OTTO ANNI DOPO LA TRAGEDIA

Ponte Morandi, la lettera di Autostrade: "Chiediamo scusa, è un'esigenza morale"

Alla vigilia della sentenza la nuova proprietà rompe il silenzio, l'ad Giana: "Nel tempo che seguì il crollo del ponte Morandi, continuavo a domandarmi come fosse stato possibile non chiedere immediatamente scusa per quanto era successo"

© ansa

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A otto anni di distanza dalla tragedia del ponte Morandi, era il 14 luglio 2018, ndr, e alla vigilia della sentenza al termine di un processo lungo 284 udienze, arriva - a sorpresa - una lettera di scuse da parte di Autostrade per l'Italia (Aspi), il concessionario che gestiva la struttura che, crollando, provocò la morte di 43 persone. A firmare la missiva è Arrigo Giana, amministratore delegato della società in carica dallo scorso anno, che tiene a sottolineare quanto l'azienda sia, oggi, cambiata profondamente. 

Ecco il testo integrale della lettera

In queste ore siamo in attesa della sentenza di primo grado sulla tragedia del ponte Morandi, con lo stesso desiderio di verità che sentono i familiari delle vittime, i cittadini genovesi e tutti gli italiani. Tutti noi ricordiamo, come fosse oggi, quella mattina del 14 agosto 2018. Io ero uno dei milioni di cittadini che si trovava attonito davanti agli schermi della televisione, dove scorrevano le drammatiche immagini di quella tragedia che si stava consumando a Genova. In quegli istanti il pensiero di tutti correva alle vittime innocenti, alle loro famiglie irreparabilmente distrutte, ai feriti assistiti da eroici soccorritori. Nel tempo che seguì il crollo del ponte Morandi, continuavo quindi a domandarmi come fosse stato possibile non chiedere immediatamente scusa per quanto era successo. Un’ulteriore incomprensibile ferita, vissuta altrettanto drammaticamente dalla comunità. Le azioni e le scelte di alcuni hanno lasciato ferite indelebili, quindi porgere oggi quelle scuse non fatte ieri è una nostra esigenza morale che va al di là dell’accertamento delle responsabilità e del corso della Giustizia verso la verità. Autostrade per l’Italia preserva la sua storia e il suo nome anche per custodire la memoria di quanto accaduto il 14 agosto 2018 come monito costante, anche se oggi questa azienda è altro rispetto ad allora: un nuovo corso sotto il controllo dello Stato e con nuovi azionisti. Una nuova gestione, con nuovi dirigenti che lavorano giorno per giorno per monitorare la rete, pianificare gli interventi e prevenire i rischi, garantendo così la sicurezza delle infrastrutture, dei viaggiatori e dei lavoratori. Rompiamo il silenzio dunque. Ribadendo l’assoluto impegno delle nostre diecimila lavoratrici e lavoratori affinché fatti del genere non si ripetano mai più, a nome del Gruppo Autostrade per l’Italia voglio chiedere scusa ai familiari delle vittime, ai genovesi e a tutti gli italiani, per le sofferenze originate dal tragico evento del Morandi. Pur consapevole che il nostro gesto non potrà mai cancellare il loro dolore.

Il cambio di passo rispetto alla vecchia proprietà -

 "Dalle nostre parti il silenzio è considerato un segno di rispetto", affermò Gilberto Benetton, venuto a mancare pochi mesi dopo il crollo, in rappresentanza del gruppo trevigiano allora proprietario (era il primo azionista di Atlantia che controllava Aspi). Suo fratello Luciano, un anno dopo, fece insorgere i parenti delle vittime dicendo: "Nessun componente della famiglia ha mai gestito Autostrade, siamo parte lesa". Solamente quattro anni dopo, era il 2022, Alessandro Benetton, figlio di Luciano, appena nominato alla presidenza di Edizione, la holding di famiglia che aveva firmato l'accordo con Cassa depositi e prestiti per uscire dal capitale di Aspi, fece un primo mea culpa: "Avremmo dovuto subito chiedere scusa". La lettera firmata da Arrigo Giana, quindi, rappresenta un cambio di passo della società rispetto alla vecchia proprietà. 

Un processo monstre -

 Il 16 luglio, quindi, si arriverà al termine di un processo monstre caratterizzato da grandi numeri: 57 imputati, 284 udienze distribuite in quattro anni, 200 parti civili (fra cui il ministero delle Infrastrutture e la presidenza del Consiglio) e 400 anni di carcere chiesti complessivamente dalla procura di Genova. La pena più alta, pari a 18 anni e 6 mesi, è stata chiesta per Giovanni Castellucci, l'ex amministratore delegato di Aspi, accusato di aver risparmiato sulle manutenzioni per massimizzare i profitti della società che, così facendo, avrebbe accettato il rischio che la struttura potesse cadere. "Sono responsabile ma non colpevole", ha risposto Castellucci in merito alle accuse mosse nei suoi confronti. L'uomo si trova in carcere dall'aprile dello scorso anno, da quando è diventata definitiva la condanna a quattro anni per la strage di Avellino dove un autobus volò giù da un viadotto autostradale causando 40 morti. Michele Donferri Mitelli, ex responsabile manutenzioni, rischia 15 anni e 6 mesi per aver garantito sulla sicurezza del pilone poi crollato. Maurizio Ceneri, ex dirigente di Spea, società satellite di Aspi addetta al monitoraggio, rischia 13 anni. Rischia anche Mauro Coletta, dirigente del ministero delle infrastrutture, accusato di non aver eseguito controlli e ispezioni pubbliche. "Eravamo senza uomini. E poi i controlli spettavano unicamente ad Aspi e Spea", aveva replicato lui.

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