A 50 anni dalla diossina a Seveso

Disastri ambientali, oltre il 70% nasce da errori umani e scarsa manutenzione: ecco cosa non funziona nelle imprese

Un'analisi del Pool Ambiente mostra che la maggior parte degli incidenti potrebbe essere evitata. Serbatoi e condutture interrate sono le principali fonti di contaminazione, mentre gli eventi naturali estremi incidono solo marginalmente

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A cinquant'anni dal disastro di Seveso, uno dei più gravi incidenti industriali della storia italiana, emerge un dato che ribalta molti luoghi comuni: i disastri ambientali nel nostro Paese non sono causati principalmente da calamità naturali, ma da problemi interni alle aziende. Oltre sette incidenti su dieci, infatti, derivano da manutenzione insufficiente, corrosione degli impianti, guasti tecnici ed errori umani, fattori che potrebbero essere ridotti attraverso una migliore gestione del rischio.

 

Fino a 1.500 casi l'anno -

  Secondo l'Osservatorio Pool Ambiente, in Italia si registrano ogni anno tra 1.000 e 1.500 nuovi episodi di contaminazione ambientale. Di questi, tra 500 e 900 riguardano aziende pienamente in regola dal punto di vista amministrativo e non attività illegali, a dimostrazione del fatto che il rispetto delle norme, da solo, non è sufficiente a prevenire gli incidenti. L'analisi evidenzia come la corrosione delle strutture rappresenti il principale fattore di rischio (40,8%), seguita dall'errore umano (17,1%) e dai malfunzionamenti degli impianti (11,2%). Gli eventi naturali eccezionali, spesso ritenuti la principale minaccia, incidono invece appena per il 2,7% dei casi. 

 

Il nodo dei serbatoi -

  La principale origine dei danni ambientali è rappresentata da serbatoi, vasche e condutture interrate, responsabili del 40,5% dei sinistri ambientali. Seguono le aree di impianto, deposito e movimentazione dei materiali (22,8%), mentre incendi, scoppi ed esplosioni si fermano al 10,1%. 

A pesare è anche l'età delle infrastrutture. Molti serbatoi installati in Italia hanno infatti superato la vita utile media, stimata in circa 23 anni, rendendo necessari interventi di sostituzione, rivestimento o adeguamento tecnologico per ridurre il rischio di perdite e contaminazioni. 

Rischi sottovalutati -

 L'indagine mette in luce anche una forte distanza tra la percezione dei manager e la realtà. Secondo un sondaggio realizzato nel 2026 su oltre 150 imprese appartenenti a diversi settori produttivi, il 33% dei dirigenti considera l'incendio il principale rischio ambientale. Nei dati reali, però, incendi ed esplosioni rappresentano appena il 10,1% dei sinistri. Al contrario, le perdite provenienti da serbatoi e condutture interrate, che costituiscono il fenomeno più frequente, sono indicate come rischio prioritario soltanto dal 13% degli intervistati. 

Polizze quasi assenti -

  Il rapporto evidenzia anche un altro elemento critico: oltre il 99% degli incidenti ambientali avviene senza una copertura assicurativa specifica per sostenere le spese di bonifica e ripristino. Una situazione che può compromettere la continuità delle imprese coinvolte e trasferire parte dei costi sulla collettività. 

I dieci errori -

 Per ridurre il rischio di incidenti, gli esperti del Pool Ambiente hanno individuato le dieci criticità più frequenti nella gestione aziendale. Tra queste figurano la mancata mappatura preventiva dei rischi, la presenza di impianti obsoleti, l'assenza di misure di prevenzione e mitigazione, una manutenzione effettuata solo dopo i guasti, la scarsa formazione del personale, la mancanza di un piano di pronto intervento e di una copertura assicurativa dedicata, oltre al mancato utilizzo della Prassi UNI 107:2021 "Ambiente Protetto", il primo standard dedicato alla prevenzione del danno ambientale. Secondo il Pool Ambiente, investire nella prevenzione e nella manutenzione programmata consente di ridurre in modo significativo sia la probabilità dei danni sia il loro impatto economico e ambientale.
 

"A cinquant’anni dal disastro di Seveso, dobbiamo comprendere che la tutela dell’ambiente non è più solo una questione di adempimento burocratico, ma di gestione tecnica e culturale del rischio ambientale – afferma Lisa Casali, divulgatrice scientifica e manager di Pool Ambiente – La prevenzione del danno ambientale passa prima di tutto da una strategia di manutenzione predittiva e da una formazione strutturata del personale, non da interventi difensivi contro eventi eccezionali. Gli eventi naturali straordinari, che spesso catalizzano l’attenzione mediatica, pesano infatti per appena il 2,7%. Un sistema di gestione del rischio ambientale robusto richiede investimenti sia sulla prevenzione che sulla mitigazione, coordinati da una mappatura preliminare sistematica delle sorgenti e degli scenari di danno specifici del sito. È fondamentale evidenziare l'elevato rapporto costi-benefici di queste misure: l'investimento preventivo è spesso decine o centinaia di volte inferiore alla magnitudo del potenziale danno. Un esempio classico – conclude Casali – è il rivestimento di un serbatoio interrato: un intervento da poche migliaia di euro è in grado di prevenire passività ambientali per centinaia di migliaia di euro"

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