Prima della bufera giudiziaria che ha riportato il suo nome al centro delle cronache, il betting club Scommessa Collettiva rappresentava una delle attività meno conosciute ma più longeve di Mario Adinolfi, attualmente ai domiciliari con l'accusa di truffa ed evasione fiscale. Per quasi vent'anni il giornalista ed ex parlamentare ha promosso un circuito privato dedicato alle scommesse sportive, presentandolo come una forma di gestione collettiva delle puntate capace di generare rendimenti costanti grazie all'analisi statistica e all'esperienza di un gruppo di specialisti.
Quando nasce -
Le origini del progetto sembrano risalire alla seconda metà degli anni Duemila: da diverse comunicazioni pubbliche - compresi dei post sui suoi profili social -, si intuisce che il club di scommesse nasce tra il 2005 e il 2006 come una "libera associazione tra giocatori", distinta, secondo la descrizione del fondatore, sia dai tradizionali fondi d'investimento sia dalle normali giocate individuali presso i bookmaker. Il progetto veniva presentato come un "club esclusivo", riservato agli iscritti e gestito attraverso comunicazioni dirette via email e gruppi privati. Per lungo tempo Scommessa Collettiva è rimasta un'attività conosciuta quasi esclusivamente all'interno della rete di contatti del fondatore. L'adesione avveniva prevalentemente per conoscenza diretta o tramite presentazione di altri partecipanti. In alcuni periodi sarebbero state anche lanciate campagne promozionali dedicate, comprese offerte temporanee come sconti per il Black Friday.
Come funziona -
Il funzionamento era relativamente semplice. Chi desiderava aderire versava quote di partecipazione trimestrali o annuali (tra i 3mila e i 10mila euro) e affidava il capitale alla gestione centralizzata del club. La promessa fatta agli investitori era quella di rendimenti che arrivavano fino al 40% annuo nelle formule più esclusive. "Chi si associa alla Scommessa Collettiva non può perdere, se succede paghiamo noi", aveva dichiarato l'ex deputato.
Le scommesse venivano selezionate da un "team di esperti" che, secondo il materiale illustrativo diffuso negli anni, utilizzava statistiche, analisi matematiche e algoritmi proprietari per individuare eventi caratterizzati da un'elevata probabilità di successo. Il sistema, stando a quanto insinuava il promotore, garantiva soldi facili: scommettendo ripetutamente su eventi sportivi quotati pochissimo le vincite sembravano essere altamente probabili e i rendimenti bassi, così, sarebbe potuti diventare, su lungo periodo, somme consistenti. Inoltre, le vincite, già tassate, non erano da includere nella dichiarazione dei redditi e potevano essere accreditate con facilità.
Nel corso degli anni Adinolfi ha costruito parte della credibilità dell'iniziativa anche sulla propria immagine pubblica di esperto di poker e scommesse sportive. Appassionato di giochi di probabilità, autore di pronostici e commenti sul mondo delle scommesse, sosteneva che il vantaggio competitivo derivasse non dalla fortuna, ma dall'applicazione sistematica di modelli statistici e da una rigorosa selezione degli eventi su cui puntare.
Le denunce per le somme non recuperate -
Le prime contestazioni pubbliche sono emerse soltanto negli ultimi anni, quando alcuni aderenti hanno iniziato a denunciare ritardi nella restituzione delle somme e difficoltà nel recuperare il capitale investito. Da parte sua, Adinolfi ha sempre sostenuto la correttezza del funzionamento della Scommessa Collettiva, affermando che si trattasse di una libera associazione privata tra scommettitori ("avranno aderito in totale sei o sette persone", ha minimizzato più volte) e respingendo le accuse mosse da alcuni ex partecipanti.
"L'attività - spiega una nota della guardia di Finanza - riscuoteva l'adesione di un numero considerevole di clienti che per l'affidabilità nella figura dell'ideatore proponente, la promessa di rendimenti elevati e garantiti in termini percentuali ben oltre i tassi offerti sul mercato finanziario, l'utilizzo di presunti algoritmi e di strategia di scommessa infallibili, sono stati indotti a consegnare ingenti somme di denaro (anche superiori a 100mila euro per vittima) per l'acquisto di quote di partecipazione, senza ottenere (in tutto o in parte) la restituzione delle somme versate e la remunerazione prospettata". Dalla ricostruzione delle movimentazioni finanziarie sui conti correnti dell'indagato nell'ultimo quinquennio, continua la GdF, è "stata accertata la raccolta di oltre 4,7 milioni di euro".