nel fatalismo. La storia di Gaetano Mosca, un uomo semplice che ha finito per lavorare in una ricicleria dopo aver vissuto tante altre vite, è un invito a non arrendersi nemmeno quando le onde del destino sembrano troppo alte. Una vicenda in parte autobiografica ma in cui possiamo ritrovare tutti qualcosa di noi, nel bene e nel male. Ecco quello che Rosario ci ha raccontato del suo ultimo lavoro.

Quanto c'è di te in questo libro?

Ha tanto di me, non credo agli scrittori che negano di mettere un po' di loro nei libri. In questo caso il personaggio principale ha la mia stessa attenzione agli oggetti, la stessa tendenza a rimuginare sul passato. Dà poi grande valore poi all'amicizia, che è un qualcosa cui anche io tengo molto. Allo stesso modo la nostalgia e la malinconia sono sentimenti che mi coinvolgono come accade anche a Gaetano, che è un animo buono e gentile. Mi interessa in questo libro dare il messaggio che ha ancora senso lottare per far emergere la gentilezza in un universo disumano dove tuttavia le persone buone ci sono ancora. Sono tutte cose che penso queste e che poi trasferisco su carta, sui miei personaggi. La scrittura è in fondo un po' un modo per scandagliare la realtà e poi darne una propria visione secondo me, così come fare cinema o creare musica. Alla fine tutto parte dalla stessa esigenza, quella di voler dire: "Io la vedo così e ve la racconto". Poi per fortuna esiste pure chi là fuori ha interesse nel leggere quello che scrivi, nell'ascoltare ciò che racconti. Nel mio caso io metto sempre certe tematiche nei miei libri. Qualche critico direbbe che fanno parte della mia poetica ormai al quarto lavoro. La verità è che io raramente scrivo di persone cattive, faccio proprio fatica. Mi piace l'idea di dare un po' di speranza.

Credi nei nuovi inizi? C'è dell'autobiografia nei continui stop and go dei tuoi protagonisti?

Io credo in questi stop and go. Anche se poi non ho dovuto mai dover ricominciare da capo dopo aver preso delle batoste, almeno nel lavoro. Oddio in amore magari sì. Ma comunque in generale mi interessa raccontare questo, i cambiamenti importanti. Io stesso ho due pezzi di vita ben distinti: da una parte c'è la prima fase a Castellammare di Stabia, dall'altra quella che ha come sfondo Milano. Anche io a un certo punto ho voltato pagina, insomma. Anche se poi qui ho continuato a fare a grandi linee almeno professionalmente quello che facevo in Campania. Credo molto negli inizi, vecchi e nuovi. Credo che tutti abbiano la capacità di ricominciare anche se in troppi si "lasciano vivere", nella convinzione che non ci sia più niente da fare. Questo libro è anche un invito a non pensare più certe cose, ad aprirsi al mondo, perché c'è sempre qualcuno che potrà smuoverti qualcosa, che saprà stimolarti con le parole giuste. Il libro è insomma uno sprone a fare questo, a consegnarsi un po' al mondo. Oggi la tentazione è quella di isolarsi, quasi per auto-difesa, in un mondo complesso: meglio che prendere schiaffi, si pensa. Ma io credo che dobbiamo incontrarci invece. Credo che questa solitudine ci stia un po' rovinando, aiutata anche dalla virtualità della vita di oggi (il classico discorso della dittatura degli schermi). Ho fatto un libro sulla materialità degli oggetti quasi per spirito di contraddizione. Il romanzo è volutamente pieno di tanti oggetti reali, tridimensionali. Ci sono pochi telefoni, pochi device. Ed è una cosa cercata. Non che io non usi il cellulare, ahimè, però mi piace l'idea di raccontare una storia in cui si torna a toccare gli oggetti, a incontrarsi di persona: è un qualcosa che mi piace, come antidoto a questo tempo in cui siamo spesso dietro lo schermo a sfogarci scambiando frasi piene di livore.

Gaetano è un eroe laterale: è stato abbandonato dalla compagna, è finito a lavorare in una ricicleria... Avresti potuto dargli quantomeno una occupazione più "cool", se mi passi il termine. Avresti potuto farlo assomigliare a te anche per carriera ma hai compiuto invece una scelta interessante e opposta. Hai scelto di incentrare tutto su un uomo semplice che si trova professionalmente in mezzo al guado. Perché hai fatto questo passo, evitando che la tua biografia "contaminasse" anche l'ambito lavorativo e professionale del tuo protagonista?

Avevo già costruito un mio alter ego uno a uno nel primo libro. Di fatto in quel caso raccontavo quasi un me stesso parallelo. Gaetano è invece qualcosa di completamente diverso in questo senso. Per cominciare finisce a fare il lavoro in cui lo vediamo invischiato solo dopo aver vissuto la vita che sognava: aveva navigato sulle navi da crociera e poi aveva aperto un locale a Milano. Per un po' si era potuto dire un uomo realizzato.  Solo dopo tante difficoltà ha finito per arrendersi a un lavoro diverso, che per lui all'inizio sembra l'ultima spiaggia (anche se poi si rivela più interessante). La passione per la lettura rappresenta in questo momento di sconforto un modo per salvarsi dalla noia per Gaetano, almeno fino a quando quest'ultimo non comincia a cogliere il fascino dietro quegli oggetti che vengono abbandonati. Diventa quasi un'attività antropologica per il nostro eroe. Gaetano arriva fino a interrogarsi sulle vite degli altri a partire dagli oggetti. Non è casuale. Ciò di cui ci si libera secondo me racconta di più di ciò di cui ci si appropria. È un aspetto interessante che viene fuori nel libro: molto spesso compriamo per riempire un vuoto, in maniera quasi convulsiva, ma se vuoi la mia opinione ormai è diventato più interessante il momento in cui ci lasciamo indietro determinate cose. È più interessante il funerale del matrimonio, insomma. E Gaetano lo ha capito. Fa un lavoro considerato poco prestigioso ma attraverso la sua curiosità ci trova dentro qualcosa di buono. Ho raccontato una persona semplice anche per acuire il contrasto con la figura intellettualmente alta del professore/mentore con cui si confronta. Si tratta di due persone diverse in tutto, dall'età all'estrazione sociale. Il delta tra loro è un motore del libro, crea dialoghi divertenti e toccanti emotivamente, a volte quasi filosofici, Quando il professor Vergani parla Gaetano e tutto orecchi e nello scrivere questi scambi mi è venuto in mente il rapporto che si creava tra Mario Ruoppolo/Troisi e Pablo Neruda/Noiret ne Il Postino. La semplicità di Gateano mi serviva per far emergere in maniera immediata certi temi  del libro.

Lui ama i libri ma cosa cerca nelle storie che legge? Secondo me anche nei rifiuti in fondo non fa altro che cercare nuove storie, nuove narrazioni...

È un uomo curioso, come me da sempre. Mi affascinano più le persone dei paesaggi. Vado in vacanza a Tokyo e cerco la gente, più diversa possibile da me, perché in quella distanza che si crea tra persone differenti io trovo ciò che mi interessa di più. Gaetano è così. È affascinato dall'essere umano e i libri non sono che questo: resoconti di varia umanità, di come viviamo. Lui è un lettore perché è anche una persona interessata agli altri. Io penso che la lettura sia un modo per indagare l'umano. Non credo la lettura sia una mera esercitazione culturale fine a se stessa. Non credo a chi la ghettizza, preferendole una supposta vita vera. I libri sono scritti da uomini che parlano di altri uomini. Se sei curioso degli esseri umani leggi e Gaetano lo fa, ovviamente attraverso gli strumenti che possiede, semplici ma efficaci. Poi magari è il professore a fargli fare un ulteriore step, suggerendogli cose più complesse. Il loro rapporto a volte ricorda il mio con i miei lettori. Tanti ascoltatori mi dicono: "Io non leggo nulla che non siano i tuoi libri". Ma c'è anche chi mi scrive: "Attraverso i tuoi romanzi mi sono avvicinato alla lettura". Questo per me è un grande orgoglio. Amo l'idea di essere responsabile di un certo contagio letterario, di spingere a leggere qualcuno in un paese in cui si legge purtroppo troppo poco.

Riescono a iniziare a leggere perché hai un linguaggio semplice, immediato. Perfetto per arrivare a tutti. Tu perché hai scelto in questo caso di adottare un registro così colloquiale e immediato? Per restare nel solco di quanto hai già pubblicato o perché era funzionale al personaggio di Gaetano, che funge anche da narratore?

Questo è il libro più facile perché è tarato sulla lingua di qualcuno che ha il vissuto di Gaetano. In generale credo che il primo e il terzo romanzo abbiano un lessico più forbito. Questo e il secondo (che resta finora il più venduto) vengono invece più incontro al lettore. Venendo dalla radio poi io tendo a parlare meglio di come scrivo. E non so spiegarmi perché. La recensione base del mio libro è "è semplice, è scorrevole ma quando lo chiudo mi lascia qualcosa". Un po' l'opposto di quello che producono tanti grandi scrittori, che fanno magari una grande ricerca linguistica che rimane fine a se stessa. Il mio lavoro è l'opposto di un esercizio di stile. Te lo bevi in due giorni e poi ti lascia qualcosa. Non è una scelta stilistica del tutto consapevole però la mia: semplicemente mi viene fuori così. La radio mi ha insegnato la chiarezza e dai miei libri emerge sempre quello che voglio dire. Mi piace sia facile orientarsi nel racconto e questo accade sempre tra le mie pagine. Poi più vado avanti e più provo a muovermi nel solco di Hemingway, che suggeriva una prosa fatta da frasi corte e parole semplici. Non tanti mi sembra seguano questo esempio: a volte emerge piuttosto una lingua dei romanzi, standardizzata, che io odio. Mi scontro a volte con gli editor proprio perché ci tengo sempre che la voce che emerga alla fine sia sempre la mia. In questo libro poi ho inserito anche tante costruzioni dialettali apposta. Io voglio scrivere il libro che leggi in cinque minuti e poi ti resta addosso sempre. Anche per questo amo tanto leggere le reazioni a quello che io lasco sulla pagina.

Gaetano e Anna hanno quasi un destino che li porta a incontrarsi. Sono due strappi diversi che finiranno per essere ricuciti assieme quasi per inerzia. Tu a livello personale, credi nel destino? Credi che esistano incontri quasi inevitabili?

Ti direi di no ma poi nella mia vita è successo spesso che il destino ci abbia messo lo zampino. Vorrei sottrarmi a questo fatalismo che però è quasi richiamato già nel titolo del libro. Poi essendo campano sento che dovrei avere una fascinazione quasi inevitabile per il fato e mi piace ribellarmi a questo stereotipo. Ma è una falsa ribellione, perché poi la vita mi ha dimostrato che il destino esiste. Diciamo allora che se proprio credo a un destino influenzabile da noi e da come noi stiamo al mondo. Il fato esiste quindi ma ha bisogno di noi per mettersi in moto. Non bisogna sottrarsi ai segni che ci vengono da fuori. Non sono credente ma credo che come ti comporti alla fine influenzi come trovi il tuo posto nel mondo. Bisogna saper riconoscere i segnali. Lo strappo cui facevi riferimento c'è: le ferite mettono assieme le persone. Ne Le balene mangiano da sole era già successo, dicevo addirittura "Il dolore è come un bluetooth" e lo confermo implicitamente anche in quest'ultimo romanzo. A volte ci si guarda negli occhi e si riconosce la stessa sofferenza. Non sempre ma spesso succede. Credo parzialmente al destino. Ma credo molto che stare al mondo in un certo modo, con anche attenzione ai dettagli e a quello che dice l'altro, possa essere salvifico. Anche io ho combattuto col mio ego, non dico di no, ma la scrittura mi ha aiutato a fare un downgrade in questo senso, così come la paternità, e ne sono orgoglioso.

Gaetano quando cerca Anna forse sta cercando all'inizio in primis se stesso, quindi possiamo dire che tutto quello che ci siamo detti torna con una perfetta circolarità...

Sì, sono figli di due abbandoni: lei ha perso il padre, lui la donna della sua vita che ha fatto un figlio con un altro. E questa comunanza di sofferenze che li unisce da subito. Il loro incontro quando arriva è anche per questo tanto catartico quanto commovente, perché rappresenta l'apice di un percorso. Quando registravamo l'audiolibro nel leggerlo mi stavo commuovendo anche io e abbiamo tenuto quel momento con la voce rotta, perché arricchisce ancora di più quello che viene raccontato.

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