
Morto ammanettato, Piantedosi: chi usa pregiudizi su caso Fakir non ha fiducia in polizia e pm | La nipote: "Mio zio era amato, vogliamo dignità non odio"
Applicata la norma sullo "scudo penale" per gli agenti: nessun indagato. La polizia segnalò al 118 una "crisi psichiatrica"

"Non è uno scudo penale, ma la giusta collocazione di un caso all'interno di un'iscrizione in un registro apposito, voluto da una legge del governo Meloni". Così il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha parlato della mancata iscrizione tra gli indagati dei due agenti che hanno bloccato a terra il 43enne Abderahim Fakir, poi deceduto poco dopo. "Riguarda persone che sembrano aver partecipato a un fatto con la presenza di una causa di giustificazione". Il ministro ha poi espresso "dispiacere e grande cordoglio per i familiari" di Fakir e per la "grande tragedia". Per poi aggiungere, anche alla luce delle violente proteste andate in scena a Bologna: "Chi ha espressioni pregiudizialmente contrarie alle forze di polizia non ha fiducia in queste, né nella magistratura. È un episodio molto documentato da bodycam e altre riprese fatte".
L'appello della nipote: "Chiediamo giustizia, non odio" -
Poco dopo, la nipote di Fakir ha preso la parola e ha ricordato lo zio: "Si chiamava Abderrahim Fakir. Era mio zio. Non era un numero, non era una notizia, non era un caso di cronaca: era una persona amata e qualcuno ha deciso di portarcelo via. Meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità". E mentre la piazza scandiva "Giustizia, giustizia", la donnaha continuato: "La nostra non è una richiesta di odio. Noi siamo qui per chiedere verità, giustizia e dignità. Continueremo a batterci perché nessuno debba vivere quello che ha vissuto lui. Quello che è successo ha lasciato dentro di noi dolore, rabbia e tantissime domande. Vogliamo capire se tutto ciò che poteva essere fatto è stato realmente fatto, perché ogni scelta e ogni intervento possono fare la differenza tra la vita e la morte". La famiglia della vittima, tramite i loro legali, hanno poi chiesto che le indagini non siano condotte dalla polizia.
Il fascicolo, la crisi psichiatrica e lo scudo legale -
Per chiarire le circostanze e le cause della morte di Abderahim Fakir, avvenuta in via Svevo a Bologna, la procura guidata da Paolo Guido ha iscritto un procedimento nell'apposito registro 'modello' 45 bis "nei confronti di quanti hanno preso parte alle diverse fasi del prolungato intervento". Non ci sono indagati, dunque, ma si tratta dell'applicazione della nuova norma sul registro separato, destinato alle annotazioni preliminari, dove vengono iscritti i nomi di soggetti cui viene attribuito un fatto di reato commesso in presenza di una causa di giustificazione. Sarebbe la prima volta.
Dai primi accertamenti della procura, risulta anche che gli agenti, quando hanno chiesto aiuto al 118, avrebbero segnalato un uomo alle prese con una crisi psichiatrica. Il pm ha poi aggiunto che le indagini "terranno conto dell'intero sviluppo dei fatti (di più ampia estensione temporale rispetto al video sino ad ora diffuso in rete, pure acquisito da quest'ufficio) e dell'intervento degli operatori sia delle forze dell'ordine sia del personale sanitario".
Il fatto -
Nella tarda mattinata del 19 luglio, alcuni residenti del quartiere Pilastro hanno chiamato il 113 per sedare l'agitazione del 43enne. Una volante è arrivata sul posto e anche il 118. L'uomo avrebbe dato poi dei colpi all'auto della polizia; gli agenti, alla presenza anche dei sanitari, avrebbero spruzzato all'uomo spray urticante e lo avrebbero messo in sicurezza, con l'aiuto di un civile, ammanettandolo. Il 43enne avrebbe poi accusato un malore ed è deceduto.
Chi era Abderrahim Fakir -
L'uomo, in Italia da quando aveva 7 anni, viveva da anni nel territorio bolognese e lavorava come facchino. Secondo quanto emerso, si trovava nella zona del Pilastro per incontrare parenti e conoscenti. Dalle testimonianze dei conoscenti, inoltre, pare soffrisse anche di asma, tanto che gli stessi familiari poi diranno: "Possibile abbia avuto una crisi respiratoria, che gridasse auto e fosse agitato solo perché non stava bene. Era già stato in ospedale".
© Withub
© Withub
Il dolore dei parenti -
"Non mi darò pace finché mio fratello non avrà giustizia. Non mi darò proprio pace", a dirlo è stata la sorella Katia dopo la notizia della morte. Anche Mohamed, fratello della vittima, ha annunciato di volersi rivolgere agli avvocati e alle istituzioni marocchine per far luce sulla vicenda. Nel quartiere molti residenti hanno manifestato vicinanza alla famiglia, mentre alcuni testimoni hanno raccontato di aver sentito Fakir chiedere aiuto durante le fasi precedenti al malore: "Lui sempre chiedeva aiuto. Non ha fatto niente chiedeva solo aiuto. Era un po' agitato, chiedeva aiuto, aiuto, aiuto".
Nel frattempo i parenti della vittima hanno nominato Fabio Anselmo, già avvocato nei casi Aldrovandi e Cucchi. All'Ansa, Anselmo ha dichiarato: "Ho accettato l'incarico di avvocato della famiglia Fakir dai suoi parenti. Con questo caso spero di non rivedere un film già visto con Magrini e Aldrovandi". Il legale ha poi commentato così il fatto che attualmente sia la polizia a svolgere le indagini sulla morte del 43enne: "Le indagini sull'attuale vicenda, come la Cedu richiede, andrebbero fatte da un Corpo autonomo e non dallo stesso a cui appartengono le persone coinvolte".