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Ungheria, Judit Polgár rifiuta la presidenza: la leggenda degli scacchi dice no a Magyar

L'ex campionessa ha respinto l'offerta del premier ungherese: "Non ho la forza di unire una nazione divisa"

© Ansa

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Niente Palazzo Sándor per Judit Polgár. L'ex campionessa di scacchi ha rifiutato l'offerta del premier ungherese Péter Magyar di diventare presidente della Repubblica, incarico rimasto vacante dopo l'approvazione dell'emendamento costituzionale che ha posto fine al mandato del precedente capo dello Stato. "Non sento di avere la forza di assumermi la responsabilità storica di unire una nazione divisa, e quindi non posso accettare questo invito", ha scritto sui social.

La proposta -

 La candidatura di Polgár era stata annunciata nei giorni scorsi dallo stesso Magyar, che aveva indicato la 49enne come la figura ideale per guidare il Paese in una fase di transizione politica. "L'Ungheria ha bisogno di un presidente di cui ogni ungherese possa andare fiero", aveva dichiarato il premier, definendo la scacchista una personalità capace di suscitare "rispetto e ammirazione sia in patria sia nel resto del mondo". Il Parlamento, dove il partito Tisza dispone della maggioranza dei due terzi, avrebbe dovuto eleggere il nuovo capo dello Stato prima della festa nazionale del 20 agosto.

Una leggenda -

 Universalmente considerata la più grande giocatrice di scacchi della storia, Judit Polgár ha infranto numerosi record, sia in ambito femminile sia assoluto. Per 26 anni consecutivi è stata numero uno del ranking mondiale femminile e, a soli 15 anni, è diventata il più giovane Grande Maestro della storia, conquistando il titolo più prestigioso della disciplina.

Il cambio al vertice -

 La successione alla presidenza si è aperta dopo l'uscita di scena di Tamás Sulyok. Il precedente capo dello Stato ha firmato nei giorni scorsi l'emendamento costituzionale che ha anticipato la conclusione del suo mandato, come previsto dalla riforma approvata dalla nuova maggioranza parlamentare guidata da Magyar. In passato il premier aveva definito Sulyok "un fantoccio di Orbán", indicando la sua sostituzione come uno dei simboli della discontinuità con il precedente corso politico.

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