In Italia ci sono pochi laureati: quante volte abbiamo ascoltato questa affermazione? Eppure negli ultimi anni la percentuale di “dottori” è costantemente cresciuta e ora i nostri giovani con un titolo di studio terziario sono il 31,6% della popolazione tra i 25 e i 34 anni, contro però il 44,1% della media europea.
Mai come in questa fase storica, comunque, le nostre università registrano il tutto esaurito: le matricole sfiorano quota 2 milioni. E una buona parte di questa crescita deriva dall’esplosione delle 11 università telematiche riconosciute dal MUR.
Un’analisi effettuata da Skuola.net sugli open data del Ministero dell’Università e della Ricerca, relativi all’anno accademico 2024/2025, parla chiaro: tra i primi 10 atenei italiani per numero di iscritti, ben 3 sono online, con la tradizionalissima Sapienza di Roma che ormai deve contendersi il primato con la “digitale” Pegaso.
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I numeri certificano una crescita esponenziale
Ma questo è solo il punto di arrivo di un cambiamento strutturale in pieno sviluppo, avvenuto in soli 20 anni - pochi considerando che le università più antiche del Paese vantano una storia centenaria - e ora analizzato nel Primo Rapporto sulla didattica digitale curato dal Censis.
I numeri non lasciano spazio a interpretazioni: gli iscritti alle “telematiche” sono quasi quintuplicati in un decennio (+468,5%), le donne hanno compiuto uno storico sorpasso (52,5%) sugli uomini - fino a qualche tempo fa utenza dominante di questa tipologia di atenei - e, soprattutto, si è consolidato il ruolo di tali strutture come ascensore sociale e fonte di formazione mentre si lavora.
Basti pensare che circa 3 iscritti su 4 hanno già un impiego al momento dell'immatricolazione e che, per quasi la metà dei laureati telematici (45,1%), il traguardo accademico sarebbe rimasto un miraggio senza la flessibilità garantita dalla Rete. Un ecosistema che, dunque, non solo amplia l'accesso allo studio, ma garantisce un concreto upskilling nel mercato occupazionale.
Volendo fare un ragionamento di sistema, oggi si contano ben 309.368 persone iscritte nei vari atenei web, che si traducono nel 15,3% dell'intera popolazione universitaria italiana, segnando un netto distacco rispetto al modesto 3,2% di dieci anni fa.
Una dinamica espansiva che si riflette, a cascata, anche sulla popolazione post-universitaria: i laureati degli atenei "agili" hanno registrato un balzo impressionante, precisamente del +862,4% nello stesso periodo, arrivando a pesare per il 18% sul totale dei laureati d’Italia.
Numeri che, analizzati nel complesso, testimoniano come il comparto telematico stia diventando determinante per supportare la formazione di competenze elevate e contribuire a colmare il gap di laureati di cui storicamente soffre il nostro Paese.
L'identikit dello studente "telematico"
Ma chi siede esattamente dall'altra parte dello schermo? I dati del Censis spazzano via lo stereotipo che dipinge lo studente telematico quasi esclusivamente come un impiegato uomo, magari di mezza età, che vuole recuperare un sogno lasciato nel cassetto. L'indagine, al contrario, svela un profondo mutamento demografico.
Segnato in primis dal sorpasso di genere: nell'anno accademico 2024/2025 le donne sono diventate la maggioranza assoluta, raggiungendo il 52,5% delle iscrizioni.
Anche la composizione anagrafica si rivela estremamente variegata e trasversale. Tra i laureati intervistati, infatti, il 33,0% ha fino a 35 anni - quindi in età da università “classica” -, il 27,3% si colloca nella fascia tra i 36 e i 45 anni, mentre il 39,7% ha 46 anni o più.
Sul fronte delle scelte disciplinari, le preferenze restano però nettamente polarizzate e in linea con lo storico di questi atenei (e del sistema universitario in generale): quasi la metà degli iscritti (il 46,9%) opta per l'area Economica, Giuridica e Sociale, confermando la forte vocazione pragmatica di queste strutture, mentre le discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) restano al momento in posizione minoritaria, fermandosi al 17,1% delle scelte.
Per i lavoratori un vero paracadute
Ciò che rende unico il modello telematico, tuttavia, è soprattutto un altro: il suo strettissimo legame con il mercato del lavoro e la sua funzione di "facilitatore di crescita professionale" per chi, senza tale opportunità, rischierebbe fortemente di restare escluso dall'alta formazione.
Perché, come detto, al momento dell'iscrizione oggi ben tre quarti degli studenti “a distanza” (il 75,3%) possiedono già un'occupazione. Non è un caso, dunque, che la motivazione principe alla base della loro scelta sia proprio la flessibilità organizzativa: il 73,7% degli intervistati dichiara di essersi iscritto a un ateneo a distanza proprio per poter conciliare efficacemente lavoro e studio.
Ma, in questo ambito, è un altro il dato più forte e rivelatore dell'intero rapporto, quello che testimonia l'impatto reale e tangibile di queste istituzioni sulla vita delle persone. Alla precisa domanda se avrebbero comunque conseguito il titolo senza la possibilità di frequentare un'università digitale, il 45,1% dei laureati ammette categoricamente che la laurea “non l'avrebbe mai ottenuta”. A cui si aggiunge un ulteriore 39,4% che si è detto convinto che, seguendo i canali tradizionali, il percorso avrebbe richiesto tempi molto più lunghi e faticosi.
Evidenze che ribadiscono come la didattica online abbia gettato un ponte fondamentale per il recupero delle competenze e la garanzia reale del diritto allo studio.
Promozione piena per didattica flessibile ed esami online
Se i numeri sin qui sciorinati descrivono già un sistema in piena salute, è il giudizio espresso direttamente da chi questi atenei li ha vissuti che va a confermare la bontà del modello. La valutazione complessiva fornita dagli ex studenti è infatti estremamente lusinghiera: ben il 93,4% dei laureati ha valutato in modo positivo la propria esperienza accademica (il 51,7% si è detto "molto" soddisfatto e il 41,7% "abbastanza" soddisfatto).
Una promozione a pieni voti certificata anche dalla propensione a ripetere la scelta, con ben il 73,9% dei laureati che, potendo tornare indietro, rifarebbe esattamente tutto, iscrivendosi allo stesso corso e nello stesso ateneo.
Come detto, a conquistare il favore degli studenti è soprattutto il cuore metodologico di queste università, ovvero la "didattica asincrona". Poter gestire in autonomia i propri tempi è considerato un fattore chiave: non a caso, su questo aspetto l'apprezzamento per la possibilità di organizzare lo studio sui propri orari e di rivedere i materiali didattici più volte per agevolare l'assimilazione dei concetti supera il 97%.
Altrettanto netto, in positivo, è il posizionamento degli studenti su uno dei temi più dibattuti quando si parla di università telematiche: quello degli esami di profitto. Ma l'idea che la valutazione a distanza svilisca il valore del titolo viene respinta al mittente da chi ci è passato: l'83,7% dei laureati online è fermamente convinto che, disponendo di adeguate tecnologie e di rigorosi controlli a garanzia del corretto svolgimento delle prove, gli esami sostenuti validamente a distanza non vanno considerati di “serie B”, superando di fatto il dogma dell'obbligo di presenza fisica.
Ad ogni modo, i recenti interventi normativi fortemente voluti dal Ministro Bernini hanno posto un limite: anche nelle telematiche gli esami si devono fare in presenza, fatte salve alcune eccezioni debitamente motivate. Un elemento che non può che far bene a questo mondo.
Gli esiti occupazionali: come viene sfruttato il titolo
L'ultimo tassello per comprendere la portata del fenomeno telematico riguarda, infine, l'impatto reale che il titolo di studio genera una volta speso sul mercato del lavoro. A cosa serve laurearsi online se si ha già un impiego? I dati del Rapporto Censis dimostrano che si tratta di una formidabile leva professionale e di un potente strumento di riqualificazione.
Guardando alla situazione a un anno dalla laurea, emerge che tra coloro che lavoravano già durante gli studi, una solida maggioranza (il 59,0%) ha scelto di mantenere la propria posizione all'interno della medesima azienda. Tuttavia, restare nello stesso posto di lavoro non ha significato restare fermi al punto di partenza.
Al contrario, la laurea ha innescato un volano di crescita tangibile: il 42,7% di questi occupati "stabili" dichiara di aver vissuto un netto miglioramento delle proprie competenze professionali, il 25,9% ha capitalizzato lo sforzo ottenendo scatti di carriera o avanzamenti di posizione, e il 15,1% ha registrato un diretto miglioramento economico in busta paga.
Si tratta della dimostrazione concreta di come il titolo "agile" funzioni a tutti gli effetti come leva tattica per chi desidera rilanciarsi professionalmente, aggiornare le proprie competenze e sbloccare carriere altrimenti stagnanti. Il tutto senza dover mettere in pausa la propria vita lavorativa.