Campioni di incassi "with a cause"

Toy Story 5 e Minions & Monsters, il cinema di animazione nella sua stagione "calda"

Il quinto capitolo dell'epopea Pixar e l'ultima incarnazione della saga simbolo della Illumination volano al box office. Ma non chiamateli film per bambini. Sofisticate operazioni nostalgia farcite di rimandi pop. L'animazione salverà il cinema? Chiedere a Guillermo Del Toro. Una riflessione sul genere

di Manuel Santangelo
© ufficio-stampa

© ufficio-stampa

L'animazione al box office "tira" sempre. Si tratta di uno dei pochi adagi del sistema cinema che sopravvive in un panorama asfittico in cui ormai si fa fatica a trovare star che garantiscano un sicuro ritorno al botteghino o una tendenza che duri più di un paio di film (con buona pace del claudicante filone dei supereroi). Prima si tendeva a considerare i cartoni animati come un qualcosa di profittevole anche solo in virtù del fatto che fruttavano quantomeno sempre due biglietti: uno per il bambino e uno il genitore che lo accompagnava. L'infante medio poi tendeva a suggerire spese accessorie all'adulto, a partire dai classici popcorn. Oggi questo ragionamento non è morto, anzi, ma ascrivere il successo di pubblico degli ultimi capitoli di Toy Story e Minions solo all'ascendente che questi franchise hanno sui più piccoli è un po' troppo: non si può più operare questa semplificazione. I cartoon dell'estate ormai hanno superato le colonne d'Ercole in cui sono stati a lungo confinati e puntano dritto "verso l'infinito ed oltre".

"L’animazione è cinema, non si tratta solo di un genere. L’animazione è pronta a fare un passaggio in più, e ad andare alla fase successiva della sua evoluzione. L’animazione salverà il cinema". È impossibile non ripensare a quella premonizione a cui si lasciò andare Guillermo Del Toro con ancora in mano la statuetta vinta per la sua versione di Pinocchio nella notte degli Oscar 2023. La Pixar ormai qualche decennio fa rivoluzionò il cinema con il suo primo lungometraggio, il primo in computer grafica, e marcò in maniera netta l'evoluzione del mondo dei cartoni, che ora forse però si è aperto a una nuova fase: una fase che impone riflessioni anche a chi l'ha ispirata.

Innovare senza farne una malattia -

 Toy Story 5 non è tecnicamente rivoluzionario come quel capostipite e non potrebbe esserlo. Nemmeno ne ha probabilmente l'ambizione, essendo un crogiolo di nostalgia per chi ha ormai da anni superato l'età di Bonnie, la protagonista "umana" degli ultimi due capitoli della serie. Su quanto Toy Story parli oggi ai suoi adepti, facendo anche esplicitamente ironia sul tempo che passa, torneremo. Tuttavia, limitandoci a una analisi strettamente tecnica potremmo dire che il kolossal ambientato nel mondo dei giocattoli ha abbracciato le nuove tendenze nel mondo dell'animazione. E pazienza se non rappresenta più in prima persona l'araldo dell'innovazione. Esempio principe in questo senso è la scelta in Toy Story 5 di aprirsi a un'animazione diversa nei segmenti in cui i protagonisti finiscono per diventare protagonisti delle fantasie della propria proprietaria. In questi brevi brani la Pixar ritrova una vena sperimentale che si era un po' annacquata di recente, provando a misurarsi con un 2D dai colori pastello. Un esperimento parziale che fa tuttavia capire come anche nello studio che ci ha regalato Woody e Buzz oltre che Monster & co. e Alla ricerca di Nemo abbiano recepito quella vena ibrida alla base dello stile unico degli ultimi Spider-Man animati o dell'acclamato sequel de Il gatto con gli stivali.

I Minions icone della cultura pop postmoderna -

I Minions icone della cultura pop postmoderna  I Minions nascono invece con l'idea di essere un prodotto diverso, creato già da subito per spingere una continuazione seriale del racconto, senza vergognarsi di essere un prodotto in primis di puro intrattenimento. Filosofia confermata anche nell'ultima iterazione Minions & Monsters. Eppure, anche nell'umorismo più semplice degli esserini gialli lanciati dalla Illumination, si vede la voglia di far emergere quella vena nostalgica cui accennavamo prima in Toy Story. Un retrogusto che non potrebbe emergere al palato se certi prodotti puntassero davvero solo a un pubblico unicamente infantile (e quindi senza passato per natura). Gli ammiccamenti al meta-cinema sono al contrario ingrediente fondamentale nell'universo dei Minions, simbolo principe di una tendenza più ampia. Citazioni e strizzate d'occhio alla pop culture rappresentano, infatti, il pinnacolo di questa cultura post-post-moderna, in cui qualunque media (in primis quello cinematografico) rimastica se stesso, in un pastiche di vasi comunicanti.

Citarsi addosso -

 In questo senso il recente Minions & Monsters rappresenta la chiusura di un cerchio, rendendo il gioco cinefilo l'architrave stessa dell'opera. Basti pensare che il film parte all'interno di un museo, dove una guida degli studi Universal fa un discorso sul rapporto stretto che lega Minions e settima arte. Il tutto giusto prima che i nostri itterici eroi finiscano per approdare sul set di un altro film. Pierre Coffin, l'uomo dietro l'intera operazione, costruisce quindi una pellicola che strizza pure l'occhio a quei pochi capolavori che si divertivano a ragionare sullo studio system hollywoodiano partendo proprio dall'ibridazione tra cinema dal vero e animato, si pensi a Chi ha incastrato Roger Rabbit? o al sottovalutato Looney Tunes: Back in Action.

I Minions sono poi uno strano ibrido quasi involontario: costruiti esplicitamente per essere anche mascotte vendibili, in piena linea con quello che richiede l'intrattenimento visivo oggi, hanno tuttavia una comicità che si presta a citare in maniera molto esplicita il cinema degli albori. In Minions & Monsters sono palesi anche più del solito non a caso gli omaggi al muto, spaziando da Charlie Chaplin a Buster Keaton, senza dimenticare Melies. La pellicola poi sembra la sublimazione della attuale ossessione a guardarsi indietro: vengono citati in ordine sparso anche pellicole non adatte a un pubblico di bambini, in un'overdose che rende palese il tentativo di strizzare l'occhio agli spettatori formati, capacissimi di cogliere i riferimenti a Lo squalo di Spielberg o a Gli Intoccabili di Brian De Palma.

I giocattoli e la paura dell'infinito (e oltre) -

Tutto si tiene in equilibrio sulla sottile linea rossa della nostalgia, elemento, come detto, organico nel DNA di un film come Toy Story 5. Woody mostrato con pelata incipiente e principio di pancetta è l'evidenziazione fatta con un pennarello dalla punta grossa di una riflessione sul tempo che passa. Il conflitto tra ciò che è stato e ciò che sarà è il vero fulcro della trama, in un'opera in cui il conflitto tra giocattoli e nuove tecnologie intrattenenti muove i fili del discorso. Ma in fondo è tutta la saga a mettere al centro questo contrasto, se vero che già agli esordi il cowboy Woody temeva il nuovo arrivato Buzz in uno scontro tra il passato incarnato dal western e il futuro della scintillante fantascienza rappresentato dalla dallo space ranger: un discorso anche meta-cinematografico, se si pensa a come lo sci-fi abbia soppiantato a un certo punto della storia del medium l'epica del west nei gusti del pubblico più giovane, pur riprendendone in parte gli stilemi.

Una visione collettiva e retrò -

 Minions e Toy Story poi condividono inoltre una dimensione comunitaria che porta le due società alla base delle narrazioni (quella dei gialli e quella dei balocchi) a flirtare quasi con un'etica di stampo collettivista. I protagonisti di queste epopee vivono se ci si pensa all'interno di contesti quasi anacronistici in cui il gruppo è più importante del singolo, aggiungendo un nuovo più sottile livello a quella nostalgia indotta che si trova alla base di questi lavori. I Minions sono infatti tutti uguali per loro natura e la loro affiliazione a un super cattivo appare sempre momentanea, esattamente come se fossero dei giocattoli condannati a cambiare padrone a un certo punto (succede in Toy Story quando tutti i nostri eroi vengono passati da Andy a Bonnie alla fine del terzo film). Pur avendo poi un leader esterno entrambe le comunità rimangono poi fortemente autonome, mantenendo le proprie regole e i loro modi di vivere a prescindere da chi le "governa" formalmente. I Minions non a caso hanno una propria maniera di comunicare e si esprimono attraverso un esperanto di lingue comprensibile solo a loro.

I giochi di Toy Story allo stesso modo invece restano inerti nel momento in cui ci sono gli umani nei paraggi ma assumono la loro personalità e interagiscono secondo una loro precisa gerarchia interna non appena vengono lasciati soli per mantenere ordine.

In un mondo che va sempre più verso la ricerca di un isolazionismo forzato, di una realizzazione tanto personale quanto individualistica, il messaggio che resta dopo aver assistito a questi film appare rivoluzionario ma al contempo anche retrò: fare squadra, cercare il benessere collettivo. In fondo pure i Minions, queste "suppostine gialle" che in apparenza molto umanamente sembrano affascinate dal male alla fine portano sempre alla distruzione del cattivo che vogliono servire. Un leitmotiv che pare suggerire l'idea di una collettività buona che non può non ribellarsi alla fine di fronte all'idea dell'uomo solo al comando.

Vecchi maestri e giovani promesse nel frullatore con le banane -

 Senza voler cadere in ulteriori spericolate sovra-interpretazioni è chiaro ormai come l'utilizzo di sotto-testi sia organico a dei successi di box office che non potrebbero toccare certe proporzioni se si accontentassero di costruire un ecosistema filmico a uso e consumo dei più piccoli. Toy Story in questo senso nel 1995 rappresentò l'esempio paradigmatico di una svolta decisiva nell'animazione. Dopo il primo film Pixar, al netto dell'innovazione tecnologica del progetto in sé, i cartoni non poterono più essere considerati mero intrattenimento per un segmento preciso e circoscritto.

Adesso che una nuova fase del cartoon bussa alle porte, annunciata non a caso da un autore "ibrido" che ha incorporato l'animazione in un universo personale dai confini ben definiti (Guillermo Del Toro), la ruota riprende a girare veloce. Si innesca quindi un meccanismo in cui chi come Toy Story fino a ieri era percepito come avanguardia diventa subito vecchio maestro (felicemente sollevato di aver saltato almeno lo stato di "solito stronzo" di arbasiniana memoria nel mentre). Un vecchio maestro cui si concede di default anche l'autocelebrazione del proprio passato mitico, a patto che non si scivoli troppo nello stucchevole. Il tutto in un contesto dove ogni cosa è più veloce e anche il film ha una vita accelerata e più breve, trasformandosi in classico istantaneo o condannandosi subito all'oblio. I Minions sono un'eccezione meritevole in questo panorama. Sono infatti riusciti a non scadere rapidamente come le loro amate banane e a oggi rappresentano il frutto maturo di un albero (quello del cinema) che fa fatica a produrre frutti con lo stesso sapore di una volta.

Ti potrebbe interessare