Poche altre volte nella storia del cinema abbiamo visto una dichiarazione d'intenti più chiara di quella di Christopher Nolan, che apre la sua Odissea ponendola esplicitamente “in un’epoca di apparente magia”. Il fantastico è qui infatti "umanizzato", relativizzato e sembra agire in una dimensione mai davvero lontana: certo, ci sono ciclopi e maghe ma tutto il kolossal nolaniano sembra voler far percepire in primis la forza degli elementi: l'acqua, il fuoco, la terra, l'aria. Tutto mantiene il suo formato materico, l'esperienza deve essere talmente immersiva da dare l'illusione che tutti i nostri sensi vengano coinvolti e d'altra parte a quello serviva l'Imax, a quello serviva la pellicola con la sua grana e il preciso lavoro sul suono. Limitare tuttavia l'analisi di questa Odissea a una mera valutazione del suo sconvolgente apparato tecnico sarebbe un errore, visto che certe scelte esistono all'interno di un ecosistema filmico messo su proprio per raccontare qualcosa di più, andando ben oltre l'effetto "wow" che in ogni caso riesce a riempire le sale, ben oltre le più rosee previsioni.
Tutto è umano, anche il divino -
Nell'epoca di apparente magia, dove tutto è percepibile e ha dimensione umana, anche gli dei smettono di avere una certa aura di sacralità. Zeus è percepito attraverso i fulmini, è un evento atmosferico. Atena è l'unica che viene incarnata in un vero personaggio da un'attrice, Zendaya, ma veste e si muove come qualcuno che non ha niente di intrinsecamente divino, e alla fine capiamo anche perché: Atena potrebbe essere una visione, un transfert emotivo originato da un trauma, la sua apparizione è solo apparente magia, appunto.
La star del cinema come divinità del piccolo schermo -
In un contesto del genere i personaggi diventano dei o semi-dei, guadagnano il loro status mitico agli occhi dello spettatore, in quanto interpretati da star del grande schermo: il casting di questa Odissea raccoglie il meglio di Hollywood e non è una scelta dettata solo dal marketing: per raccontare una storia epica servono celebrità a noi familiari, idoli moderni in grado di rappresentare eroi e cattivi archetipici. Il gioco a volte arriva a trascendere la mitologia, con John Leguizamo che interpreta Eumeo truccato quasi come un anziano Marlon Brando, innescando riletture meta-cinematografiche accessorie. Il servitore cieco che ha paradossalmente visto tutto cita la star del medium visivo per eccellenza, quasi quest'ultimo fosse un nume tutelare cui i suoi epigoni di oggi possano appoggiarsi.
Il cinema di Nolan come congegno ingegneristico -
Cercare la dimensione "umana", terrena, dell'Odissea è quasi necessario per Christoper Nolan. In tutta la sua filmografia il fantastico è infatti ridotto spesso e volentieri a complesso congegno ingegneristico, qualcosa che va spiegato e razionalizzato. La "magia apparente" è la stessa alla base di The Prestige (il film di Nolan che piace di più ai cinefili alternativi) ma d'altra parte si ritrova anche nelle architetture complesse che reggono Inception e Tenet. Lo stesso Interstellar cos'è se non il tentativo del regista anglo-americano di riproporre la propria Odissea nello spazio sulla scia del mito Kubrick?
Un film che cade quando la magia non può essere più apparente -
Non è un caso che l'ultimo kolossal nolaniano si incagli proprio quando questo impulso razionalizzante non può concretizzarsi, schiacciato dalle necessità narrative insite nell'opera omerica. Il regista non ha infatti la fantasia anarchica di un Guillermo del Toro, per quanto si sforzi per propria stessa ambizione di citarlo persino nello stile del suo Polifemo. Proprio la macro-sequenza con il ciclope è la peggiore del film, presentando un nemico senza spessore per Ulisse e compagni. Il figlio di Poseidone è visivamente anche accettabile (e sarebbe strano il contrario, visto il budget) ma viene ridotto a un kaiju, a un mostro senza personalità e senza dialoghi uscendone ridimensionato e banalizzato. Viene il dubbio che sia meglio l'incarnazione proposta dal "nostro" Mario Camerini nella sua rilettura dell’Odissea del 1954, quando a occuparsi di Polifemo era stato chiamato il futuro nume tutelare dell'horror nostrano Mario Bava. Nolan, che già aveva saccheggiato il capolavoro dell'animazione di Satoshi Kon Paprika per il suo Inception, stavolta sembra citare Hayao Miyazaki nella trasformazione dei soldati in maiali da parte di Circe. Una buona idea se non fosse che i limiti del live action finiscono per mostrarsi tutti se paragoniamo la scena a quella quasi speculare presente ne La città incantata. L'anglosassone Nolan perde colore, schiacciato da un'idea di fantastico che è nella sua idea più vicino alle fascinazioni medievali di Labyrinth o di Game of Thrones. Il suo respiro epico nei momenti peggiori del film appare affannoso, ulteriormente appesantito da una colonna sonora che invece altrove suona come un perfetto contrappunto.
Un kolossal a misura di Nolan -
Sia i difetti che i pregi dell'Odissea sono imputabili in sostanza a Christoper Nolan e alla sua personalissima visione artistica. D'altra parte non esiste un autore migliore per raccontare una storia che già in origine non aveva una narrazione lineare e che presentava personaggi archetipici che servivano in primis come "funzioni". I film di Nolan hanno da sempre questo andamento frammentato, fatto di flashback e andirivieni nel racconto. Si pensi alla pellicola che ne sancì l'esplosione: Memento è tutto un gioco sulla memoria e il protagonista non è che un Ulisse impegnato a ricostruire la sua personale epica terrena. Tempo fa venne distribuita anche una versione del film in cui gli eventi erano presentati in ordine cronologico, rendendo palese come il punto forte della storia fosse proprio la sua struttura asincrona.
L'eterno ritorno nolaniano -
Il cinema di Nolan è un cubo di Rubik filmico, un congegno sofisticatissimo che per essere compreso ha bisogno di personaggi "semplici", che non facciano dell'approfondimento psicologico la loro forza. Per questo vederlo alle prese con l'Odissea e i suoi archetipi suona naturale, inevitabile quasi, nella drammatizzazione spinta di quello che in fondo è uno dei suoi topoi da sempre: il ritorno a casa. Interstellar non è che questo, il tentativo di chiudere il cerchio e ripartire da dove si è venuti ma anche il sopracitato Memento si muove nello stesso solco. Batman ci mette tre film ma alla fine raggiunge l'obiettivo di riportare (e non portare) la pace, per sè e per Gotham City.
Significanti che acquistano nuovi significati -
Nell'Odissea si ritrova poi la fascinazione del regista per l'ingegno umano, nella piena coscienza che quest'ultimo possa portare più o meno volutamente a conseguenze spaventose, come in The Prestige o Oppenheimer. Proprio con quest'ultima pellicola la rilettura nolaniana di Omero dialoga, in un palese parallelo tra il cavallo di Troia e la bomba atomica, viste entrambe come idee di per se geniali che finiscono per generare distruzione. Il cavallo di Troia acquista nuovi significati se spogliato della sua carica originale e pensato all'intero dell'universo di Chris Nolan: esso è un innesto, come le idee in Inception, è un'ossessione come il ricordo in Memento e si porta addosso la stessa pulsione di morte di Oppenheimer.
L'uomo che rischiò a inizio carriera di girare Troy, uno dei più palesi tradimenti cinematografici dell'epica classica, non è interessato d'altra parte alla mimesi perfetta con l'opera da cui parte. Vuole dare una sua visione e non è importante in quest'ottica che un personaggio sia di colore o che qualcuno si esprima con un accento di Boston. Quello che a Nolan interessa dell'Odissea è il suo cuore, la base. "Un uomo, un pensiero, uno stratagemma", rappa l’aedo Travis Scott. Sono le prime parole che ascoltiamo e sono tutto quello di cui il regista sente di aver bisogno per raccontare ciò che davvero gli preme.
L'Odissea e noi -
Questa Odissea solo apparentemente magica parla della nostra società, come è inevitabile che sia se si considera il mito come un magma narrativo in costante evoluzione. Siamo in un universo dove si cita (e poi si disattende) continuamente una teorica "legge di Zeus", che altro non è che un richiamo all'empatia quantomeno attuale. Lo stesso Ulisse è un personaggio incredibilmente moderno: è un uomo confuso i cui racconti sono probabilmente inaffidabili, come quelli di Memento e delle nostre personali narrative social. Siamo di fronte a un soldato in preda ai sintomi di un attualissimo stress post traumatico ma anche di un politico che ragiona secondo schemi tanto attuali quanto machiavellici. Sa benissimo per esempio che Agamennone, l'autorità cui deve sottostare, non è mai davvero influenzato dagli dei quanto piuttosto da motivazioni politiche che suonano attuali: Agamennone vuole le terre, gli stretti, le rotte di commercio e pazienza se questi luoghi anelati non si chiamino Hormuz o Groenlandia, il senso rimane quello.
Fuori controllo -
Qualcuno ha chiamato l'Odissea "l'ennesimo film in cui Matt Damon torna a casa" ma stavolta il percorso non è affatto lineare, nella narrazione come nella riuscita della stessa. Siamo davanti a un'opera che cresce gradualmente, esplodendo nel momento in cui abbandona la struttura quasi da videogioco per concentrarsi sul ritorno a casa dell'eroe. Qui vediamo un Nolan inedito, quasi sentimentale, che per una volta si gode il piacere di lasciarsi andare. "Abbandona il controllo", diceva Calipso a Ulisse nell'opera di Omero e sembra quasi che il consiglio sia stato recepito dal deus ex-machina di questa operazione cinematografica, non nuovo a immedesimarsi nei suoi protagonisti (Di Caprio in Inception è di fatto Nolan persino nel taglio di capelli).
Uno scontro epico tra epiche -
Alla fine l'obiettivo di tutto il film è forse proprio ricordare il potere delle storie. Quando perdiamo tutti i punti di vista altrui e torniamo a concentrarci su Ulisse tutto torna, come in un mosaico di cui alla fine abbiamo davvero ogni tessera. Le storie che mutano e si trasformano di bocca in bocca sono la base della narrazione filmica e non per Nolan, basti pensare alla sua scelta di chiamare un rapper a rappresentare il corrispettivo di un aedo. Anche se poi tutto alla fine si ricongiunge quasi sempre in una forma classica e familiare a tutti, come accade anche qui. L'Odisseo di Matt Damon si congeda infatti non a caso dal pubblico andando verso l'orizzonte, come l'eroe di un western, lasciando al figlio Telemaco l'onere di continuare una storia che non smetterà mai di venire raccontata, seppur con parole diverse. L'Odissea di Christopher Nolan è in fin dei conti esattamente ciò che aspirava a essere: il punto d'incontro tra l'epica hollywodiana e quella classica in un incrocio che alla fine appare allo spettatore tanto inevitabile quanto catartico.