Alla vigilia della semifinale

Dalle Falkland alla Mano de Dios, perché Argentina-Inghilterra non è solo una questione di calcio

I Mondiali regalano l'ennesimo capitolo di una sfida eterna, in cui storia e politica intrecciano i destini di due Paesi

di Fabio Beretta
© Getty Images | La "mano de Dios": Diego Armando Maradona e il gol segnato di mano all'Inghilterra ai Mondiali 1986

© Getty Images| La "mano de Dios": Diego Armando Maradona e il gol segnato di mano all'Inghilterra ai Mondiali 1986

La storia ci insegna che i corsi e i ricorsi esistono da sempre. E così, tra qualche giorno, Inghilterra e Argentina si ritroveranno nuovamente l'una contro l'altra, in quello che sarà l'ennesimo capitolo di una rivalità infinita. Ma non esclusivamente calcistica. Perché dalle Falkland alla Mano de Dios, i rapporti tra Londra e Buenos Aires rasentano ancora oggi lo zero termico.

Dal football al futbol -

 Se è vero che l'Inghilterra ha inventato il calcio esportandolo nel mondo (Rio de la Plata compreso), altrettanto vero è che l'Argentina lo ha reinventato, trasformandolo in un rito di popolo e in un'identità nazionale opposta a quella dei maestri europei. La prima scintilla scocca ai Mondiali del 1966. Inglesi e argentini si affrontano per la prima volta in una competizione internazionale ed è fin da subito evidente che le due filosofie non possono convivere. La partita è maschia, a dir poco: a farne le spese è il capitano di quell'Albiceleste, Antonio Rattin, che per uno straordinario scherzo del destino è mancato proprio domenica 12 luglio, la notte che riconsegna alla storia del pallone l'eterna sfida. Fu proprio lui il motivo scatenante della faida anglo-argentina. Rattin parlava solo spagnolo, così come del resto l'arbitro Rudolf Kreitlein parlava solo tedesco: ecco perché per il mediano fu estremamente difficile comprendere perché il direttore di gara lo stesse cacciando dal campo quando ancora la battaglia infuriava. I cartellini non esistevano e gli arbitri comunicavano a voce ai giocatori le proprie decisioni, quindi viene da sé che ci volle del bello e del buono per far capire a Rattin cosa stesse accadendo. Alla fine, undici minuti di spiegazioni e polemiche dopo, il capitano lascerà l'agone calpestando il tappeto reale, portandosi dietro uno sciame di polemiche che mai si diraderà del tutto. Eppure, curiosamente, quella scena dai contorni tragicomici un effetto lo produrrà e porterà all'introduzione di un linguaggio internazionale per arbitri e giocatori: i cartellini, appunto.

La guerra delle Falkland/Malvinas -

 Il punto di non ritorno si consuma però nel 1982, con il calcio che lascia il campo alla politica. E alla guerra. Il 2 aprile del 1982, con il tentativo di distogliere l'attenzione dall'opprimente crisi interna, il generale Leopoldo Galtieri si affaccia tronfio al balcone della Casa Rosada per un annuncio: "Las Malvinas son argentinas". Tripudio della folla che mai aveva sopportato la presenza della corona inglese a un tiro di schioppo dalle proprie coste, su un arcipelago che l'orgoglio argentino aveva sempre rivendicato ritenendo illegittima la secolare occupazione inglese. La reazione del governo di Margaret Thatcher è durissima, accesa dalle provocazioni del regime militare, che senza troppi giri di parole invitava il Regno Unito a farsi avanti fin lì per regolare i conti. Detto, fatto. La contesa si risolve con una guerra lampo di 74 giorni che si conclude con il tremendo e determinante affondamento dell'incrociatore "General Belgrano". Vittoria britannica, Union Jack che torna a sventolare sulle Falkland e le ferite sanguinanti di quel conflitto che si trasferiscono immediatamente dalle trincee dell'Atlantico meridionale agli spogliatoi degli stadi.

La Mano de Dios -

 L'occasione di rivincita arriva anche prima del previsto. Mondiali 1986, Città del Messico. Il quarto di finale del Mondiale messicano non è una semplice partita: per gli argentini rappresenta l'occasione irripetibile di una vendetta. Simbolica, a dire il vero, ma pur sempre su uno dei campi preferiti dagli inglesi. A farsi carico del riscatto di un popolo è Diego Armando Maradona, che in soli quattro minuti scrive le due pagine più famose e probabilmente antitetiche del calcio mondiale. La Mano de Dios: il primo gol, segnato superando il portiere Peter Shilton con un astuto colpo di pugno non ravveduto dalla terna arbitrale. Un gesto che gli argentini interpretano tutt'oggi come la più gustosa delle beffe di strada ai danni dell'impero britannico. E poi il gol del secolo: una cavalcata leggendaria di 60 metri in cui Maradona scherza mezza squadra inglese prima di adagiare la palla in rete, quasi a voler mettere il punto esclamativo su quella partita decisa dal destino.

Le rivendicazioni di oggi -

 La faida proseguirà ancora nel 1998, con il fallo di reazione da rosso diretto (tanto celebre quanto ingenuo) su Diego Simeone da parte di David Beckham. Che però si vendicherà a sua volta nel 2002, quando un suo rigore nella fase a gironi costò il Mondiale all'Albicelesete, clamorosamente eliminata al primo turno. E se i rapporti calcistici tra i due Paesi sono rimati freddi, di sicuro non va meglio sul piano diplomatico. L'Argentina non ha mai smesso di rivendicare le Falkland/Malvinas, tanto da farne anche una questione di Costituzione, all'interno della quale ancora oggi, dopo la revisione voluta dal governo nel 1994, la riconquista delle isole viene identificata come «obiettivo permanente e irrinunciabile del popolo argentino». Non sorprende nemmeno che questo sentimento sia tangibile e concreto in tutto il Paese. È infatti impossibile girare per le strade delle città argentina senza imbattersi in striscioni, veicoli e murales con le scritte "Las Malvinas son argentinas"; così come in cartelli stradali, vie e persino aeroporti. In primis quello di Ushuaia, Terra del Fuoco, il più vicino all'agognato arcipelago, ma paradossalmente anche il più lontano non esistendo alcun volo di collegamento.

Non è solo una partita -

 Senza considerare gli stadi, dove curve e tribune affollate dagli hinchas sono ancora oggi zeppe di bandiere, riferimenti e rivendicazioni che inneggiano a quel sogno forse sempre più proibito. E poi gli striscioni che "vietano di dimenticare", sventolati con orgoglio insieme alle sagome delle isole, ad alimentare i sentimenti più nazionalisti e mai nascosti. A riprova che in Argentina sono solo due gli elementi in grado di unire l'intero popolo: le Malvinas e la Seleccion. Temi che si sovrappongono quando il destino si traveste da Inghilterra. Perché, nonostante i tentativi dei moderni protagonisti di stemperare i toni della sfida, per i tifosi e per la memoria collettiva rimarrà sempre qualcosa di più: una partita infinita dove la geopolitica indossa i tacchetti e la storia si decide in novanta minuti.

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