Nel 2026 gli stipendi italiani torneranno a perdere valore reale, con un calo stimato dello 0,9% secondo l'Ocse, seguito da una risalita modestissima dello 0,2% nel 2027. L'ennesimo capitolo di un'oscillazione che dura da cinque anni e che ha lasciato l'Italia nella posizione peggiore tra i grandi Paesi europei per potere d'acquisto perso e non ancora recuperato. Capire perché questo accada richiede di separare tre livelli di lettura diversi: la dinamica dei prezzi, il meccanismo contrattuale che (non) adegua gli stipendi, e il contesto geopolitico che sta di nuovo spingendo l'inflazione verso l'alto.
© Withub
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L'andamento degli stipendi dal 2021 a oggi -
Il dato spesso citato del -6,1% dei salari reali del primo trimestre 2026 rispetto allo stesso periodo del 2021 non mostra come siamo arrivati a perdere tutto questo potere d'acquisto. Anche perché la traiettoria seguita dagli stipendi è stata tutt'altro che lineare: il momento peggiore è stato il primo trimestre 2023, quando il divario rispetto al 2021 aveva toccato l'11%, sotto la spinta dell'inflazione innescata da pandemia e guerra in Ucraina. Da lì è iniziata una fase di recupero gestita anno per anno: +1% nel 2023, +2,8% nel 2024, +1,1% nel 2025.
Un recupero reso possibile non da un'inflazione a zero, ma dal fatto che gli stipendi nominali, cioè quelli scritti in busta paga, sono cresciuti più velocemente del costo della vita in quel triennio. Sull'intero periodo 2021-2026, infatti, gli stipendi nominali italiani sono aumentati del 12%, ma non è bastato: il potere d'acquisto reale resta comunque sotto i livelli pre-2021. Il 2026 interrompe bruscamente questa fase di recupero. E qui entra in gioco il secondo livello di analisi: il motivo per cui gli stipendi nominali smettono improvvisamente di rincorrere i prezzi.
Il meccanismo che si inceppa: i rinnovi contrattuali -
In Italia la leva principale attraverso cui gli stipendi aumentano non è un adeguamento automatico all'inflazione, ma la contrattazione collettiva. I Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) — negoziati periodicamente da sindacati e associazioni datoriali come Confindustria o Confcommercio, categoria per categoria — regolano la quasi totalità del lavoro dipendente e hanno tipicamente una durata di tre anni. È nei momenti di rinnovo che i sindacati negoziano aumenti retributivi: senza rinnovo, non c'è aumento.
Questo meccanismo, però, soffre di un ritardo strutturale cronico. All'inizio del 2021 lavorava con un contratto già scaduto quasi l'80% dei dipendenti italiani, un dato che segnala quanto la contrattazione fatichi a tenere il passo con le scadenze previste. L'impennata del costo della vita degli anni successivi ha reso i rinnovi più urgenti, riducendo il tempo medio di attesa da 22,6 a 14,9 mesi; ciò nonostante, oggi il 32% dei dipendenti lavora ancora con un contratto scaduto. È proprio questo collo di bottiglia a spiegare la previsione Ocse per il 2026: con pochi rinnovi significativi in calendario tra quest'anno e il prossimo, gli stipendi nominali resteranno sostanzialmente fermi mentre i prezzi continuano a salire — la combinazione che produce, meccanicamente, un nuovo calo dei salari reali.
Le incertezze geopolitiche -
Se il meccanismo contrattuale spiega perché gli stipendi non vengono adeguati prontamente ai prezzi, resta da capire perché i prezzi stiano di nuovo accelerando. La risposta stavolta si trova guardando al Medio Oriente e, in particolare, alle conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha cambiato le rotte mondiali delle merci e fatto risalire i costi di bollette e carburanti in buona parte dei Paesi occidentali. È un problema condiviso, ma l'Italia lo affronta partendo da una posizione di svantaggio: essendo già il Paese europeo con il divario di potere d'acquisto più ampio da recuperare rispetto al 2021, ogni nuovo shock inflattivo si somma a una ferita non ancora rimarginata.
Un mercato del lavoro iniquo -
Secondo l'analisi Ocse l'indebolimento salariale avviene mentre il mercato del lavoro mostra segnali positivi, in una dinamica abbastanza paradossale. La disoccupazione è scesa al 5% a maggio 2026 (in linea con la media Ocse del 4,9%), in calo di 1,5 punti nell'ultimo anno, un andamento in controtendenza rispetto a due terzi dei Paesi Ocse, dove la disoccupazione sta invece risalendo. L'Italia si trova, insieme a Grecia, Portogallo e Spagna, tra le poche economie dell'Europa meridionale dove l'occupazione continua a crescere, con un tasso record del 62,8% nel primo trimestre 2026.
Ma tale miglioramento resta parziale su due fronti. Primo: il tasso di occupazione italiano è ancora basso, di 9,3 punti sotto la media Ocse (72,1%), un divario particolarmente marcato tra donne e giovani, e la crescita occupazionale ha già iniziato a rallentare rispetto agli altri Paesi del Sud Europa. Secondo, e più rilevante per il tema salariale: più occupazione non equivale automaticamente a più potere d'acquisto diffuso, se il canale attraverso cui gli stipendi dovrebbero crescere, quello dei rinnovi contrattuali, resta bloccato.
A complicare ulteriormente la mobilità salariale, l'Ocse segnala anche l'uso talvolta ingiustificato delle clausole di non concorrenza, che possono riguardare fino al 18% dei dipendenti del settore privato italiano. Quando non strettamente necessarie, queste clausole limitano la possibilità dei lavoratori di cambiare azienda per ottenere condizioni migliori, cioè uno dei pochi meccanismi di aumento salariale alternativi al rinnovo contrattuale, in un sistema dove quest'ultimo è già lento.
Cosa ci aspetta -
Mettendo insieme i tre livelli di analisi, il quadro che emerge per il biennio 2026-2027 è quello di una frenata quasi inevitabile nel breve termine, e di un recupero solo parziale nel medio termine. Nel 2026 la combinazione di pochi rinnovi contrattuali in programma e nuova spinta inflattiva geopolitica produrrà un calo reale dello 0,9%. Nel 2027 la ripresa prevista (+0,2%) sarà comunque troppo debole per colmare il divario accumulato, a meno che non si sblocchino rinnovi contrattuali più consistenti o l'inflazione non rallenti più del previsto.
Il nodo di fondo, però, è strutturale e precede sia la guerra in Ucraina sia quella in Medio Oriente: un sistema di adeguamento salariale che si muove per scatti triennali, spesso in ritardo sulle proprie stesse scadenze, è per costruzione fragile di fronte a shock inflattivi improvvisi e ravvicinati. Finché il meccanismo dei Ccnl resterà l'unico canale dominante di crescita salariale, l'Italia continuerà a rincorrere il potere d'acquisto perso invece di consolidarlo, con il rischio che ogni nuova crisi geopolitica, come sta accadendo ora, riapra una ferita ben lontana dall'essere davvero guarita.