"Questo villaggio risponde alle esigenze che concepivo quando ero operaio anch'io". Così Enrico Mattei, il 18 agosto 1958, inaugurava Corte di Cadore davanti ai ministri Togni e Tambroni. Il "Gazzettino" del giorno dopo raccontava "un'oasi di riposo per i lavoratori dell'Eni" sorta "quasi a perpendicolo delle tetragone cime dell'Antelao e del Pelmo", a pochi chilometri da Cortina. Il "Giorno" annotava le parole del presidente dell'ente: "Chi lavora duro ha bisogno di questo riposo, in una casetta piccola ma con il necessario, tutta per sé. Questa per noi ora è una realtà, ma è anche una speranza per tutti i lavoratori italiani".
Non era retorica. Nel pieno del boom economico, Mattei aveva immaginato un "villaggio sociale" dove le gerarchie della fabbrica si fermavano al cancello: una volta dentro tutti avevano lo stesso trattamento, dai dirigenti agli operai, e le villette non si assegnavano per grado ma per sorteggio. Un pranzo inaugurale, scriveva il cronista del Gazzettino, "ha affratellato un po' tutti, grandi e piccini, gente importante e oscuri". Tambroni definì il villaggio una "superba realizzazione" e disse di Mattei: "È un uomo che si commuove facilmente allorché viene toccata la corda dell'umanità".
A dare forma all'utopia fu Edoardo Gellner, l'architetto che aveva già lasciato il segno sulla Cortina olimpica del 1956. In pochi anni, su un milione di metri quadrati di bosco, sorsero centinaia di villette "per porre in evidenza o far scomparire gli edifici nel verde", come scrisse lui stesso. Poi l'albergo, il campeggio e la chiesa di Nostra Signora del Cadore con la sua guglia d'acciaio di 42 metri firmata con Carlo Scarpa.
Il cuore del progetto era però la colonia: sedici padiglioni collegati da rampe coperte, fino a seicento bambini per turno, figli dei dipendenti arrivati "dalla Lombardia alla Sicilia, dal Lazio al Veneto", come raccontavano le cronache. Qui la cura pedagogica diventava architettura: niente scale nei percorsi dei piccoli, sostituite dalle rampe per ragioni di sicurezza, e finestre tutte diverse l'una dall'altra, perché ogni bambino potesse adottarne una e riconoscere il proprio angolo di mondo. Un dettaglio che dice tutto della scala umana di quel progetto.
Con la morte di Mattei nel 1962 l'utopia si fermò a metà: le quattrocento villette previste non arrivarono mai, e la piazza che doveva essere il centro del villaggio rimase solo sulla carta. Ma quello che fu costruito non è diventato una rovina, e nemmeno un museo. Oggi si chiama Corte delle Dolomiti ed è un progetto di ospitalità diffusa costruito attorno a un principio semplice: conservare, non stravolgere. Le 274 ville sono state restaurate e vendute a privati, con i mobili disegnati da Gellner e le stufe in ceramica ancora al loro posto. L'Hotel Boite, costruito tra il 1961 e il 1963 e battezzato come il torrente della valle, è forse il luogo dove il tempo si è fermato meglio: la hall con la grande trave lignea e le vetrate perimetrali, le panche che corrono lungo le pareti, le 84 camere con parquet e arredi originali degli anni Sessanta, tutte affacciate sul Pelmo. Al ristorante interno, il 942, dall'altitudine a cui si trova, si mangia ancora nelle ceramiche con il cane a sei zampe.
Attorno all'albergo il villaggio ha ritrovato le sue funzioni. L'ex foresteria del personale è diventata il Residence Corte, 45 appartamenti per chi cerca la montagna senza cerimonie. Il campeggio di Gellner, con le capanne in legno rialzate su sostegni di cemento, è ancora lì. Si sono aggiunti una spa alimentata da una sorgente dell'Antelao, un parco avventura e il Mountain Lab, che organizza escursioni, arrampicata e laboratori nel bosco. E poi c'è la colonia, il pezzo più fragile e più prezioso: addentrarsi tra i suoi padiglioni è un'esperienza che affascina, tra i dormitori, le docce a misura di bambino, le finestre dalle molteplici forme, i confessionali che sembrano opere d'arte e l'aula magna ancora illuminata dal lampadario "nuvola" di Gellner e Sarfatti.
C'è infine la vita culturale, che è forse il modo più fedele di onorare l'idea originaria: la chiesa di Scarpa e Gellner è diventata un palcoscenico per concerti e rassegne musicali, mentre gli spazi del villaggio ospitano incontri letterari, presentazioni e appuntamenti dedicati alla montagna e alle sue storie. Il modo migliore per capire che cosa sognava, per i suoi operai, l'uomo del metano.