26 anni dopo il delitto

Bradley Pike difende Chico Forti: "Non ha ucciso mio fratello, è innocente"

Il fratello della vittima rompe il silenzio: "Farò di tutto perché venga restituita la sua libertà"

© Ansa

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"Chico Forti non ha ucciso mio fratello, è innocente. E io non me ne andrò dall'Italia finché lui non sarà libero". È una dichiarazione destinata a riaccendere il dibattito sul caso di Forti quella rilasciata al quotidiano Libero da Bradley Pike, fratello di Dale Pike, il 43enne trovato morto nel 1998 su una spiaggia di Miami per un omicidio che portò alla condanna all'ergastolo dell'imprenditore trentino. Bradley, che vive in Australia, ha spiegato di essere arrivato in Italia con un obiettivo preciso: sostenere la causa di Forti. A spingerlo sarebbe stata anche la recente decisione con cui il tribunale di sorveglianza di Venezia ha respinto la richiesta di libertà condizionale con la motivazione che "non si ravvisano i requisiti del sicuro ravvedimento e né sono emerse manifestazioni di interesse per i parenti della vittima. Affermazioni che per Pike sono "tutte falsità".

Gli incontri a Verona e la convinzione sull'innocenza -

 Bradley Pike racconta di aver cercato più volte un contatto con Forti durante la sua detenzione negli Stati Uniti senza riuscirci: "Quando nel febbraio 2019 ero riuscito a farmi organizzare una visita nel carcere di Miami, all'ultimo momento mi hanno bloccato dicendo che gli avevano trovato un cellulare nella cella e avevano sospeso le visite. Cosa non vera". Solo dopo il trasferimento in Italia è stato possibile vedersi. "Il 20 maggio io e Chico ci siamo incontrati per il programma di giustizia riparativa e siamo stati insieme quattro ore. Poi ci siamo rivisti il 25 maggio altre quattro ore", incontri distinti che Pike descrive come particolarmente intensi sul piano emotivo. Ricorda soprattutto lo sguardo di Forti: "Quando sai leggere negli occhi di una persona riesci ad arrivare alla sua anima", dice, aggiungendo di essere certo che Forti non abbia avuto alcun ruolo nell'omicidio del fratello.

"Mi sono convinto della sua innocenza leggendo le 3500 pagine degli atti processuali -

 Dopo aver esaminato la documentazione, afferma di aver individuato numerose incongruenze e aspetti che, a suo giudizio, renderebbero poco credibile la ricostruzione accusatoria. Per questo motivo avrebbe anche scritto due lettere inviate a Joe Biden (all'epoca presidente Usa) chiedendo un intervento a favore di Forti, senza però ottenere risposta: "Ho chiesto che Chico venisse liberato, ma non ho ricevuto risposta". Tra le assurdità, per Bradley, c'è anzitutto "il movente: per quale ragione un ragazzo di successo come lui avrebbe dovuto uccidere per un vecchio rudere trasformato in albergo? Poi gli indizi, tutto è stato messo lì per fare scena".

"Sicuramente c'è stato un insabbiamento" -

 Nell'intervista Pike sottolinea che "sono state protette persone di un certo rilievo: per evidenti e palesi questioni economiche hanno dovuto trovare un capro espiatorio". Bradley fa anche il nome del cittadino tedesco Thomas Knott, figura che per lui è centrale nella vicenda e che avrebbe avuto rapporti problematici con il padre Anthony Pike. Bradley afferma di aver cercato per anni di rintracciarlo, anche con l'aiuto di investigatori privati, senza successo. Secondo la sua interpretazione, il fratello Dale e il padre stavano iniziando a nutrire sospetti sulle attività di Knott e "lui si è spaventato, temendo venissero a galla tutte le sue truffe nei confronti di papà che era molto malato".

Ha saputo dell'omicidio mentre era in Australia -

 Ricorda la telefonata ricevuta in Australia che gli annunciò l'omicidio: "Sono stato io a dover dire a mia madre che suo figlio era morto assassinato: è stata la cosa più terribile e difficile della mia vita".  Bradley ha annunciato l'intenzione di tornare in Italia nei prossimi mesi per cercare un confronto con i magistrati e seguire gli sviluppi delle future richieste di scarcerazione: "Quando verrà discussa la prossima richiesta di libertà per Chico vorrò esserci e rivolgermi direttamente alla corte".

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