Aveva quarant’anni A23a. Il suo nome kubrickiano faceva pensare a un qualcosa di fantascientifico. Ma A23a non era un super computer, al massimo un super iceberg. Il più grande del mondo per la maggior parte della sua lunghissima vita. Non aveva vissuto nessuna personale Odissea nello spazio, tuttalpiù un particolare pellegrinaggio esistenziale che dai mari freddi dell'Antartide lo aveva portato lì dove i giganteschi pezzi di ghiaccio vanno a morire, nelle coste più calde.
Si era stancato di stare fermo -
Al massimo del suo splendore A23a occupava una superficie di 3.500-3.900 chilometri quadrati: più di due volte Londra, per intenderci. The Economist ne ha raccontato l'avventurosa esistenza, durata più di quella dei “fratelli” A22 e A24. L'highlander degli iceberg era sopravvissuto stando fermo. A lungo non si sia mosso, dopo essersi distaccato da una piattaforma di ghiaccio della calotta antartica nell'ormai lontano 1986. Era rimasto lì, troppo grosso forse persino per muoversi, fino a quando nel 2020 non aveva iniziato a "perdere peso" e a spostarsi verso nord-est, diretto verso la Georgia del Sud. A23a si muoveva in direzione del cosiddetto "vicolo degli iceberg", un percorso compiuto da tante altre masse di ghiaccio in passato prima di scomparire per sempre.
Come una trottola di ghiaccio -
Nei suoi ultimi mesi, la piattaforma di ghiaccio A23a presentava sulla sua superficie delle linee blu parallele. Ognuna di esse preannunciava una crepa che si sarebbe presto allargata. Aveva iniziato a sudare insomma A23a e avrebbe conosciuto prima la fine della sua epopea se non si fosse imbattuto in una cosiddetta "colonna di Taylor". L'incontro con questo vortice d’acqua (che si forma al di sopra di una montagna sottomarina) aveva finito per farlo rimanere per mesi fermo nello stesso punto ruotando su se stesso, fornendo uno spettacolo particolare e unico. Di fatto era diventato una gigantesca trottola di ghiaccio. Per otto mesi, l'iceberg ruotò di circa 15 gradi in senso antiorario ogni giorno senza fermarsi mai.
Storia di una fine -
A23a per anni era stato monitorato con grande attenzione. Quando si era staccato aveva non a caso trascinato con sé la stazione di ricerca sovietica Druzhnaya, comprensiva di strutture prefabbricate e attrezzature scientifiche. Sebbene all'epoca fosse disabitata, i resti di questo appostamento umano rimasero sepolti sotto la neve e a lungo si poterono ancora vedere serbatoi di carburante arrugginiti che perdevano cherosene sulle pareti di ghiaccio. Poi erano arrivati i satelliti, che avevano studiato l'iceberg dall'alto, ammirandone il progressivo scioglimento: si rimpiccioliva ma manteneva la sua caratteristica forma, un po' come una persona di una certa età.
Poi, all'inizio del 2026, A23a si era frammentato in diversi blocchi identificati col nome di A23g, A23h e A23i. Un piccolo arcipelago che attorno al 22 febbraio si era quindi spostato per oltre 700 chilometri verso nord-est, entrando in acque con temperature superficiali di appena 10 gradi Celsius. Era il preludio della fine. A marzo la superficie totale si era ridotta ormai a circa 180 chilometri quadrati. Gli scienziati avevano capito che non sarebbe più stato necessario monitorarlo, le sue dimensioni erano diventate troppo risibili.
Cosa resta di A23a -
Ora che A23a si è definitivamente sciolto, oceanografi ed esperti di ghiacciai e iceberg hanno iniziato a valutarne l'eredità. Si trattava di un iceberg così grosso, così incline a raschiare il fondale marino e così pieno di nutrienti congelati da tempo che la sua scomparsa farà solo bene al fondale marino: libererà infatti nell’acqua un’enorme quantità di nutrimento, talmente tanto che si vedrà anche a occhio nudo nella forma di una grande nuvola verde in grado di corroborare interi ecosistemi marini. Con buona pace di chi è cresciuto guardando Titanic, questo iceberg è stato tutto meno che una minaccia. Anzi, ora che non c'è più, assolve forse a una missione ancora più grande.