Noi italiani lo sappiamo bene, le "notti magiche" di un Mondiale finiscono per essere sempre impreziosite da una colonna sonora. Non sempre tuttavia la canzone ufficiale della Coppa del Mondo finisce per avere la fortuna di "Un'estate italiana" (quella di Bennato e Nannini è un sempreverde) o di Waka Waka. Al capitolo flop chiedere al povero Darryl Hall che, orfano del sodale John Oates ma accompagnato dai Sounds of Blackness, provò a incantare Usa 94 con Gloryland. Peccato che fosse un brano "così brutto da meritarsi un posto in un museo" (come scrissero gli addetti ai lavori della rivista Vice).
Shakira è una sicurezza -
Avendo imparato la lezione stavolta gli statunitensi hanno preferito fare un passo indietro, affidandosi con i cugini canadesi e i messicani, alla certezza Shakira. La popstar colombiana, alla quarta partecipazione a una Coppa del Mondo (Messi e Ronaldo sono avvisati), ha partorito con Burna Boy il tormentone Dai Dai. Una Waka Waka in salsa urban-latina caciarona al punto giusto ma solo il tempo ci dirà se sopravviverà. Spesso infatti il tormentone mondiale arriva spontaneo, partorito dagli stessi tifosi che sulle curve adattano a mo di coro grandi hit o brani destinati a una inaspettata riscoperta.
Le sigle dei gol -
La Fifa stavolta ha fatto le cose in grande, autorizzando ognuna delle 48 squadre di questo Mondiale monstre a scegliersi in autonomia due canzoni: una per quando la squadra va in gol e una per quando la squadra saluta ed esce. Si è avuto quindi dal giorno zero una playlist variegata, che mischiava grandi star internazionali a glorie locali. A quest'ultima categoria appartiene per esempio Victorio Vergara, idolo musicale di Panama con la sua inseparabile fisarmonica. Purtroppo non abbiamo mai potuto ascoltare il suo classico La Papuja, in quanto la nazionale centroamericana è rimasta l'unica a non aver segnato durante la Coppa del Mondo.
Meglio è andata alle superpotenze del pallone come la Francia, che ha visto più volte esplodere lo stadio al ritmo di One More Time (titolo quantomai profetico, visto il prolifico attacco Blues) dei Daft Punk. Quasi tutti hanno fatto una scelta patriottica facendosi accompagnare da artisti di casa: si pensi agli australiani con gli AC/DC o agli scozzesi che hanno scelto il classico I’m Gonna Be (500 Miles) dei loro Proclaimers (perfetta per la cosiddetta Tartan Army). Mentre fa abbastanza ridere che il Paese di Beatles e Rolling Stones abbia deciso di festeggiare i goal con Chase the Sun dei Planet Funk, un gruppo formato dall'incontro tra due napoletani e due sarzanesi. Come scrivono quelli bravi, "c'è un po' di Italia anche qui", dove gli azzurri del pallone invece latitano tristemente. D'altra parte anche i sobri svizzeri hanno scelto Freed from Desire, classico eurodance anni 90 firmato dalla nostrana Gala, ormai diventato a tutti gli effetti un coro da stadio a ogni latitudine.
Lo spettacolo sugli spalti -
Nel 1994 Elio e le Storie Tese ironizzarono sul primo Mondiale made in Usa con Nessuno allo stadio. In fondo in quel periodo si temeva davvero che le partite sarebbero state disertate dagli statunitensi a digiuno di soccer. Oggi la situazione è molto migliorata e, in ogni caso, gli spalti sono quasi sempre popolati dai tifosi delle nazionali in trasferta. I marocchini per esempio hanno esportato nel Nuovo Continente quel Dima Maghrib già brevettato ai tempi di Qatar 2002. La canzone di Maher Zain è ormai quasi un inno nazionale e persino il presidente Fifa Gianni Infantino ha celebrato il successo della nazionale africana nella Coppa Araba a Doha twittando "Dima Maghrib" (letteralmente "per sempre Marocco", visto che Maghrib è il nome ufficiale del Paese in arabo).
Anche il Paraguay ha ormai una sua soundtrack riconoscibile sugli spalti, tanto che il quotidiano guaranì The Asunción Times ha dedicato un articolo a tutti i brani scelti dai tifosi per il ritorno al Mondiale. Tra i brani più cantati e iconici c'è in primis Albirroja Mbareté, monster truck nata dall'impegno collettivo di Pablo Amadeo, Jazmín del Paraguay, Luigi Manzoni, BigBless e Darko, ovviamente accompagnati dal fondamentale contribuito dell'arpista Lucas Zaracho.
Gli avversari della Seleccion Albirroja agli ottavi, i francesi, rispondono rispolverando I Will Survive nella versione della Hermes House Band e Ramenez la coupe à la maison di Vegedream, rispettivamente tormentoni delle due edizioni vincenti del 1998 e del 2018.
Anche il Brasile di un discreto cantante come Carlo Ancelotti guarda indietro, non disdegnando di tornare a intonare Pa Frente Brasil, pezzo creato per la spedizione del 1970, con buona pace della federcalcio verdeoro che aveva provato a spingere la nuova Bate no Peito, frutto dell'unione tra Papatinho, Ludmilla, João Gomes, Zeca Pagodinho, Samuel Rosa e Veigh. Sì, abbiamo copiato e incollato tutti questi nomi. Sì, alcuni di questi nomi sembrano stati inventati da una intelligenza artificiale che provava a immaginare un possibile terzino sinistro che potesse risolvere il buco sulla fascia della Selecao.
Classici diventati inni -
Il classico "tira" sempre, ragion per cui i messicani non rinunciano alla loro Cielito Lindo e gli inglesi adottano i calciofili Oasis intonando Wonderwall. A Minha Casinha degli Xutos & Pontapés è addirittura un brano del 1943, anche se tutti i tifosi portoghesi la cantano con in testa la più recente cover rock che ha accompagnato i festeggiamenti della storica vittoria all'europeo del 2016. Quando i lusitani hanno affrontato la Colombia hanno potuto assistere alla performance collettiva dei tifosi "cafeteros", contenti di cantare con tutto il sentimento necessario Tierra Querida di Lucho Bermúdez, ormai a tutti gli effetti "l'altro" inno nazionale colombiano anche fuori dagli impianti della Coppa del Mondo.
D'altra parte anche dal settore dei tifosi egiziani partono spesso canti patriottici accompagnati da bandiere e gagliardetti, come quando Tamer Hosny ha cantato Helwa Ya Balady tra i supporters di Salah e compagni. Cosa avremmo cantato noi? Resteremo sempre col dubbio. Anche se sicuramente la nazionale azzurra sarebbe stata accompagnata almeno una volta da quel "Po po po" che tutti da Aosta a Palermo associano ai Mondiali di Germania 2006. Per quella stessa generazione che in quegli anni associava Smoke on the Water alla sigla di Lucignolo, Seven Nation Army rimarrà sempre "la canzone dell'Italia", con buona pace dei White Stripes e del povero Jack White.