Eat the rich ma con moderazione

Hollywood ha paura dei tycoon? Come il cinema americano ha smesso di mettere alla berlina i milionari reali

Sembrano lontani i tempi in cui gli studios prendevano di mira magnati come Hearst o Zuckerberg. Oggi un film come Artificial di Guadagnino, su Sam Altman di Open Ai, fa fatica a trovare una distribuzione. E non si tratta di un caso isolato, anche se aumentano le pellicole del filone "eat the rich"

di Manuel Santangelo
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Il cinema americano ha paura dei ricchi ma non è sempre stato così. Si pensi a Quarto potere: per molti si tratta del più grande film della storia, quello che ha convinto grandi maestri come Truffaut a diventare registi. Soprattutto è la storia di un miliardario: Charles Foster Kane. Un tycoon, un magnate dei media, che nella sua vita non si è fatto mai scrupoli pur di realizzare le sue sconfinate ambizioni. Orson Welles decise di plasmare il protagonista del suo esordio dietro la macchina da presa sulla figura di William Randolph Hearst, una sorta di vero Kane, che non prese proprio benissimo questo indesiderato omaggio e scatenò i suoi giornali nel tentativo di screditare l'opera. Hearst orchestrò un'autentica campagna di diffamazione nei confronti del film, prendendo di mira anche il suo giovanissimo regista e la RKO. Tuttavia né Welles né la casa di produzione piegarono mai la testa di fronte alle pressioni, partorendo uno dei più grandi capolavori della settima arte.

Ai tempi di Quarto potere Hearst era uno degli uomini più potenti di tutti gli Stati Uniti, un uomo il cui impero comprendeva 26 giornali, 16 riviste e 11 stazioni radio all'inizio degli anni Quaranta. Eppure Hollywood aveva ancora la forza di mettersi di traverso, proponendo un ritratto senza sconti di uno degli uomini più ricchi del mondo. Sono passati ottant'anni e quel coraggio è definitivamente evaporato negli studios americani, soprattutto nei casi in cui il tycoon da mettere sotto la lente di ingrandimento è uno degli alfieri dell'innovazione che più sta affascinando i produttori di un film: l'intelligenza artificiale

Il caso Artificial -

Il caso Artificial  Luca Guadagnino è un nome rispettato Oltreoceano, dove viene apprezzato forse anche più che in madrepatria. A confermarlo è la sua prolificità: non fa fatica a trovare il modo di farsi produrre i suoi film, arrivando come lo scorso anno a farsi produrre anche due pellicole nello stesso anno. Un ritmo che farebbe impallidire anche Woody Allen, l'uomo che per svariati decenni riusciva a far uscire un'opera ogni dodici mesi (e che era stato omaggiato dallo stesso Guadagnino nel recente After the Hunt). Per la prima volta però quest'anno la marcia trionfale del regista italiano ha conosciuto un intoppo: il suo Artificial si è trovato senza distributore americano quando era ormai quasi pronto. Un bel problema considerando che per una pellicola del genere, che ha per protagonisti star come Andrew Garfield, quello statunitense è senza dubbio il mercato più importante.

Il problema di Artificial non è certo la sua vendibilità: si tratta di un progetto già di fatto completato, che comunque non dovrebbe fare fatica a racimolare i suoi milioni al botteghino. A far desistere le case di produzione dallo scommetterci è più la sua trama: Artificial racconta infatti un periodo specifico nella vita di Sam Altman e della sua creatura OpenAI (nel 2023 la società licenziò Altman per poi riassumerlo nel giro di pochi giorni) facendo emergere un ritratto poco lusinghiero di uno dei nomi più in vista nel settore dell'intelligenza artificiale. Alla fine il film è stato "salvato" dalla Neon, una delle case di distribuzione più importanti per il cinema indipendente ma, al netto del caso specifico, quanto accaduto certifica come oggi a Hollywood sia complesso proporre pellicole in grado di infastidire i nuovi potenti.

Il sequel di The Social Network -

 Sono passati ben sedici anni da quando, in The Social NetworkJustin Timberlake (nei panni del papà di Napster Sean Parker) pronunciò la frase: "Un milione di dollari non è figo. Sai cosa è figo? Un miliardo di dollari". Il guaio è che, rispetto al 2010, quel mantra è diventato ancora più la stella polare del cinema americano. Intendiamoci, negli States nessuno ha mai messo l'autorialità davanti al profitto ma, se prima c'era il coraggio di proporre una pellicola che non trasformasse il papà di Facebook Mark Zuckerberg in un santino. Al giorno d'oggi è lecito invece chiedersi se il sequel dell'epopea diretta da David Fincher sarà più indulgente nei confronti del suo protagonista. La sensazione è che The Social Reckoning possa insomma esistere solo in quanto seguito di un progenitore di successo, senza il quale non sarebbe mai stato messo in cantiere. Il film affonda le sue radici nell'inchiesta del 2021 del Wall Street Journal, che ha rivelato come Facebook e i suoi vertici fossero a conoscenza dei danni che il sito arrecava ai suoi miliardi di utenti e li avessero insabbiati. A interpretare uno Zuckerberg stavolta più maturo ci sarebbe Jeremy Strong, già acclamato in un altro dei pochi film che hanno davvero messo un famoso tycoon alla berlina: The Apprentice -  Alle origini di Donald Trump.

L'eccezione The Apprentice -

 Se The Social Reckoning può essere messo in lavorazione con anche un discreto battage pubblicitario al seguito il merito, come abbiamo detto, è del successo del primo capitolo (un film pensato in un periodo storico molto diverso, in cui il legame tra le big tech e gli studios era assai minore). Viene allora da chiedersi cosa abbia partorito una pellicola come The Apprentice, una sorta di viaggio dell'eroe al contrario in cui il protagonista (un giovane Donald J. Trump) perde l'innocenza trasformandosi in un uomo senza scrupoli. A rigor di logica, nessuno avrebbe dovuto produrre un'opera così critica verso un ex Presidente, che in quel periodo stava oltretutto per ripresentarsi alla Casa Bianca.

Perché si è andati alle origini di Trump -

  Ebbene quell'eccezione si è resa possibile per una serie di coincidenze difficilmente ripetibili. Innanzitutto, pur essendo ovviamente un film sugli Stati Uniti, The Apprentice non ha uno sguardo americano: a dirigerlo è Ali Abbasi, un iraniano che vive a Copenaghen al suo primo lavoro in lingua inglese, mentre a interpretare Trump c'è un attore in ascesa ma di origini comunque rumene come Sebastian Stan. Tenete infine presente che la pellicola è stata girata tutta a Toronto, dove la Grande Mela è stata ricostruita in parte anche con i soldi dell'imprenditore Daniel Snyder, un sostenitore delle campagne presidenziali di Trump che non aveva idea del tono che avrebbe assunto il film. Insomma The Apprentice esiste perché dei non-americani hanno deciso di raccontare gli States con i fondi di qualcuno che credeva di finanziare un racconto completamente diverso.

Il cambio di paradigma -

  Il paradosso è che tutto questo accade proprio mentre la popolarità dei film che trattano il tema della "denigrazione dei ricchi" (come Saltburn, White Lotus, Parasite, Triangle of Sadness o The Menu) ha raggiunto livelli altissimi. Se non avete familiarità con questo topoi, si tratta essenzialmente della demonizzazione dei più abbienti, spesso usata metaforicamente per incitare alla rivolta delle classi inferiori. Un corposo cambio di paradigma se pensiamo che negli anni Ottanta l'ascesa sociale era il cardine del sogno americano. I ricchi diventavano a quei tempi esempi da seguire, anche quando in origine erano stati pensati come detestabili (il Gordon Gekko di Wall Street è l'esempio principe).

In un decennio in cui il patto meritocratico (impegnati e avrai quantomeno un successo economico) si è definitivamente rotto certe narrazioni aspirazionali appaiono fuori tempo. Hollywood lo ha capito, prima istituzionalizzando tutti quei registi coreani che si interrogavano sul tema in film come Snowpiecer, Parasite o Burning, e poi iniziando a produrre pellicole a tema "eat the rich".

Il filone "eat the rich" e i suoi perché -

 Pellicole come il recente Ricchi da morire rappresentano la ricchezza come malattia ereditaria: il protagonista non vuole abolire il privilegio ma venirne contaminato. C'è la stessa invidia che è in fondo alla base della parabola del protagonista di Saltburn. Per quest'ultimo il consumo è infatti indice di superiorità culturale e va perciò prima desiderato e poi ostentato, come suggerisce anche l'affresco collettivo dipinto in The Menu. Essere ricchi significa abitare una dimensione diversa dove le regole normali non valgono e in quest'ottica anche un matrimonio (come in Ready or Not) può diventare rito di accettazione non rifiutabile.

Scomodare i potenti per assecondarli -

  Eppure, anche quando questi temi diventano l'architrave della trama, il magnate, il tycoon, non viene mai preso davvero di mira. Film come Glass Onion propongono una caricatura del Re Mida della tecnologia a la Elon Musk talmente esagerata da non essere pericolosa. Il ricco pertanto accetta questo, conscio che una tale rappresentazione non faccia altro che aumentarne la popolarità senza metterlo davvero alla berlina. Si finisce per dare anzi a quegli stessi personaggi l'immagine di veri paladini del free speech, che lasciano aperto un dibattito sulla propria fiducia. Il gioco è istituzionalizzato e sopportato quindi, almeno fino a che non si decida di fare nomi e cognomi in progetti apertamente critici come Artificial di Guadagnino.

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