C'e' un grande prato verde

Fenomenologia dei concerti da stadio, dai pionieri Beatles a Ultimo

Da quel 15 agosto 1965 in cui i Beatles colonizzarono lo Shea Stadium, le arene sportive sono diventate terreno di caccia anche per le star della musica. Fino a diventare il posto ideale per assecondare un pubblico avido di show sempre più grandi

di Manuel Santangelo
© Istockphoto

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L'anno scorso il Times ha pubblicato una classifica dei cinquanta concerti più belli della storia, stilata da musicisti e semplici lettori. Al primo posto c'erano i Queen, cui bastarono venti minuti per entrare nella storia della musica col loro concerto al Live Aid del 12 luglio del 1985. Uno show storico che ha fatto la sua figura pure nella sua versione "apocrifa", ricreato perfettamente all'interno del biopic della band inglese Bohemian Rhapsody. Probabilmente all'iconicità del momento contribuì anche il teatro che ospitò la performance di Freddie Mercury e soci. Fu proprio il frontman del gruppo a rimarcarlo dopo aver finito il suo lavoro: "Non c’è palco al mondo come quello di Wembley".

Solo che Wembley non è propriamente un teatro o un luogo consacrato unicamente alla musica: sarebbe anzi uno stadio che è passato con disinvoltura dai concerti agli expo imperiali, senza disdegnare le corse di cani e senza mai dimenticarsi di essere la casa della nazionale inglese di calcio e rugby tra le altre cose. Eppure, se Wembley è riuscito a diventare il salotto buono (e ampio) della musica britannica e non solo è anche perché tendenzialmente gli stadi sono stati adottati nel tempo come luogo perfetto per i grandi show. 

Il concerto come esperienza religiosa -

  I primi eventi che possiamo considerare antenati dei concerti risalgono all’antichità greco-romana, un periodo in cui la musica aveva un ruolo importante in contesti religiosi, teatrali e civici. Oggi in questo senso poco è cambiato, con gli spettacoli musicali che assomigliano sempre più a rituali collettivi, in cui l'artista gioca spesso volutamente con un miscuglio di simbolismo para-religioso (si pensi a quanto elementi come le croci siano state ormai inglobate da tutta una certa estetica). Il concerto si è trasformato in un happening tra sacerdote e fedeli, che trova la sua sublimazione nelle grandi arene, negli stadi, luoghi che in fondo nascono proprio per celebrare il culto di una squadra. Il cantante chiama, il pubblico risponde. Fino ad arrivare al coro tutti insieme, nella riproposizione infinita di una liturgia ripetuta e consolidata. Oltretutto oggi la tecnologia ha ridotto la distanza tra star e pubblico anche nei grandi eventi, pur non annullandola e lasciando quel necessario distacco. Il proliferare di grandi schermi propone infatti la ripetizione dell'idolo: uno, nessuno e centomila. Un'idra a più teste capace di riproporsi allo stesso tempo piccolo sul palco, come uno di noi, e gigantesco nella ripresa live.  

Tutto comincia sempre dai Beatles -

 Oggi il concerto nello stadio è un rito di passaggio, il simbolo di un'ascensione all'Olimpo della musica. Prendersi per una notte San Siro o Wembley, per quanto sia più facile di prima, equivale a fare uno scatto di carriera importante in un contesto in cui è complesso avere indici per misurare la popolarità di un artista. Il gruppo che per primo profanò l'anima originaria di un impianto sportivo non lo fece tuttavia con la piena coscienza della portata simbolica della cosa. I Beatles scelsero di tenere il loro concerto allo Shea Stadium in quel ferragosto del 1965 più per necessità. La casa dei New York Mets, storica franchigia di baseball della Grande Mela, era l'unica in grado di contenere gli adepti dei Fab Four. La British Invasion chiedeva spazio anche nel Nuovo Continente e quello spazio gli statunitensi pensavano di poterlo trovare solo lì, vicino al diamante dove in quella stagione giocavano Ron Swoboda e Charley Smith.

Furono venduti 55.000 biglietti ma l'impianto audio non era all'altezza di John Lennon e compagni: tre Vox da 100 watt costruiti per l’occasione rimanevano insufficienti per garantire una grande amplificazione mentre  per le voci fu usato l’impianto dei cronisti delle partite. Quella dei quattro ragazzi di Liverpool fu comunque una prima volta che segnò un prima e un dopo. Nonostante tutto però da noi gli artisti mantenerono ancora per un po' un certo pudore nel proporsi a una platea così ampia. Lo stadio era dei tifosi e pretendere di riempirlo di soli propri supporter sembrava un atto di superbia inaccettabile per i protagonisti della periferica scena italiana.

L'Italia profana i suoi stadi -

 A rompere il tabù ci pensarono Lucio Dalla e Francesco De Gregori insieme. L'atmosfera non era delle migliori. Erano gli anni di piombo e i due artisti avevano avuto modo di accorgersene sulla loro pelle. Dalla durante un live al Castello Sforzesco si era ritrovato una bomba molotov sul palco mentre stava eseguendo l'ultima canzone in scaletta, Com’è profondo il mare. De Gregori invece proprio mollato tutto dopo essere stato di fatto sequestrato e messo alla gogna durante un proprio concerto per le sue posizioni politiche. Esperienze traumatiche che tuttavia avevano temprato i nostri eroi, rendendoli pronti al grande salto: conquistare gli stadi. Non potevano certo spaventarsi di fronte a una gradinata vuota e comunque erano in due: un settore per i fan dell'uno e un settore per quelli dell'altro. Si sognava il gemellaggio tra tifoserie. Alla fine comunque furono dieci gli elementi a dare supporto al dinamico duo sul palco. C'erano le band di supporto (una sarebbe diventata famosa col nome "Stadio", pensa te) e Ron, che si prendeva il palco per due canzoni.  Ne venne fuori un successo epico che toccò tutte le maggiori città italiane, tranne Milano. Dalla e De Gregori non se la sentirono, dopo i problemi di ordine pubblico, di tornare in città. Per conquistare San Siro dovette quindi arrivare un signore dalla Giamaica. 

L'erba del vicino non è per forza più verde -

 Il 27 giugno 1980 Bob Marley trasformò la "Scala del calcio" nel suo personale tempio, mostrando che anche il prato verde di Milano poteva fare da moquette a un grande evento musicale. Certo, quella del campo non fu l'erba cui si fece più attenzione quella sera, in una festa reggae che sembrava trascinare l'Italia asfittica e grigia degli anni Settanta in una nuova dimensione. Molti entrarono gratis, alla fine si materializzò sotto i riflettori che illuminavano a festa San Siro un pacifico esercito di centomila persone, decisa a mandare in fumo tutto quello che c'era stato prima. Il tappo era ormai saltato: Edoardo Bennato ricordò a tutti che quello stadio era prima di tutto casa nostra, diventando il primo artista italiano a suonarci dentro. A conquistarlo davvero però ci pensò qualche anno dopo un certo Vasco Rossi capace di piantare la sua bandiera addirittura più volte tra il 10 e il 14 Luglio 1990. Il Blasco fece meglio anche di una signorina promettente che all'anagrafe si chiamava Veronica Ciccone, registrando più presenze della nuova star del pop americano in quei giorni di scena a Roma: "Vasco ha ucciso Madonna", titolò provocatorio il quotidiano La Notte e per la musica italiana fu come lo sbarco sulla luna.

Un problema di impianti -

  Quello in cui si esibì Vasco era un San Siro tirato a lucido per i Mondiali di Italia 90, un impianto-gioiello che tuttavia negli anni ha perso un po' di smalto. Mentre gli stadi italiani restano infatti gli stessi vetusti salotti del passato, ancora uguali a quando erano stati tirati su, a volte addirittura in epoca fascista, altrove spira da tempo vento di rivoluzione. Persino il già citato Wembley non ha avuto paura di ricostruirsi da zero, dando ai Bon Jovi l'onore di essere l'ultimo gruppo a suonarci dentro con la vecchia configurazione. Un monumento venne abbattuto per poi rinascere come uno spazio poli-funzionale per eventi, in grado di dare una marcia in più anche ai concerti. Da allora tanti hanno seguito il suo esempio, non ultimo l'altrettanto leggendario Santiago Bernabeu di Madrid, trasformato in un perfetto teatro in cui all'occorrenza si può addirittura far sparire il prato. Un sogno irraggiungibile, almeno se lo vediamo da qui, dove comunque il pubblico ha fame di grandi eventi in grandi spazi.

La fame per i grandi eventi -

 Nel 2025 i concerti ospitati in location da oltre 30.000 spettatori, tra stadi, autodromi, ippodromi e grandi spazi all’aperto, hanno rappresentato appena lo 0,4% di tutti gli spettacoli musicali organizzati in Italia. Eppure hanno concentrato il 20,3% del pubblico e addirittura il 35,6% della spesa complessiva. 

Numeri che raccontano di un panorama pieno di insidie nascoste, come fa notare a Rolling Stone il promoter Nicola Romani: "A cosa porta questo modello? A un mercato che cresce a ritmi vertiginosi, ma con ricadute disastrose, per come la vedo io. Intanto i grandi eventi assorbono tutta una serie di figure professionali tecniche che prima facevano questo lavoro in forma più continuativa, più democratica se vuoi".

Il concerto come utopia irraggiungibile -

 Se poi, come detto in precedenza, il palco è ormai un altare e l’artista è l’officiante di un rito viene da chiedersi cosa rappresenti in questa metafora il biglietto. Facile, Il biglietto è la reliquia come suggerisce qualcuno. In fondo ormai comprare il tagliando per un concerto è diventato in molti casi più difficile che sopravvivere agli Squid Game. Non è sbagliato scomodare David Graeber e il suo concetto di "falsa scarsità": l'ingresso a uno show appare raro solo perché reso intenzionalmente inaccessibile? La trasformazione dell’evento pop in rito esclusivo ha trasformato anche un momento per tutti in un privilegio che i fedeli devono dimostrare di meritare. Bisogna fare presto per potersi garantire il proprio gettone presenza in paradiso sotto i riflettori, sapersi muovere e avere una buona dosa di fortuna. "Prega per noi", è la richiesta degli amici che ancora sperano in un ticket per il prossimo mega-show dei Coldplay.

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